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Il bastone o la carota?

mercoledì 1 marzo 2000 Diario di Shalom 0 commenti
Ai tempi della Guerra del Golfo, nelle notti dell'inverno 1991, i missili di Saddam Hussein cadevano e cadevano su Tel Aviv. Israele - spaventata, col naso in alto e le file delle automobili che lasciavano Tel Aviv a sera, quando gli attacchi si facevano frequenti - era tuttavia vincolata dall'accordo con gli americani di tenersi ben lontana dalla guerra. Per la prima volta gli israeliani sperimentavano l'impossibilità di mettere in pratica la tecnica basilare del contrattacco deciso e intelligente ispirato al principio "never again" che sta alla base di tutta la storia dello Stato Ebraico. Eppure Israele non perse, anzi, in un certo senso vinse la guerra: fu quella una svolta decisiva verso la pace, e tuttavia anche un colpo terribile all'identità, all'epica stessa dello Stato e della personalità del nuovo ebreo che vince in quanto reagisce, agisce, non si lascia mai offendere senza restituire pan per focaccia. Da quei giorni nacque - nonostante il governo guidato da Ytzhak Shamir fosse un governo conservatore - l'incontro di Madrid, il primo vero passo del processo di pace ancora in corso. La passività fu dunque un'esperienza non del tutto negativa, anche se ebbe allora inizio una destrutturazione dell'antica personalità sabre tutta dedizione e coraggio. L'avvio dei colloqui con la Siria ha portato ad un'altra situazione di stupefatto impasse, gravida di conseguenze psicologiche: Barak discute faccia a faccia con una delegazione siriana ostile e scostante, si sforza di trovare tramite Clinton un minimo di linguaggio comune, e tutto questo al fine - quando i patti saranno siglati - di consegnare ad Assad un pezzo di terra adorato dagli israeliani come il Golan ricevendone in cambio, al meglio, una generica, freddissima pace da un paese autoritario. E mentre questo avviene, gli Hezbollah dal sud del Libano attaccano senza tregua, uccidono prima un comandante carismatico e indispensabile delle forze libanesi amiche di Israele, Akel Hashem, e poi festeggiano la morte di tre ragazzi israeliani di vent'anni, soldati di leva caduti in una delle molte trappole preparate proprio in occasione dei colloqui di pace con Israele. Si sa che gli Iraniani ultimamente finanziano molto volentieri gli Hezbollah, ma è pur vero che senza che i Siriani lo vogliano, in Libano non si muove foglia. Oltretutto i Siriani dichiarano insieme ai Libanesi, loro fedelissimi, che le azioni degli Hezbollah non li riguardano minimamente, anzi, gli sono simpatiche. E allora che deve fare Barak? Contrattaccare e 'dare loro una lezione' secondo la logica tradizionale e secondo quello che l'esercito e gran parte della popolazione richiede, oppure fare un passo indietro per favorire un'atmosfera di pace con i Siriani, dando agli Hezbollah una grande soddisfazione e un senso di vittoria? Deve sospendere gli incontri? Imporre alla Siria un atteggiamento più interventista, sapendo che questo rischia di far saltare i fragili contatti? Deve ritirarsi dal Libano unilateralmente, come ha del resto promesso, contro l'opinione degli americani e di parte degli israeliani, che ritengono che solo in un accordo con la Siria si arriva a una vera pace sul confine del Libano? Oppure pretendere un'improbabile garanzia siriana nell'ambito di una pace difficile da raggiungere? Al solito, Israele si confronta con questioni cruciali nella triste consapevolezza che comunque gli Hezbollah seguiteranno ad agire come una formazione ideologica estremista, devota alla distruzione dello Stato degli ebrei e finanziata dall'Iran. I soldati al confine, intanto, combattono per la loro vita sapendo che se Barak decidesse di ritirarsi del Libano del Sud, uno del loro gruppo potrebbe essere l'ultimo a morire per una causa ormai perduta e cui si oppongono molti fra gli stessi israeliani. Intanto Assad fa pubblicare sul giornale Tishrin un articolo del direttore che dichiara l'Olocausto una menzogna inventata dagli ebrei per ricattare il mondo. Incoraggiante per stabilire una nuova koinè di pace in Medio Oriente.

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