Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

I conservatori e la battaglia per costruire

giovedì 7 settembre 2023 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 07 settembre 2023

Non sono certo una filosofa, ma è ormai da molto tempo che penso che lo scontro verticale fra destra e sinistra cui si assiste in tutto il mondo, in Italia come nel resto d’Europa, negli Stati Uniti, in Israele meriti che un impegno rinnovato di pensiero su cosa significa oggi essere conservatori e che cosa progressisti. Ha scritto un articolo molto bello sull’argomento Galli della Loggia sul Corriere della Sera nei giorni scorsi, mettendo l’accento specie sull’errore progressista di ignorare l’importanza della “natura” intesa come struttura delle relazioni e della storia dell’uomo da recuperare contro la destrutturazione progressista. Da parte mia, una giustificazione: scrivo di questo contrasto trovandomi a Gerusalemme, perché esso è assolutamente identico in tutto l’Occidente democratico. Stessa richiesta drammatica di “democrazia” in un contesto democratico, stessa identificazione di pericoli “fascisti” ovunque, stesse accuse di razzismo, di sessismo, di sfruttamento, di rendere la vita impossibile alle minoranze, ai malati, ai poveri agli immigrati. [...]

A trent'anni dalla "pace" di Oslo Israele deve lottare per esistere

domenica 3 settembre 2023 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale03 settembre 2023

Molti anni fa, quando sembra ancora che la Pace, il Nuovo Medio Oriente e altri encomiabili obiettivi fossero raggiungibili, all’aurora degli anni ’90, Uri Savir, il braccio destro di Shimon Peres, mi telefonò: “E’ possibile trovare un luogo di incontro segreto dove alcune persone importanti possano parlare di pace senza essere visti?”. La persona che ci fornì quel luogo segreto fu una gentildonna intelligente e sensibile, Bona Frescobaldi: così, nottetempo, in una delle più belle ville nobiliari nei dintorni di Firenze si compì un incontro storico fra ignoti partecipanti ebrei e palestinesi, una pietra miliare verso gli accordi di Oslo, un impegno di reciproca pace. Il più importante documento, cioè la Dichiarazione di principi degli accordi per un Governo ad Interim (DOP o Oslo 1) fu votata il 30 agosto dal governo in Israele e poi ratificato dalla stretta di mano fra Rabin e Arafat davanti alla Casa Bianca il 13 settembre 1993. Chiunque prese parte all’evento se ne senti fiero. Racconta Baiga Shohat, allora ministro dell’Economia, che nel giorno del voto israeliano era stato dato ai membri del governo solo un’oretta per leggere lo sconosciuto accordo: “Capimmo che era finalmente dopo tanto soffrire un accordo di pace, che i Palestinesi accettavano con la risoluzione 242 dell’ONU che prevede la trattativa, e che riconoscevano lo Stato d’Israele. E questo” dice Shohat “dopo che avevano perfino sostenuto Saddam Hussein durante la guerra del 91 saltando sui tetti mentre bombardava Israele”. L’entusiasmo era alle stelle.  Rabin era il più dubitoso e cauto. Comunque anche lui disse che alla peggio si sarebbero fermati i terroristi con la forza, e che quando si fa la pace, se ne devono sempre accettare i rischi. Il prezzo è stato terribile: non perché la pace non fosse, e non sia, specie per una democrazia il primo e il più desiderabile dei beni, come dice Tocqueville: ma devi sapere rinunciare al suo canto di sirena se l’interlocutore intende approfittarsene e mette in gioco dunque vite umane per suoi motivi ideologici, religiosi. Un pensiero utile anche oggi.  A 30 anni da quel giorno devo sinceramente dire che rimpiango persino la telefonata a Firenze, e tutte le parole che ho speso negli articoli encomiastici anche per il premio Nobel per la Pace che un anno dopo fu assegnato a Rabin, Shimon Peres, Arafat.  Questo, perché da Oslo scaturì una cascata di violenza palestinese più violenta che mai. IL terrorismo contro Israele conquistò con gli accordi Oslo uno spazio d’azione mai visto, traffici di armi e di terroristi si impossessarono del piccolo territorio dal confine nord col Libano fino a Gaza e dentro le città, da Gerusalemme a Tel Aviv a Natanya. [...]
 

Israele-Libia, incontro storico o "attentato diplomatico"?

martedì 29 agosto 2023 Il Giornale 1 commento

Il Giornale, 29 agosto 2023

La Libia cerca disperatamente una strada nuova, ma la belva della violenza generata dalla miseria e l’incertezza e l’odio populista antioccidentale non riescono ad abbandonarla; Israele cerca disperatamente un rapporto nuovo col mondo islamico, ma quanta raffinata diplomazia occorre, quanta comprensione della cultura araba per riuscire a ottenere qualche risultato. Dunque, ci sono volute solo poche ore dall’annuncio dell’incontro a Roma fra il ministro degli esteri israeliano Eli Cohen e la sua controparte libica, Najla El Mangoush, perché da “storica” la vicenda si trasformasse in un “attentato diplomatico”, come ripete l’opposizione al governo, al buon nome di Israele nel mondo arabo. Lapid esclama che adesso Cohen deve dimettersi; intanto, a pagare per l’incontro di Roma è stata Najla, licenziata dal governo di Tripoli, e adesso esule in Turchia, per proteggere la sua stessa vita. Un risultato certo inaspettato, causato dall’imprudenza. L’incontro, che a detta della parte israeliana era stato cordiale e promettente, si è svolto a Roma: dell’evento il governo israeliano e quello libico di Tripoli che fa capo a Dbeibeh, avevano da tempo reso consapevole il governo italiano, e c’erano state fasi preparatorie. Del resto, sono anni che in segreto si svolgono colloqui a molti livelli fra vari ufficiali e esperti: la legge è sempre assoluta segretezza, perché dal tempo di Gheddafi l’odio antisraeliano è legge, con brevi intervalli. Così faceva il rais, che sapeva calcolare i momenti in cui deporre l’odio antiebraico. [...]

L’asse tra Israele e Libia. Prima volta dei ministri (con un incontro a Roma)

lunedì 28 agosto 2023 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 28 agosto 2023

Israele e la Libia hanno molte cose di cui parlare: si tratta di stabilità, di innovazione, di acqua, di agricoltura, anche di armi e di sicurezza. Per questo, con la mallevadoria dell’Italia, si sono incontrati la settimana scorsa il ministro degli esteri israeliano Eli Cohen e la sua omologa libica Najila al Mangoush. Il ministro Antonio Tajani è stato pubblicamente ringraziato per il suo contributo nel disegnare questo storico incontro. Il presidente libico cui la signora al Mangoush fa capo è Abdul Hamid Dbeibeh, la cui legittimità è riconosciuta dagli Stati Uniti e dall’Europa. Per Israele è stata una importante occasione di consolidare il dialogo con l’Africa, cui ambisce dalla fondazione, e di puntare nel lungo termine a un accordo che allarghi i Patti di Abramo. La vastità e l’importanza nel continente, la forza islamica della Libia, la sua complessa storia anche nel rapporto con i suoi ebrei che hanno sofferto persecuzioni e cacciate e in gran numero oggi prosperano ma non cessando di ricordare i loro patimenti in Italia, ne fanno un interlocutore anche simbolicamente molto rilevante. [...]

Che svolta l'intesa Usa-sauditi su Israele

giovedì 10 agosto 2023 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 10 agosto 2023

Logico che Benjamin Netanyahu sia contento, come si vede dall’aria vigorosa con cui in un messaggio filmato ha rivendicato che le sue riforme certo non si fermano a quella giudiziaria, ma comprendono molti avanzamenti economici, sociali, di sicurezza. Per Bibi, un grande accordo con l’Arabia Saudita sarebbe il ritorno al successo politico mondiale che gli è valso più di un decennio da Primo Ministro. Ma davvero, che ventata d’aria fresca per tutto il mondo sarebbe l’accordo cornice fra Arabia Saudita e Stati Uniti che prevede anche finalmente, come scrive l’Wall Street Journal, una firma con lo Stato d’Israele. È da tempo che “il venticello” serpeggia, ma ora forse si avvicina il momento che “come un rombo di cannon” cambierà la situazione mondiale. Non fa piacere a tutti. Non è un caso che sul New York Times Tom Friedman abbia da tempo condannato il lento ma sicuro muoversi verso l’accordo di quella che chiama una “Trinità non santa”, gli USA, i sauditi e Israele. [...]

L'ora più buia per Israele. Paralisi e giornali a lutto. "Rischi di guerra civile"

mercoledì 26 luglio 2023 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 26 luglio 2023

No, Israele non si è svegliata nella dittatura dopo che lunedì è stata votata quella parte della riforma che toglie alla Corte Suprema il criterio della “ragionevolezza” come metro per cancellare una legge, criterio che non esiste in nessuna parte del mondo. Si può sostenere che ben poco è cambiato nel potere della Corte di cancellare le leggi che non le appaiano legittime: ne ha diritto per mille altri motivi. Netanyahu cerca di ristabilire un dialogo: ha rimandato a novembre, con la possibilità di posporre ulteriormente la messa in atto della legge e il proseguo della discussione. Lapid gli dà di bugiardo perché è il “burattino degli estremisti e dei messianici”, anche è difficile immaginare che Netanyahu sia un burattino. Ma l’attacco è verticale. Prova della forza attuale della Corte Suprema, è tornata in emergenza da una visita in Germania la Presidente della Corte Suprema Esther Hayut (da sempre in odore di forte antipatia per il governo) per valutare se cancellare la legge appena votata, come richiede al Bagaz (la Corte), l’organizzazione “for the rule of law” dichiarandola “incostituzionale perché cambia la struttura fondamentale della democrazia parlamentare”. [...]

Il sì alla riforma Netanyahu fa esplodere ancora Israele

martedì 25 luglio 2023 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 25 luglio 2023

Dittatura, fascismo, vergogna, insopportabile egoismo politico, rischio per la vita stessa dello Stato d’Israele. E questo è per Netanyahu da parte dell’opposizione. E dall’altra parte: estremismo irresponsabile, incitamento, anarchia, distruzione dei servizi indispensabili, rifiuto a servire mentre Israele è assediata. Ancora, dopo sette mesi di scontro micidiale, queste sono le accuse nel giorno in cui, ieri, 64 voti a zero (l’opposizione si è dileguata in segno di disprezzo) è stato votato alla Knesset un capitolo della legge che la giustizia: quello sulla “ragionevolezza”. Fino ad ora la Corte Suprema poteva cancellare qualsiasi legge, in assenza del parametro della Costituzione, che non esiste, purchè le apparisse “irragionevole”. L’evidente arbitrarietà di questo criterio, per altro vigente solo dagli anni ’90, è stata sollevata da ogni parte politica: avevano chiesto e disegnato una riforma Yair Lapid, Benny Gantz, Gideon Sa’ar, Avigdor Lieberman. Tutti personaggi che oggi gridano alla instaurazione del fascismo: Lapid ha detto che siamo di fronte a “una tragedia da fermare”. Netanyahu, appena dimesso dall’ospedale per un’alquanta simbolica operazione di pacemaker, ha detto che “non c’è nessuna intenzione di ferire la democrazia, al contrario, si vuole rafforzarla; la Corte” ha detto” seguiterà a monitorare la legalità delle decisioni del governo... con proporzionalità, giustizia, uguaglianza”. [...]

Il raid israeliano a Jenin: "Esplosivi e casse di armi. È la fortezza del terrore"

mercoledì 5 luglio 2023 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 04 luglio 2023
 
 
Ieri a Jenin le forze israeliane hanno lanciato nottetempo un attacco militare massiccio di cui adesso parla tutto il mondo come di una crudele sorpresa nei confronti dei palestinesi: 9 durante quella che è stata definita la maggiore impresa antiterrorismo dal tempo della seconda intifada, sono stati uccisi, 8 in scontri armati e uno in circostanze ancora non definite. Sono passati 22 anni circa dal giorno in cui, di Pasqua nel 2002, dopo un eccidio di 20 uccisi israeliani in un ristorante, coprii la battaglia di Jenin in cui furono uccisi 50 palestinesi e 23 soldati. Avventurandosi sul campo di battaglia, dentro la cittadina, o “campo profughi” come si chiamano dal 1948 quel tipo di confusi agglomerati in cemento, solo l’auto di qualcuno esperto ti evitava di calpestare le “booby trap”, le trappole esplosive sparse per ogni dove. Anche ieri ne sono state trovate con casse di armi, proiettili, esplosivo. Jenin ieri, e Jenin oggi. Oggi, dopo averlo rimandato molte volte, e aver soppesato la difficoltà di un’azione di terra, sempre molto pericolosa, il governo e l’esercito hanno deciso che ormai era inevitabile quest’intervento. Le attività di Jenin rendevano letteralmente impossibile ai cittadini israeliani viaggiare nell’area, ai ragazzini aspettare l’autobus e andare a scuola. La cittadina è la santabarbara e il campo training dei terroristi più determinati; qui già nel 1935 fu ucciso dalle forze britanniche il capo islamico padre di Hamas, il guerriero Itz a din al Qassam, da cui il nome dei missili Qassam. Da qui sono usciti, ultimi della fila, i terroristi che hanno compiuto 50 attacchi a fuoco negli ultimi sei mesi, e un totale di 200 attacchi nell’inizio del 2022. Dal settembre dell’anno scorso 19 terroristi hanno cercato e trovato asilo a Jenin, dall’inizio dell’anno 28 israeliani fra cui donne, bambini, civili seduti al ristorante, sono stati uccisi. L’autodifesa di Israele, in un non gradito ma indispensabile tentativo di contenere la piaga, è costata la vita a 120 palestinesi, arresti e incursioni ne sono stati la causa. Nel frattempo c’è stata una grande iniezione di denaro e aiuti da parte dell’Iran: i finanziamenti alla Jihad Islamica e a gruppi che si riferiscono a Fatah sono aumentati. L’impegno per il terrorismo islamico antisraeliano era limitato a Gaza e agli hezbollah: adesso le migliaia di armi che sono state sequestrate a Jenin, le dozzine di congegni esplosivi di alta qualità e anche il lancio nei giorni scorsi di un missile non da Gaza ma dal territorio dell’AP sono un segnale dell’allargarsi della minaccia all’West Bank. Jenin è la fortezza del terrorismo, ed è ormai ben organizzata, casa per casa, nascondiglio delle armi e dell’esplosivo: esistono meccanismi di allarme che avvertono in lontananza dell’arrivo dell’esercito, all’ingresso della cittadina congegni esplosivi bloccano i nemici. [...]

È una nuova escalation contro i civili. E Israele agisce solo per "autodifesa"

mercoledì 5 luglio 2023 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 05 luglio 2023
 
Israele è di nuovo oggetto di un severo scrutinio mediatico. Jenin è l’epitome di quello che viene considerato uno degli episodi di scontro violento fra due parti: Israele e i palestinesi. Come in uno stadio di dimensioni mondiali, ci sono due grandi tifoserie, ma nel campo dei media quella che tiene per i palestinesi è certamente la maggiore. La ragione si capisce: le forze israeliane sono meglio armate e quando agiscono i morti palestinesi sono in numero maggiore. Inoltre poiché il governo di Bibi Netanyahu, un leader moderato che oggi siede alla testa di una coalizione in cui siedono anche due ministri di estrema destra, non ha fiducia in un accordo con i palestinesi, questo viene vissuto come un rifiuto israeliano della questione. Ma non si ricorda che Netanyahu, che non ha mai delegittimato l’idea di due stati da lui anzi sostenuta in una famosa conferenza all’Università di Bar Ilan, ha tentato a lungo di formare la sua coalizione con Benny Gantz, ex ministro della difesa: il rifiuto è stato netto, e questo lo ha spinto a formare una coalizione in cui i rapporti, lo si vede nelle cronache, non sono facile. Ma per esempio, Bibi è durissimo con gli episodi di violazione della legge da parte dei settler che dopo il massacro di quattro israeliani in un ristorante sulla strada hanno compiuto gesti di violenza a Huwara, un villaggio arabo, mentre i due ministri di destra Smotrich e Ben Gvir erano indulgenti. Questo, tuttavia, non c’entra con la lotta al terrorismo: qui, anche la sinistra è allineata con l’operazione contro i terroristi di Jenin, a partire da Yair Lapid. Per tutti è pura autodifesa, una scelta non politica, ma pratica e indispensabile. Anche in Israele come in ogni democrazia in primis devi salvare la vita dei tuoi cittadini. Dall’inizio dell’anno la crescita esponenziale degli attacchi terroristici contro i cittadini israeliani, 28 morti che rapportati ai numeri italiani corrispondono a 168 persone circa, ha fatto sì che ogni volte si cercasse di fermare la frana, senza risultati. 200 attentati di cui 50 a fuoco in sei mesi, tutti dall’West Bank con centro a Jenin, e non da Gaza, hanno imposto l’operazione. [...]

L'antisemitismo sotterraneo

lunedì 3 luglio 2023 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 03 luglio 2023
 
Ogni pezzo di storia ha il suo stendardo antisemita, ogni folla impazzita insegue i suoi ebrei, o meglio la loro immagine disegnata dai suoi fantasmi; e per questo vuole distruggere la memoria dei loro morti, si inventa una ragione per disprezzare il popolo ebraico, uno slogan per criminalizzarlo. Così sta accadendo purtroppo in Francia in questi giorni. Il Memoriale dei Martiri della Deportazione è stato vandalizzato dalla folla che protesta per l’uccisione del giovane Nahel M.. Sul monumento è stato scritto “Facciamo una Shoah”. Chi l’ha scritto nemmeno sa, o gli piace, che la Shoah in Francia è già stata compiuta una volta quando 200mila ebrei, fra cui un numero immenso di bambini caricati da soli sui treni, furono deportati dal regime di Vichy guidato da Petain il “gauleiter” di Hitler. Che cosa è la follia odierna? E’ un’esplosione nell’ambito di una gigantesca recrudescenza antisemita che ancora non si prende nella dovuta considerazione specie in Francia e in Belgio. Si tratta di un’antisemitismo politico misto a quello religioso, una nuova versione dell’”odio più antico”, che ha già messo in fuga molti ebrei francesi, aggredisce, distrugge, offende, che esplode con tratti sempre più pericolosi se si muove una massa di persone infuriate. Dice Meyer Habib, avvocato francese leader della comunità di 500mila persone, “E’ un’Intifada nel cuore della Francia”. [...]
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