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I cattivi siamo noi, anche se vittime

martedì 1 giugno 2004 Diario di Shalom 0 commenti

Si respira aria pesante in Europa: il discorso politico sugli ebrei, su Israele, sugli Stati Uniti si è intrecciato in una sorta di bla bla virtuoso, moralista, pseudo pacifista che è di fatto un misto di paura e di ignoranza.

Ricordo che, dopo l'undici di settembre, mi trovavo a Firenze, nella mia bella sinagoga di origine. Sotto la cupola verde, una vecchia amica mi si appressò col volto molto preoccupato e mi disse: "Pensa che disastro: adesso potrebbe davvero levarsi un'onda di odio antimussulmano". L'ondata antimussulmana non c'è stata, ma questo atteggiamento paradossale, invece ha fatto le sue vittime: quello che c'è stato è una inaspettata ondata di antisemitismo e di antiamericanismo, uno dei cui sfondi essenziali è non affrontare, coprire, non discutere a fondo il tema del terrorismo e della guerra che ne ha accompagnato la nascita. L'Europa si è paradossalmente acquattata come un pigro animale ormai invecchiato nel più sventurato dei suoi retaggi storici, la giudeofobia: ha fatto degli ebrei, ovvero del conflitto israelo-palestinese la spiegazione della guerra attuale del terrorismo contro l'Occidente. In molti fra i suoi governanti e i suoi intellettuali hanno sostenuto che l'attacco mondiale, persino quello alle Twin Towers e via via tutta quanta la guerra di Al Qaida, i finanziamenti dell'Iran e della Siria agli hezbollah, il trasformarsi del conflitto israelo palestinese in un conflitto islamista per la terra santa all'Islam, la diffusione dell'estremismo antioccidentale e del terrorismo suicida nelle strade del Medio Oriente e d'Europa sono legati alla rabbia suscitata dal confronto fra Arafat e Sharon. Niente di più falso, l'islamismo estremista ha sferrato il suo attacco definitivo alla fine degli anni novanta quando ancora il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton svolgeva i suoi inutili tentativi di pacificazione, e Ehud Barak, sulle orme di Yztchak Rabin pianificava l'abbandono di tutti i territori e la cessione di metà di Gerusalemme e del Golan. Arafat era ormai sulla strada del rifiuto massimalista, anche a causa dell'aria del tempo, aria di scontro totale, e disse il suo storico "no". Su questa linea di esaltazione impropria delle colpe dell'occidente e di ridicolizzazione degli USA, si sostiene anche che il terrorismo abbia avuto un'impennata a causa della guerra in Irak, e che gli americani ne siano responsabili. Sempre, si capisce, su istigazione ebraica, dato che come disse Mahatir Muhammad nel suo indimenticabile discorso all'assemblea dei Paesi mussulmani, gli ebrei, anche se sono stati sterminati nel numero di sei milioni, oggi purtroppo, disse il presidente dell'Indonesia, sono di nuovo in grado di "dominare il mondo per interposta persona".

Quando l'orribile, ripugnante vicenda delle torture nel carcere di Abu Ghraib è stata portata alla luce, è stato inutile cercare di sostenere, in Europa, che il crimine perpetrato da un gruppo non esteso di perversi soldati tutti denunciati, processati, esposti, svergognati con i loro superiori fino a mettere sotto accusa tutta la piramide del comando, non significava che gli USA sono un Paese malvagio e che la guerra era sbagliata: da parte della opinione pubblica di sinistra, la storia, in prima pagina per mesi, è servita a dimostrare che gli USA sono perversi, la guerra è perversa, e che quindi bisogna andarsene di là (per caso, ironia della sorte, questo è avvenuto mentre l'ONU di fronte alla mozione anglo americana e al discorso di Bush si preparava a entrare invece in giuoco al suo meglio e di fatto invitava i Paesi occidentali a fare la loro parte nella ricostruzione).

Sullo sfondo, specie nell'occasione dell'Operazione Arcobaleno a Rafah, nel sud di Gaza, l'idea che una specie di somma di colpe metafisiche, che causano i mali del mondo fossero da accollarsi insieme agli USA e a Israele. Abu Ghraib come Gaza! Una specie di pensiero nebuloso ma costante ha seguitato a percorrere le onde dei media e del pubblico discorso: la colpa non è del terrorismo, ma nostra se esiste un violento, tragico conflitto. La parola "imbarbarimento" ha cominciato a assumere connotati molto offuscati. No, quel Nick Berg decapitato da Zarkawi stesso per pubblicizzare l'implacabilità del terrore islamico (uno scoop ignorato sotto ogni punto di vista); la signora Tali Hatuel, in stato di gravidanza e le sue quattro bambine uccise a sangue freddo (con i terroristi che tornano indietro a accertarsi che tutti, fino alla bimba di due anni, siano ben morti) non sono atrocità degne di tenere la prima pagina a lungo; il fatto che una folla di palestinesi abbia giocato a calcio con la testa e le membra di soldati israeliani (13 in due giorni) uccisi in imboscate resta un fatto minore, e scarsamente significativo. E' stato difficile, per chi in quei giorni voleva farlo, farsi capire quando spiegava che fra crimini vituperati e puniti e crimini esaltati e anzi costruiti in funzione della propaganda e dell'esaltazione della barbarica uccisione del nemico esiste una differenza non ignorabile dalla nostra cultura, che mette la responsabilità, l'intenzione e la malizia fra i maggiori indicatori della responsabilità umana anche penalmente.

I cattivi siamo rimasti noi, noi occidentali, noi americani, noi ebrei. Di nuovo Amnesty Inernational ha dato addosso all'esercito israeliano nella sua lotta contro il terrore come se le sue azioni si svolgessero nel vuoto, e non in uno scenario di guerra in cui la morte dei civili è soprattutto causata dall'uso cinico che di loro fanno i terroristi, bambini compresi. Chi scrive è stata a Gaza, a Rafah, e mentre si avvicinava all'abitato con altri giornalisti dentro un mezzo dell'esercito israeliano per vedere uno dei tunnel che servivano da autostrada per le armi pesanti e leggere contrabbandate dall'Egitto, spina dorsale dell'Intifada, è stata, con gli altri, oggetto di molti spari dei cecchini dalle finestre. Finestre di case circostanti, abitate da civili, forse con dentro bambini e donne... I soldati israeliani rispondevano al fuoco, per fortuna nessuno è stato ferito. Ma così si svolge la crudele guerra in corso, terroristi in guerra con abiti civili, circondati da civili, nascosti dietro i civili. A ogni buon conto, dall'inizio di questa guerra, secondo l'istituto di Politica Internazionale di Herzlya contro il Terrorismo dall'inizio dell'Intifada delle Moschee, fra gli uccisi israeliani i non combattenti sono l'80 per cento (basta pensare a tutte le vittime sugli autobus) mentre fra i palestinesi il 56 per cento sono combattenti verificati, senza contare quelli che, dato che la guerra è senza divise, non si riconoscono come tali.

Anche Amnesty International, anche la Comunità Europea che si ostina a non voler verificare dove sono andati a finire tutti quanti i suoi fondi, anche l'opinione pubblica formata da intellettuali e giornalisti che ama pensare che siamo responsabili di tutte le brutture del mondo e che sia gli americani che gli Israeliani hanno sviluppato una insana attitudine alla tortura o a attaccare i civili, possono vedere questi dati, anzi possono con studi gestiti in proprio arrivare a conclusioni sensate. Ma per carità, smettiamola di parlare degli "orrori della guerra" mettendo sullo stesso piano il terrorismo che mostra trionfante teste spiccate, e tragici errori o anche squallide vergogne di guerra. L'uomo ha un cuore di tenebra, è vero, ma le democrazie tentano di domarlo con leggi e istituzioni. Altrove, lo si esalta e lo proprone come esempio.

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