I dolori del giovane OLMERT
giovedì 13 aprile 2006 Panorama 0 commenti
Gli attacchi palestinesi, le pressioni della destra, le richieste della sinistra, le accuse di corruzione... Tutte le spine nel fianco del successore di Sharon.
Grande programma, vittoria risicata. Il partito Kadima di Ehud Olmert vuole attuare un disimpegno dai territori occupati della Cisgiordania che include circa 80 mila coloni, ma il suo partito ha preso solo 29 seggi. Per capire che razza di ambizione sia quella di Olmert basta ricordare lo sgombero di Gaza, pure attuato da un leader forte come Ariel Sharon: un dramma che ha rasentato il sangue quando sono stati rimossi 8 mila abitanti della Striscia. L’esile, ancorché energico, nuovo leader sessantenne ne vuole spostare 80 mila. Deve piazzarsi ben comodo per poterlo fare. Dunque, benché ci siano solo sei isolati dalla sua casa alla residenza che è stata di Ariel Sharon, e poche decine di metri fra l’ufficio del premier e la sua vecchia poltrona di ministro dell’Industria (su cui Olmert è rimasto seduto, per rispetto a Sharon, durante il mandato come primo ministro ad interim), Olmert deve saltare ancora parecchi ostacoli per rodare il governo rivoluzionario di Kadima. Vediamo quali sono le parole chiave di cui Olmert si preoccupa.
A.A.A.: carisma cercasi
Nel periodo in cui ha sostituito Sharon, Olmert è rimasto modesto e solido, dominando il suo istinto di focoso spadaccino che non rinuncia mai a un affondo verbale. Il suo equilibrio è piaciuto, ma, come si vede dai risultati del voto, non ha saputo evitare che la gente rimpiangesse la figura paterna e carismatica di «Arik». La sua mancanza di curriculum militare (che invece qualsiasi altro leader israeliano come Yitzhak Rabin, Sharon o anche Ehud Barak e Ben Netanyahu ha potuto sempre accreditare) rischia di far alzare più di un sopracciglio.
La moglie Aliza & i figli
La famiglia è un suo punto debole. Quando sarà seduto sulla poltrona di premier, i cronisti, come hanno già cominciato a fare, lo morderanno ai garretti. La moglie, una raffinata artista bohémienne e molto di sinistra, viene descritta come un istancabile trapano nel cervello del marito, ispiratrice del disegno di sgombero che secondo la destra mette a rischio il paese. Anche i figli di Olmert sono causa di critica popolare. Shaul è stato un attivista di Yesh Gvul, l’estrema fra le organizzazioni pacifiste, e vive a New York. Ariel è un obiettore di coscienza e vive a Parigi. La figlia Dana, oltre ad avere fatto outing come omosessuale, è parte del gruppo che piantona i check-point in aiuto dei palestinesi.
Il missile Abu Ali Mustafa
È un nuovo tipo di missile da spalla, simile al Kassam, che viene sparato dai palestinesi, da Gaza sgombrata, su Ashkelon, città industriale israeliana. Era quel che la destra diceva che sarebbe accaduto, è quello che è accaduto: lo sgombero ha fatto diventare Gaza un «Hamastan» a libera circolazione di armi. Da là è piovuto anche un missile Katiusha di fabbricazione iraniana. Il sostegno iraniano, siriano e degli hezbollah al terrorismo palestinese rischia così di scatenare una vera guerra. Olmert ha il problema di rispondere agli attacchi, senza che l’inevitabile caos gli impedisca di procedere col piano di disimpegno e gli alieni il consesso internazionale. Con la mano sinistra deve bloccare con durezza il terrore e fermare gli aiuti a Hamas. Con la mano destra sgomberare. Non facile.
Il reporter d’assalto Yoav Yitschak
È un giornalista investigativo che sta appiccicato alla schiena di Olmert e che ha dato sostanza alle voci sul suo amore per i lussi anche a costo di operazioni non chiare. Yitschak ha scoperto una serie di vicende. Qualche esempio? La vendita della sua casa in pietra di Gerusalemme a un ricchissimo americano con la clausola di continuare ad abitarla. O la passione di altri miliardari, sempre statunitensi, per i dipinti di Aliza, che comprano volentieri. Nessuna delle accuse ha portato a una condanna in tribunale, ma Olmert vede la sua fama insidiata da accuse di corruzione.
Welfare state alla riscossa
Forte dei suoi 20 seggi, il Partito laburista di Amir Peretz, ex sindacalista populista, ben lontano dall’immagine classica del laburista ashkenazita alla Shimon Peres, tutto ideali e poco welfare, ha rimesso in discussione la linea economica liberista che per Olmert è bibbia. La questione sociale è la nuova star della società israeliana, afflitta da cronica povertà. Il successore di Sharon però sa che sia Peretz sia il nuovo partito dei pensionati, 7 seggi (ma anche il partito religioso Shas), vogliono riforme sociali, salario minimo garantito, riforma delle pensioni, finanziamenti senza fondo per le famiglie religiose con 12 bambini. In cambio offrono un appoggio di cui Olmert non può fare a meno per attuare lo sgombero (la cosa che gli preme più di tutte) e quindi passare alla storia. Ma la destra teme che il prezzo possa essere la rovina del paese.
Maledetto lunedì
Alla Knesseth, il parlamento, tutti i lunedì sono buoni per il voto di sfiducia. Qualsiasi coalizione con soli 29 seggi su 61 necessari per la maggioranza rischia di diventare molto fragile via via che si avvicina il giorno del giudizio. Prima Olmert compie lo sgombero, più possibilità ha di evitare che la destra sconfitta di Ben Netanyahu coaguli di nuovo attorno a sé un blocco robusto. E che nuovi agglomerati e nuovi interessi prendano forma, mettendo in crisi il governo. Intanto, Olmert farà come Sharon: punterà sulle differenze fra i partiti religiosi e laici, della sinistra e della destra, per garantirsi la possibilità di andare avanti. E il voto degli arabi, 10 seggi in tutto, lo sosterrà nello sgombero. Proprio come ha sempre sostenuto Ariel Sharon
Grande programma, vittoria risicata. Il partito Kadima di Ehud Olmert vuole attuare un disimpegno dai territori occupati della Cisgiordania che include circa 80 mila coloni, ma il suo partito ha preso solo 29 seggi. Per capire che razza di ambizione sia quella di Olmert basta ricordare lo sgombero di Gaza, pure attuato da un leader forte come Ariel Sharon: un dramma che ha rasentato il sangue quando sono stati rimossi 8 mila abitanti della Striscia. L’esile, ancorché energico, nuovo leader sessantenne ne vuole spostare 80 mila. Deve piazzarsi ben comodo per poterlo fare. Dunque, benché ci siano solo sei isolati dalla sua casa alla residenza che è stata di Ariel Sharon, e poche decine di metri fra l’ufficio del premier e la sua vecchia poltrona di ministro dell’Industria (su cui Olmert è rimasto seduto, per rispetto a Sharon, durante il mandato come primo ministro ad interim), Olmert deve saltare ancora parecchi ostacoli per rodare il governo rivoluzionario di Kadima. Vediamo quali sono le parole chiave di cui Olmert si preoccupa.
A.A.A.: carisma cercasi
Nel periodo in cui ha sostituito Sharon, Olmert è rimasto modesto e solido, dominando il suo istinto di focoso spadaccino che non rinuncia mai a un affondo verbale. Il suo equilibrio è piaciuto, ma, come si vede dai risultati del voto, non ha saputo evitare che la gente rimpiangesse la figura paterna e carismatica di «Arik». La sua mancanza di curriculum militare (che invece qualsiasi altro leader israeliano come Yitzhak Rabin, Sharon o anche Ehud Barak e Ben Netanyahu ha potuto sempre accreditare) rischia di far alzare più di un sopracciglio.
La moglie Aliza & i figli
La famiglia è un suo punto debole. Quando sarà seduto sulla poltrona di premier, i cronisti, come hanno già cominciato a fare, lo morderanno ai garretti. La moglie, una raffinata artista bohémienne e molto di sinistra, viene descritta come un istancabile trapano nel cervello del marito, ispiratrice del disegno di sgombero che secondo la destra mette a rischio il paese. Anche i figli di Olmert sono causa di critica popolare. Shaul è stato un attivista di Yesh Gvul, l’estrema fra le organizzazioni pacifiste, e vive a New York. Ariel è un obiettore di coscienza e vive a Parigi. La figlia Dana, oltre ad avere fatto outing come omosessuale, è parte del gruppo che piantona i check-point in aiuto dei palestinesi.
Il missile Abu Ali Mustafa
È un nuovo tipo di missile da spalla, simile al Kassam, che viene sparato dai palestinesi, da Gaza sgombrata, su Ashkelon, città industriale israeliana. Era quel che la destra diceva che sarebbe accaduto, è quello che è accaduto: lo sgombero ha fatto diventare Gaza un «Hamastan» a libera circolazione di armi. Da là è piovuto anche un missile Katiusha di fabbricazione iraniana. Il sostegno iraniano, siriano e degli hezbollah al terrorismo palestinese rischia così di scatenare una vera guerra. Olmert ha il problema di rispondere agli attacchi, senza che l’inevitabile caos gli impedisca di procedere col piano di disimpegno e gli alieni il consesso internazionale. Con la mano sinistra deve bloccare con durezza il terrore e fermare gli aiuti a Hamas. Con la mano destra sgomberare. Non facile.
Il reporter d’assalto Yoav Yitschak
È un giornalista investigativo che sta appiccicato alla schiena di Olmert e che ha dato sostanza alle voci sul suo amore per i lussi anche a costo di operazioni non chiare. Yitschak ha scoperto una serie di vicende. Qualche esempio? La vendita della sua casa in pietra di Gerusalemme a un ricchissimo americano con la clausola di continuare ad abitarla. O la passione di altri miliardari, sempre statunitensi, per i dipinti di Aliza, che comprano volentieri. Nessuna delle accuse ha portato a una condanna in tribunale, ma Olmert vede la sua fama insidiata da accuse di corruzione.
Welfare state alla riscossa
Forte dei suoi 20 seggi, il Partito laburista di Amir Peretz, ex sindacalista populista, ben lontano dall’immagine classica del laburista ashkenazita alla Shimon Peres, tutto ideali e poco welfare, ha rimesso in discussione la linea economica liberista che per Olmert è bibbia. La questione sociale è la nuova star della società israeliana, afflitta da cronica povertà. Il successore di Sharon però sa che sia Peretz sia il nuovo partito dei pensionati, 7 seggi (ma anche il partito religioso Shas), vogliono riforme sociali, salario minimo garantito, riforma delle pensioni, finanziamenti senza fondo per le famiglie religiose con 12 bambini. In cambio offrono un appoggio di cui Olmert non può fare a meno per attuare lo sgombero (la cosa che gli preme più di tutte) e quindi passare alla storia. Ma la destra teme che il prezzo possa essere la rovina del paese.
Maledetto lunedì
Alla Knesseth, il parlamento, tutti i lunedì sono buoni per il voto di sfiducia. Qualsiasi coalizione con soli 29 seggi su 61 necessari per la maggioranza rischia di diventare molto fragile via via che si avvicina il giorno del giudizio. Prima Olmert compie lo sgombero, più possibilità ha di evitare che la destra sconfitta di Ben Netanyahu coaguli di nuovo attorno a sé un blocco robusto. E che nuovi agglomerati e nuovi interessi prendano forma, mettendo in crisi il governo. Intanto, Olmert farà come Sharon: punterà sulle differenze fra i partiti religiosi e laici, della sinistra e della destra, per garantirsi la possibilità di andare avanti. E il voto degli arabi, 10 seggi in tutto, lo sosterrà nello sgombero. Proprio come ha sempre sostenuto Ariel Sharon
