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I perché della vittoria di Hamas

mercoledì 1 febbraio 2006 Diario di Shalom 0 commenti

Radicalismo religioso e violenza contro i civili israeliani sono alla base del progetto politico che, oggi al potere, non rinuncia all’obiettivo della distruzione di Israele. Con loro non si deve trattare

Sono tre le ragioni per cui Hamas ha vinto le elezioni palestinesi, gettando tutti, fuorché Ahmadinejab che ha subito porto le sue congratulazioni, nel maggiore sconforto. E’ indispensabile capirlo per determinare una linea sensata di comportamento con l’organizzazione terrorista: la versione politically correct infatti è quella di un Hamas già virtualmente ammansito, di una costituency un po’ raffazzonata e casuale; un Hamas che di fatto ha vinto, scrivono molti giornali, perché la corruzione della PA era insopportabile e i suoi candidati, invece, promettono una linea onesta nella gestione della cosa pubblica; è una versione per le anime belle, che vuole assolutamente salvare il “processo di pace“ e trovare un “interlocutore”, ma che purtroppo non è vera. Intanto, i protagonisti palestinesi di un possibile futuro di trattative, primo fra tutti Abu Mazen, sono affondati, e con loro se ne è andata l’idea stessa della trattativa, sono spariti con l’avvento di Hamas tutti gli accordi fra Israele e Autonomia, compreso l’accordo di Oslo e la Road Map, è ricomparso il diritto al ritorno; il rapporto con gli Hezbollah, l’Iran, la Siria si è rafforzato. Dunque, quali sono le vere ragioni della vittoria?

La prima riguarda l’islamismo. Esso è oggi un vento rosso e inarrestabile che spazza il mondo. La cronista ha personalmente incontrato decine di giovani che nelle strade di Ramallah, di Betlemme, di Hevron, spiegano, a ragazzi e ragazze, che per loro l’Islam è la risposta totale, come in Iran; mi hanno detto che per loro non ha nessuna importanza vedersi con gli amici la sera, condividere un’ora al ristorante, incontrare delle ragazze, bere una birra al pub o vedere un film. Tutto ciò è irrilevante di fronte all’impegno per la vittoria dell’Islam nel mondo. A Hebron non esiste neanche un cinema, e i ragazzi di Hamas biasimano quelli che ne vorrebbero veder sorgere qualcuno, o magari un teatro o un pub come a Ramallah, dove potrebbero adesso sparire. Il movimento islamico ha cambiato la cultura del popolo palestinese. L’islamizzazione della strada palestinese è iniziata negli anni ‘70 e ha toccato un picco durante l’Intifada di Al Aqsa, finché oggi anche Marwan Barghouty, come fece nei suoi ultimi anni Arafat che, come lui, era laico, parla in nome del Corano e si riferisce alla riconquista della Palestina come a un’indispensabile passo dell’Umma dei credenti contro gli infedeli. La jihad armata, il sacrificio per Dio dei propri figli, l’alta missione dello shahid agli occhi dell’Islam intero, la tecnica del terrorismo suicida, il culto della morte che in questi anni ha avuto una sua base nel sistema scolastico e nei mezzi di comunicazione di massa dell’Autorità Palestinese ci porta al secondo punto.

La violenza. Hamas ha vinto le elezioni perché attribuisce valore supremo alla sua lotta armata che esso chiama “resistenza” anche quando uccide, come fa dal 1992, donne e bambini sugli autobus.
Durante l’Intifada Hamas da sola ha portato a compimento metà circa degli attacchi suicidi, e innumerevoli altri attacchi di ogni genere: agguati sulle strade, spari di cecchini contro le macchine sulle autostrade, missili kassam che piovono sui bambini che giocano e sui lavoratori, etc.
Questa campagna elettorale è stata condotta da Hamas sull’idea, peraltro espressa nella sua Carta ripetutamente e con dovizia di espressioni antisemite (per Hamas tutta la verità sugli ebrei la si può leggere nei Protocolli dei Savi di Sion, articolo 32), che con Israele non si tratta perché gli ebrei vanno semplicemente espulsi dal Giordano al Mediterraneo, e che la storia dimostra, soprattutto dopo l’uscita prima dal Libano poi da Gaza, che l’unico linguaggio che gli israeliani capiscono è quello della paura. Per Hamas la scelta di Sharon di sgomberare dalla Striscia è stata una pura fuga di fronte alla geometrica potenza dei suoi attentati. Questo slogan è stato ripetuto dai suoi leader durante tutta la campagna elettorale e la gente nelle strade delle città palestinesi lo ha assorbito con orgoglio. Che sia uno slogan vincente lo dimostra anche il fatto che il commento di Khaled Mashal, il capo di Hamas a Damasco, alla vittoria è stato dello stesso tenore: seguiteremo a usare le armi anche una volta al governo.

Oggi, di quando in quando si sentono versioni più confuse, apparentemente meno dirette e agguerrite. Ma nessuno ha mai annunciato una rinuncia alla lotta armata o all’obiettivo della distruzione di Israele.
La terza ragione, ma solo la terza, del successo di Hamas è la sua attività caritativa, larga e intensa, a favore dei poveri dell’Autonomia e il suo dito puntato sulla corruzione della leadership del Fatah, specie della generazione di Arafat giunta da Tunisi col processo di Oslo.

La corruzione del Fatah ha consentito ad Hamas di mettere sotto accusa contemporaneamente il suo modo di vita e la scelta di trattare con Israele, come un tutt’uno. Inoltre, gli uomini di Hamas non sono corrotti, e non hanno incamerato per sé i contributi della Comunità Europea e degli USA destinati allo sviluppo dei palestinesi. Ma non è questa la ragione principale della vittoria di Hamas, come molti speranzosi commentatori si affrettano a scrivere minimizzando le prime due ragioni, e sostenendo anche che Abu Mazen non è stato promosso abbastanza da Israele e che per questo ha perso le elezioni: chi conosce da vicino il mondo di Ramallah e di Gaza, sa che la propaganda di Hamas si è sovrapposta a un’indottrinamento jihadistico favorevole alla violenza che parte dai primi gradi della scuola e che sommerge la società intera, e questo indottrinamento parte dal Fatah stesso. Nessun candidato alle elezioni, di nessun partito, ha usato nei suoi slogan la parola “pace” o “terrorismo”. Hamas era semplicemente il gruppo più adatto a raccogliere ciò che i libri di testo, la tv, la stampa, i discorsi dei politici palestinesi, anche di Fatah, hanno seminato in questi anni.

Il risultato più tragico della vittoria è certamente di carattere morale e filosofico: come avere a che fare con un popolo che ha scelto a larga maggioranza di farsi guidare da un’organizzazione che Europa e USA hanno definito terrorista? Come immaginarli partner di un qualsiasi processo di pace con Israele che rifiutano di riconoscere e di cui auspicano la cancellazione? E come sciogliere adesso il nodo scorsoio stretto intorno al collo di Israele del rapporto fra Hamas, Iran, Siria, Hezbollah? La vittoria di Hamas lo rafforza non poco, lo galvanizza e lo rende più pericoloso per tutto il mondo. A noi europei tocca, oggi, non cedere neppure per un attimo alla tentazione dell’appeacement, già evidente, con una realtà la cui accettazione cambierebbe i nostri stessi connotati morali di occidentali e contemporaneamente favorirebbe molto la crescita della rete terroristica internazionale che ci minaccia tutti.

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