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Gli ‘insediamenti’ di Gerusalemme che tanto fanno arrabbiare gli americani

giovedì 1 aprile 2010 Diario di Shalom 0 commenti

Shalom, aprile 2010

French Hill, Pisgat zeev, neveh Yacov, gilo, non sono dei recinti, delle colonie chiuse, dei corpi estranei alla città, ma quartieri ebraici impossibili da scambiare in negoziati.

di Fiamma Nirenstein
 
Siete stanchi? Stanchi di sentir ripetere la parola “insediamenti” come fosse “pedofilia”, come se avesse un contenuto di oscena colpevolezza, di vergognosa illegalità? Allora, ditelo tranquillamente, perché avete ragione. Specialmente quando si parla di Gerusalemme. Intanto, secondo il buon senso più banale, nessuno che abbia memoria può immaginarsi una spartizione di Gerusalemme prima che siano stabilite le garanzie relative. Non possiamo dimenticare quando, per più di quattro anni a partire dal 2001, anno di inizio della seconda Intifada, la capitale di Israele è saltata in aria ad ogni angolo, caffè, autobus, ristoranti, supermarket. E’ chiaro che una città abbandonata dagli ebrei nei più svariati quartieri, e ancor più nelle zone dove sono sempre stati, darebbe luogo a una situazione in cui, per l’ostilità araba che vi si annida, ci sarebbero più occasioni, e migliori, di organizzarsi e colpire. Ma questa è un’osservazione legata alla pratica del salvarsi la vita, ed essa quando riguarda Israele importa pochissimo al mondo intero. Lo si vede di nuovo bene a Sderot e dintorni in questi giorni.

Invece al mondo importa moltissimo qualsiasi argomento pretestuoso che possa preludere, nel futuro di Gerusalemme, a una nuova suddivisione, magari simile a quella che nel passato, operata dai Giordani nel ‘48, portò a restringimenti della libertà di movimento e, in maniera drammatica, finché Israele non la riunificò nel 1967, ad autentiche vessazioni della libertà religiosa dei cristiani e degli ebrei. Ma anche questo sembra dimenticato. Soprattutto, quando Hillary Clinton a metà marzo si è dichiarata oltraggiata dal fatto che la costruzione di 1600 unità abitative fosse stata annunciata durante la visita del vicepresidente Joe Biden, ha mostrato uno stupore indegno di chi conosca la storia come dovrebbe invece conoscerla il Capo dello State Department; e non sto parlando della storia del cuore, quella per cui quando gli ebrei pregano in qualsiasi parte del mondo si volgono verso Gerusalemme, e per cui a Pesach ripetiamo alla fine del Seder “L’anno prossimo a Gerusalemme” e lo ripeteremo a Kippur, nel giorno più santo dell’anno.

Parlo dell’antica Gerusalemme sassosa e povera dove pure al tempo del sionismo religioso, prima dell’avvento del sionismo moderno, gli ebrei non esitavano a insediarsi pur di vivere la loro propria identità. La loro determinazione li rese per generazioni maggioranza nella città. Nel 1898 erano tre volte tutto il resto della popolazione, e il 75 per cento della popolazione di Gerusalemme Est, due parole che pronunciate o scritte insieme ormai significano, stranamente, “fuori gli ebrei”. Nel 1914, sotto l’impero ottomano, gli ebrei erano 45mila su 65mila abitanti. Nel 1948, 100mila contro 65mila arabi. Prima dell’unificazione, la parte controllata dai Giordani era 6 chilometri e mezzo quadri contro i 38 chilometri abitati da ebrei. Ma veniamo alla semplice realtà quotidiana di chi conosce Gerusalemme: French Hill, Pisgat Zeev, Neveh Yacov, Gilo… qualcuno li considera fra i cittadini di Gerusalemme “insediamenti”, “East Jerusalem”?

Sono più di 40 anni che il governo d’Israele costruisce in queste aree di cui alcune non sono affatto ad est, e non li considera carte da scambiare in negoziati. Ramat Shlomo attaccato ad altre case ebraiche, anche durante i negoziati che hanno avuto luogo ai tempi di Ehud Barak e Arafat e poi durante quelli fra Olmert e Abu Mazen, falliti solo perché Abu Mazen si è tirato indietro all’ultimo minuto, fu considerata da ambo le parti come area che poteva restare eventualmente in mani israeliane. Qualcuno dovrebbe far vedere a Obama un piccolo film sul formicolio di vita ebraica del tutto integrata da decenni, spesso soltanto un ritorno ai quartieri da cui i giordani avevano cacciato gli ebrei nel 1948: sono certa che poiché glieli descrivono sempre come “insediamenti” lui si immagina dei recinti, delle colonie chiuse, corpi estranei rispetto a un tessuto antropologicamente e religiosamente diverso.

Obama ha fallito nel trattare Gerusalemme come la West Bank; anche la più banale considerazione politica avrebbe dovuto suggerirglielo, dal momento che quasi dieci mesi fa Netanyahu accettò dall’amministrazione americana la richiesta di imporre un freezing, un congelamento, come fu chiamato, di tutte le costruzioni dentro gli insediamenti (problema mai posto prima come precondizione per discutere il processo di pace), accettò una serie di misure di libero movimento per i palestinesi pur con chiaro rischio per la sicurezza degli israeliani, accettò di dare all’economia dell’Autonomia Palestinese una spinta senza precedenti, che infatti ha prodotto un salto in avanti formidabile. Ma non accettò il freezing di Gerusalemme, nessuno può rivendicare questa promessa.

E di nuovo, in visita di pentimento per la stupidaggine compiuta dal suo ministro Eli Ishai nell’annunciare le costruzioni proprio mentre Biden era nella capitale, è pronto ad ascoltare tutte le richieste di Washington. Chi dice che fa orecchie da mercante davvero non legge bene la realtà odierna, in cui, in presenza del pericolo iraniano che si allarga anche a Siria, Hezbollah e Hamas, Israele ha tutto l’interesse alla simpatia americana. Ma Gerusalemme non sarà mai nel pacchetto di concessioni preventive, perché è l’anima e il corpo degli ebrei. Non sarà mai un pacchetto. E’ con noi da tremila anni. 

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