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Gaza, laboratorio per la pace. Il successo dello sgombero dalla Striscia sarà fondamentale per tutto il Medio Oriente

giovedì 7 ottobre 2004 Panorama 0 commenti
Quando pochi giorni fa è iniziato l’anno ebraico 5765, in Israele lo hanno consacrato «Anno dello sgombero»: quello da Gaza. Il primo ministro Ariel Sharon, pur minacciato di mor te come Yitzhak Rabin dagli estremisti di destra, lo ha confermato a ogni intervista: «Questo è l’anno in cui Gaza e una parte della Cisgiordania saranno sgombrate, niente potrà fermarmi». L’opposizione religiosa promette la guerra civile, l’ansia che avvolge questa scadenza è gigantesca non solo per Israele: è un evento di dimensioni mondiali, almeno secondo tre parametri. Primo, il contesto mondiale della guerra al terrorismo. La scelta israeliana di sgomberare unilateralmente Gaza è evidentemente legata a una richiesta americana, tesa a fornire a George W. Bush un forte elemento di novità. Il ritiro israeliano è una mano tesa verso la pace con il mondo islamico, un punto su cui far leva per richiedere contropartite arabe e iraniane sul terreno delle riforme e della guerra al terrore. Un ritiro di successo porterebbe un contributo alla pacificazione del Medio Oriente come la riuscita delle elezioni in Iraq o lo smantellamento del potenziale nucleare iraniano. Se Gaza dovesse, sotto la mediazione egiziana, risultare un terreno almeno semipacificato, smetterebbe di essere un nido di terrore integralista, di rapimenti (come quello del dipendente Cnn) in cui fra i terroristi palestinesi di Hamas scorrazzano, lasciando vistose impronte, gli hezbollah di marca libanese-siriana e iraniana. Il secondo vantaggio internazionale, se davvero le fazioni palestinesi bloccassero gli attentati e si concentrassero nel condividere il governo della zona sgomberata, sarebbe quello di avere avuto per la prima volta il coinvolgimento di un paese arabo, l’Egitto, nella guerra al terrore, e dall’altra parte una presa di responsabilità palestinese sul terreno. Sarebbe un esperimento di governo su una zona dove, finita l’occupazione, le responsabilità risulterebbero comuni. Una prova per verificare il rapporto fra democratizzazione e declino del terrore, alla base della dottrina Bush e della guerra in Iraq. Ma, come in Iraq, la sfida può rivelarsi molto difficile da gestire, il terrorismo può diventare per una prima fase ancora più acuto. Al Qaeda può vedere in Gaza sgomberata una zona franca, gli hezbollah e i loro sponsor possono usare il grande potere popolare di Hamas. Quindi lo sgombero potrebbe divenire per Israele e per il mondo molto rischioso. Però, terzo punto, «due stati per due popoli » appare nonostante tutto una soluzione possibile, date le aspirazioni nazionali palestinesi e i problemi demografici d’Israele. Quel che deve essere accuratamente evitato è l’idea che lo sgombero sia basato sul diritto internazionale o su diritti inalienabili dell’una o dell’altra parte. I coloni impugnano contro Sharon l’arma della delegittimazione morale, i palestinesi fanno lo stesso, il consesso internazionale misura la dimensione dello sgombero come metro della moralità di Israele, senza considerare i problemi della sicurezza. A Gaza è in atto un esperimento che si compie sotto il fuoco, mentre i palestinesi proclamano una vittoria sullo stile di Hezbollah e promettono nuovi attentati. È l’ennesimo tentativo di Israele, molto ostacolato dall’interno, di cedere territori in cambio di pace.

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