Fiamma Nirenstein Blog

Golan: un confine tra due mondi

martedì 1 febbraio 2000 Diario di Shalom 0 commenti
Il Golan non è come il West Bank, la gente del Golan non è come quella della 'Giudea e della Samaria'. Non è una presa di posizione razzista, di destra o di sinistra, o una perorazione a trattare la questione con due metri di giudizio diversi. No: è una constatazione di fatto. Perché il Golan è diverso? Perché è molto più bello del deserto della Giudea, mi dice mio figlio Beniamino, con tutte quelle sorgenti e boschi e aquile, quella neve così rara qui... Invece a mio marito piace molto di più il deserto... questione di gusti. Anche se il fatto che una terra sia fatta di "latte e miele" - in questo caso di acqua e vino, piuttosto che di sabbia e sassi - è sempre stato un fattore determinante nella storia. Ma lasciamo stare. Veniamo invece alla diversità determinante: l'interlocutore di pace. I palestinesi sono, nel bene e nel male, intrecciati alla storia d'Israele. Gli ebrei li conoscono bene, ci lavorano insieme, ci parlano; conoscono il loro odio ma anche l'intreccio di affetti fra i due popoli; c'è confidenza, curiosità e talvolta anche un autentico interesse personale o culturale. Una volta ho chiesto ad un mio amico storico palestinese perché stava imparando l'ebraico così a fondo: mi ha risposto che voleva capire cosa cavolo dicono gli ebrei quando gridano come pazzi l'uno contro l'altro durante il popolare programma televisivo "Popolitica" , una specie di scontro di gladiatori, di galletti e di cinghiali che cercano di sovrastarsi l'un l'altro (il tutto tradotto in urli) sulle questioni di attualità. Insomma, allo storico palestinese piace la politica messa in piazza, piace l'urlo di furore, l'antagonismo che produce la democrazia, e nonostante il suo attuale sistema politico sia autoritario, ambisce a vedere rispettati un giorno i diritti civili, sa protestare, sa esprimersi... Non solo: si sa cosa mangia, come vive, come si veste, cosa legge, cosa guarda alla televisione... Del siriano invece si sa soltanto quello che Assad vuole che si sappia, ovvero pochissimo. E quasi un completo sconosciuto, e in ogni caso uno che di Israele pensa solo tutto il male possibile, che se lo immagina come un Paese oppressore e corrotto. E per questo sconosciuto non vi è nessuno spiraglio decente all'apertura democratica, né la capisce. A Faruk Ha Shara, il ministro degli Esteri che è andato in America ad incontrare la delegazione israeliana, manca persino la nozione del consenso, non ha bisogno del sorriso e della stretta di mano al momento giusto, un buon senso che Arafat ha avuto invece in abbondanza. Ad Ha Shara manca qualsiasi comprensione del fatto che una democrazia, se disgustata da un comportamento arrogante come quello della delegazione siriana (che vuole tutto prima ancora di mettersi a sedere), può alla fine anche votare (proprio così: votare in un referendum, di cui i siriani conoscono solo la versione che serve a riconfermare il 'rais') contro la cessione del Golan a qualcuno di cui non si fida. Lasciamo poi da parte il valore strategico del Golan, se non per dire che non risultano per ora convincenti le teorie della sicurezza che non tiene conto del posizionamento a terra (anche con la Serbia si discuteva alla fine solo se entrare o meno con i carri armati) e che è difficile capire perché, se la cessione del Golan promette la pace, occorre allora spendere 17 milioni di dollari in posizioni di avvistamento preventivo. Quello che soprattutto non funziona è il volto della dittatura come interlocutore, la sua manifesta intenzione di sfruttare una situazione senza considerare le esigenze di chi siede di fronte a te, e senza che i sentimenti espressi promettano niente di diverso dal passato. Anche l'abitante del Golan è diverso dal settler della Giudea e della Samaria, per il semplice motivo che il suo appellarsi a sentimenti e ad una tipologia culturale, familiare e sociale laica, ne fa un tipo più universale, più capace quindi di attrarre simpatie generalizzate. Mentre l'abitante del West Bank, nazionalista o religioso, ha come suoi compagni di strada naturali quel gruppo circoscritto che la pensa come lui, il kibbutznik del Golan attrae al suo fianco questi e quelli; il suo modello di vita modesto, laborioso, pieno di idealità naturalistiche e di senso dei diritti umani è una calamìta di simpatie politiche di ogni genere, da destra a sinistra. Inoltre c'è in lui qualcosa da cui anche Barak ha una enorme difficoltà a separarsi: il nocciolo culturale del sionismo haluzista, socialista, la matrice della costruzione stessa d'Israele. Il momento in cui fra i kibbutz del Golan - di cui 28 su 33 appartengono alla sinistra - e il Primo ministro, si opererà una separazione politica feroce (e avverrà presto), il governo non perderà dei "propellorim" come Rabin chiamò i settler una volta in cui erano particolarmente rumorosi: perderà invece l'anima stessa della storia d'Israele. Eppure la pace è la strada maestra, ed è importante anche quando non è cosparsa di rose, sorrisi e celebrazioni, anche quando ti spezza il cuore. Alla fine, sembrerebbe, vale anche quando ti cambia i connotati e spinge senza remissione sulla strada dell'arido postsionismo moderno.

 Lascia il tuo commento

Per offrirti un servizio migliore fiammanirenstein.com utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l'uso dei cookies.