Gaza, Sharon ha fatto la mossa giusta?
giovedì 25 agosto 2005 Panorama 0 commenti
È una scelta israeliana o una vittoria dei terroristi palestinesi? Lo stato ebraico è ormai lacerato? Ed è davvero più sicuro? Cosa si prepara per i coloni disperati e gli arabi moderati? Risposte alle domande su una svolta storica.
Nevet Dkalim, la più importante fra le cittadine della Striscia di Gaza: con gli occhiali sul naso pieno di lentiggini e la capigliatura rossa spettinata, i piedi ancorati su un tappeto d’erba, un ragazzino con il corpo come un arco punta la testa in avanti. A braccia tese spinge la pancia di un soldato alto e grosso che si appresta a entrare nella sua casa e gli urla: «Guardami negli occhi, tu vieni a distruggere la mia casa!». Ma il soldato non può starlo a sentire, anche se il viso è contratto, prossimo alle lacrime. Avanza con il suo reparto verso le case da sgomberare e, oltre al dolore di calpestare un’erba così verde, coltivata come per miracolo nella sabbia e adesso destinata a morire, sente lo strazio: deve cacciare famiglie che mai più vivranno nelle case costruite con le loro mani. Probabilmente quel soldato grande e grosso ha nella testa gli stessi drammatici interrogativi di tutto il mondo. Per cominciare: perché il premier Ariel Sharon ha deciso di sgomberare Gaza senza ottenere in cambio neppure una promessa di pace e neppure un gesto dal leader palestinese Abu Mazen contro il terrorismo di Hamas? «Perché, perché?» ha seguitato a chiedere la gente impegnata a Gaza a resistere allo sgombero. Benny Elon, un membro del parlamento trasferitosi a Morag con i coloni, ricorda amaro: «Almeno quando abbiamo restituito il Sinai all’Egitto in cambio abbiamo ottenuto un trattato di pace che tiene dal 1979. Stavolta otterremo altri missili e attentati suicidi». Ma l’intenzione di Sharon, spiega Eyaòl Gladi, aiutante del primo ministro per Gaza, davanti al caotico centro di Eshkol, all’entrata della Striscia, è chiara: da una parte evitare che il sionismo, ovvero il progetto degli ebrei di costruire il loro stato, si trasformi da sogno democratico in incubo a causa del quale devono dominare un altro popolo. A Gaza c’erano 8 mila coloni a fronte di quasi 1 milione e mezzo di palestinesi: una situazione ingestibile, a meno di non stabilire leggi che niente hanno a che fare con la democrazia. Il secondo scopo è tentare, conferendo ad Abu Mazen un nuovo territorio, di responsabilizzare la leadership palestinese, sperando che combatta il terrorismo e democratizzi le proprie strutture. È un modo di partecipare alla grande scommessa per la libertà in Medio Oriente cui punta il presidente americano George W. Bush. La seconda domanda è sulla reazione palestinese. Basta aprire i loro giornali: sono pieni di slogan vittoriosi. Una copertina del giornale di stato mostra da una parte un palestinese che sventola la bandiera, dall’altra un «settler» ebreo piangente. Ma hanno davvero vinto i palestinesi? La risposta è che la sofferenza di Israele per l’attacco terrorista durato quattro anni e mezzo ha certo avuto il suo effetto. Tuttavia, è Sharon che ha vinto la guerra del terrore, riducendo gli attentati del 90 per cento con l’operazione Scudo di difesa: 7 mila palestinesi in prigione, molti dei leader di Hamas e delle Brigate di al-Aqsa eliminati con assassinii mirati, migliaia di attacchi bloccati per la strada grazie alla struttura rinnovata di intelligence. E innalzando il recinto di sicurezza, quella barriera difensiva che molti chiamano polemicamente muro. Ma, e qui viene la terza domanda, chi può garantire che i palestinesi si accorgano che il terrorismo è un fallimento strategico quando Hamas. seguita a proclamare che continuerà la guerra fino a liberare Gerusalemme perché è con gli attentati che ha ottenuto la liberazione di Gaza? Può garantirlo solo il prevalere del premier Abu Mazen su Hamas: «E questo al momento appare difficile. Anzi, Abu Mazen per ora è al fianco di Hamas quando eccita la folla dicendo che il ritiro da Gaza è il primo passo verso Gerusalemme » sostiene l’analista palestinese Khaled Abu Toameh. Dal versante arabo di Gaza aspetta di vedere se lo sgombero sarà inseguito dal fuoco palestinese che potrebbe fermare tutto. «Lo scontro fra Hamas e Abu Mazen al momento è sul merito dello sgombero. E per questo si seguita da ogni parte a lodare la lotta armata: questo non aiuta Abu Mazen». A una quarta domanda, se Israele sarà più sicuro nei suoi confini, Yaacov Amidror, generale e consigliere di Sharon, è molto scettico: «È più facile immaginare che quando i palestinesi controlleranno il porto e l’aeroporto a Gaza entrerà ogni tipo di armi. Allora sarà più facile arrivare con i missili Kassam alle città dentro la linea verde, e ci troveremo accanto un piccolo Iran che giura che Israele sarà distrutta, visto che Hamas a Gaza è maggioritario ». Quindi, ed ecco la quinta domanda, è immaginabile che Israele dopo questo sgombero prepari quello dalla Cisgiordania? Risposta realistica: Sharon proseguirà sulla linea demografica, ovvero cercherà di garantire che Israele rimanga uno stato a maggioranza ebraica, e della sicurezza. Proverà, anche se continuerà il terrorismo, a non abbandonare parte degli insediamenti più popolati. Ma sul campo, mentre si trascinano via le persone che hanno abitato lì per trent’anni facendo da scudo umano al sud di Israele, la previsione è durissima. La riassume a «Panorama» il leader dei coloni Arieh Eldad di fronte al mare azzurro di Shirat ha Yam, la Canzone del mare, villaggio con il nome più dolce e la resistenza allo sgombero più dura: «Sharon fa qui la prova generale del ritorno al più disastroso fra i processi di pace, quello di Oslo, in cui volevamo dare tutto e ricevere la pace, invece abbiamo ricevuto la guerra terroristica che ancora ci tormenta». Ma non è la differenza di opinioni, e qui è la sesta e più spinosa questione per Israele, la difficoltà che la società dovrà affrontare nelle prossime settimane e forse nei prossimi anni. Il nodo è la voragine che si è aperta all’interno di una piccola nazione, 6 milioni di persone in mezzo a 700 milioni di arabi di cui nemmeno un decimo ha accettato con un trattato la sua esistenza, che avrebbe bisogno dell’unità interna come dell’ossigeno. La risposta è nell’abbraccio disperato, nelle lacrime dei soldati e dei coloni durante lo sgombero. Al di là del grande scontro ideologico sulla sacralità della terra, c’è una sorte comune antichissima, un amore profondo che tocca tutto il popolo ebraico. Un senso di appartenenza che, anche se oggi viene messo da parte negli insulti a Sharon e ai soldati, non è morto in circostanze persino più fatali di questa. Un amore che ha conservato in vita nei millenni il popolo ebraico.
Nevet Dkalim, la più importante fra le cittadine della Striscia di Gaza: con gli occhiali sul naso pieno di lentiggini e la capigliatura rossa spettinata, i piedi ancorati su un tappeto d’erba, un ragazzino con il corpo come un arco punta la testa in avanti. A braccia tese spinge la pancia di un soldato alto e grosso che si appresta a entrare nella sua casa e gli urla: «Guardami negli occhi, tu vieni a distruggere la mia casa!». Ma il soldato non può starlo a sentire, anche se il viso è contratto, prossimo alle lacrime. Avanza con il suo reparto verso le case da sgomberare e, oltre al dolore di calpestare un’erba così verde, coltivata come per miracolo nella sabbia e adesso destinata a morire, sente lo strazio: deve cacciare famiglie che mai più vivranno nelle case costruite con le loro mani. Probabilmente quel soldato grande e grosso ha nella testa gli stessi drammatici interrogativi di tutto il mondo. Per cominciare: perché il premier Ariel Sharon ha deciso di sgomberare Gaza senza ottenere in cambio neppure una promessa di pace e neppure un gesto dal leader palestinese Abu Mazen contro il terrorismo di Hamas? «Perché, perché?» ha seguitato a chiedere la gente impegnata a Gaza a resistere allo sgombero. Benny Elon, un membro del parlamento trasferitosi a Morag con i coloni, ricorda amaro: «Almeno quando abbiamo restituito il Sinai all’Egitto in cambio abbiamo ottenuto un trattato di pace che tiene dal 1979. Stavolta otterremo altri missili e attentati suicidi». Ma l’intenzione di Sharon, spiega Eyaòl Gladi, aiutante del primo ministro per Gaza, davanti al caotico centro di Eshkol, all’entrata della Striscia, è chiara: da una parte evitare che il sionismo, ovvero il progetto degli ebrei di costruire il loro stato, si trasformi da sogno democratico in incubo a causa del quale devono dominare un altro popolo. A Gaza c’erano 8 mila coloni a fronte di quasi 1 milione e mezzo di palestinesi: una situazione ingestibile, a meno di non stabilire leggi che niente hanno a che fare con la democrazia. Il secondo scopo è tentare, conferendo ad Abu Mazen un nuovo territorio, di responsabilizzare la leadership palestinese, sperando che combatta il terrorismo e democratizzi le proprie strutture. È un modo di partecipare alla grande scommessa per la libertà in Medio Oriente cui punta il presidente americano George W. Bush. La seconda domanda è sulla reazione palestinese. Basta aprire i loro giornali: sono pieni di slogan vittoriosi. Una copertina del giornale di stato mostra da una parte un palestinese che sventola la bandiera, dall’altra un «settler» ebreo piangente. Ma hanno davvero vinto i palestinesi? La risposta è che la sofferenza di Israele per l’attacco terrorista durato quattro anni e mezzo ha certo avuto il suo effetto. Tuttavia, è Sharon che ha vinto la guerra del terrore, riducendo gli attentati del 90 per cento con l’operazione Scudo di difesa: 7 mila palestinesi in prigione, molti dei leader di Hamas e delle Brigate di al-Aqsa eliminati con assassinii mirati, migliaia di attacchi bloccati per la strada grazie alla struttura rinnovata di intelligence. E innalzando il recinto di sicurezza, quella barriera difensiva che molti chiamano polemicamente muro. Ma, e qui viene la terza domanda, chi può garantire che i palestinesi si accorgano che il terrorismo è un fallimento strategico quando Hamas. seguita a proclamare che continuerà la guerra fino a liberare Gerusalemme perché è con gli attentati che ha ottenuto la liberazione di Gaza? Può garantirlo solo il prevalere del premier Abu Mazen su Hamas: «E questo al momento appare difficile. Anzi, Abu Mazen per ora è al fianco di Hamas quando eccita la folla dicendo che il ritiro da Gaza è il primo passo verso Gerusalemme » sostiene l’analista palestinese Khaled Abu Toameh. Dal versante arabo di Gaza aspetta di vedere se lo sgombero sarà inseguito dal fuoco palestinese che potrebbe fermare tutto. «Lo scontro fra Hamas e Abu Mazen al momento è sul merito dello sgombero. E per questo si seguita da ogni parte a lodare la lotta armata: questo non aiuta Abu Mazen». A una quarta domanda, se Israele sarà più sicuro nei suoi confini, Yaacov Amidror, generale e consigliere di Sharon, è molto scettico: «È più facile immaginare che quando i palestinesi controlleranno il porto e l’aeroporto a Gaza entrerà ogni tipo di armi. Allora sarà più facile arrivare con i missili Kassam alle città dentro la linea verde, e ci troveremo accanto un piccolo Iran che giura che Israele sarà distrutta, visto che Hamas a Gaza è maggioritario ». Quindi, ed ecco la quinta domanda, è immaginabile che Israele dopo questo sgombero prepari quello dalla Cisgiordania? Risposta realistica: Sharon proseguirà sulla linea demografica, ovvero cercherà di garantire che Israele rimanga uno stato a maggioranza ebraica, e della sicurezza. Proverà, anche se continuerà il terrorismo, a non abbandonare parte degli insediamenti più popolati. Ma sul campo, mentre si trascinano via le persone che hanno abitato lì per trent’anni facendo da scudo umano al sud di Israele, la previsione è durissima. La riassume a «Panorama» il leader dei coloni Arieh Eldad di fronte al mare azzurro di Shirat ha Yam, la Canzone del mare, villaggio con il nome più dolce e la resistenza allo sgombero più dura: «Sharon fa qui la prova generale del ritorno al più disastroso fra i processi di pace, quello di Oslo, in cui volevamo dare tutto e ricevere la pace, invece abbiamo ricevuto la guerra terroristica che ancora ci tormenta». Ma non è la differenza di opinioni, e qui è la sesta e più spinosa questione per Israele, la difficoltà che la società dovrà affrontare nelle prossime settimane e forse nei prossimi anni. Il nodo è la voragine che si è aperta all’interno di una piccola nazione, 6 milioni di persone in mezzo a 700 milioni di arabi di cui nemmeno un decimo ha accettato con un trattato la sua esistenza, che avrebbe bisogno dell’unità interna come dell’ossigeno. La risposta è nell’abbraccio disperato, nelle lacrime dei soldati e dei coloni durante lo sgombero. Al di là del grande scontro ideologico sulla sacralità della terra, c’è una sorte comune antichissima, un amore profondo che tocca tutto il popolo ebraico. Un senso di appartenenza che, anche se oggi viene messo da parte negli insulti a Sharon e ai soldati, non è morto in circostanze persino più fatali di questa. Un amore che ha conservato in vita nei millenni il popolo ebraico.
