Gaza, la prova più dura di una democrazia
giovedì 1 settembre 2005 Diario di Shalom 0 commenti
I giorni del disimpegno rimarranno come esempio per tutti gli eserciti del mondoQuesto non è un pezzo politico sullo "sgombero", come è stato chiamato il disimpegno di Israele da Gaza e da parte della Samaria, ma un tentativo di trovare per me e per voi un po' di consolazione rispetto a ciò che si è svolto sotto i nostri occhi, ovvero, che uno ne sia politicamente soddisfatto o meno, lo strappo di migliaia di famiglie dal Gush Kativ e da quattro insediamenti della West Bank, talvolta ormai alla terza generazione. Questa consolazione, che cerco qui di comunicare, io l'ho trovata in mezzo a molto strazio nella forza, unica al mondo, della democrazia israeliana.
Non è da giornalista confessare che talvolta le parole non bastano a esprimere ciò che si è visto; certo non è una frase che ci aspetta da una che, come me, ha visto tante guerre e tanto terrorismo. Eppure stavolta, dopo aver assistito allo sgombero di Gaza, e poi di Sa Nur e di Chomesh, davvero sento che non ci sono parole per raccontare quella storia, neppure da vicino. Le lacrime e le grida dei settler che perdevano le loro case, le loro serre, le sinagoghe, i loro amici, i vicini, la bellezza del mare e sentivano l'inutilità dell'eroismo con cui avevano resistito alla perdita di tanti fra i loro cari in attacchi terroristici per qualcosa che ormai non esiste più, la fine del sogno sionista di far fiorire le dune di Gaza, la sparizione dell'intero significato della loro esistenza; e tutto questo soffrire, sia silenzioso che gridato, avveniva per le mani dei loro compatrioti ebrei.
Posso solo offrirvi qualche immagine ricordando un membro della famiglia Matzilia che aveva appena dato fuoco alla propria casa a due piani ornata con buganvillee rosse e alberi di acacia; le fiamme uscivano dalle porte, dalle finestre e dagli attici, la sua famiglia stava in piedi pericolosamente in bilico, fra grida e pianti, sulle tegole arroventate; e lui era là, gettato per terra davanti ai miei piedi, con la faccia a terra, un pezzo di terra lui stesso, il suo vecchio padre che tentava di girarlo in alto e di dargli un po' d'acqua.
Ricordo un ragazzino di dieci anni circa con i capelli rossi, mentre spingeva fuori da casa sua un grosso soldato puntando a tutta forza le braccia contro il suo petto, gli occhiali scesi sul naso pieno di lentiggini e lacrime, e ripeteva "Per favore non la mia casa, non la mia mamma"; e la stessa sera lo stesso ragazzo che se ne andava in giro fra gli autobus che partivano per sempre da Morag e ripeteva: "Voglio andare a casa".
Ricordo un gruppo di residenti di Netzer Hazani mentre un enorme bulldozer entrava nell'insediamento nel fumo nero per infrangere le barricate di copertoni e taniche roventi oltre il cancello, e avanzava con i cingoli sull' erba brillante che ben presto sarà di nuovo sabbia; avvolti nel tallit gridavano tutti in coro "Adonai, Adonai", come se Dio potesse improvvisamente risvegliarsi e operare il miracolo che si aspettavano invano da mesi.
E' difficile dirlo, ma in quel momento non si poteva evitare un pensiero bruciante sull'infinita sofferenza ebraica nel corso dei secoli; difficile non pensarci, quando i soldati hanno fatto uscire a forza tanti vecchi piangenti dalle sinagoghe ed essi seguitavano, trasportati a braccia, a leggere il loro libro di preghiere.
E c'è stato dell'altro, e ben altro ancora. Ma una consolazione mi ha aiutato a sopportare quelle ore, ed era una consolazione essenziale, e quindi consistente, legata alla natura stessa dello stato d'Israele, e della sua unica e stupefacente creazione, Tzahal, insieme alla Polizia di Stato: l'atteggiamento umano dolce e comprensivo, e tuttavia fermo, professionale e chiaro moralmente che i soldati e i poliziotti israeliani sono riusciti a creare sotto quel sole, in quella temperie, un rapporto sincero e caldo, ma privo di compromessi, con la gente stessa che essi rimuovevano.
I giorni di Gaza resteranno per sempre un esempio di comportamento per tutti gli eserciti del mondo. E il rapporto fra esercito e popolazione resterà come garanzia basilare del fatto che in democrazia puoi continuare a parlare, a protestare, a pregare (quante parole ambedue le parti hanno speso, come se convincere un solo soldato a non operare lo sgombero potesse cambiare il corso della storia, o come se un settler convinto della giustezza del disimpegno potesse cambiare l'ira collettiva degli abitanti trasportati via) senza usare la forza, salvo in pochissimi casi.
Il disimpegno è stata l'immagine stessa di una attiva democrazia motivata moralmente.
In Netzer Hazani, dove lo sgombero è stato relativamente tranquillo, quando una famiglia si è barricata in casa, il giovane comandante Uri Lav l'ha invitata a discutere fuori: "Dovere uscire adesso. Purtroppo prima o poi, oggi, devo mettere in atto gli ordini". "Ma questa casa l'abbiamo costruita con le nostre stesse mani, i nostri genitori sono vissuti qui, i nostri figli ci sono nati, cosa racconterai ai tuoi bambini, avrai il coraggio di dire loro che hai trascinato i tuoi fratelli ebrei via dalla terra che hanno coltivato con amore per tanti anni?".
Lav, in piedi nel sole bollente, con una mano appoggiata sulla spalla del suo interlocutore risponde con voce chiara anche se triste: "Fratello, ti capisco, ma devi uscire da questa casa, mi dispiace tanto, piango con te, ma ora, subito, è arrivato il momento di andarsene". Lav ha l'aspetto molto stanco, seguita a tenere la mano sulla spalla del suo interlocutore che risponde:"Sai bene che non me ne andrò, perché ho ragione, e ubbidisco alla Legge". Lav con un piccolo sorriso dice: "Sono io ad avere ragione, semplicemente perché sono io, al momento, che rappresento qui la legge e l'ordine, rappresento una decisione dello Stato d'Israele, della sua Knesset, non puoi mescolare religione e legge". Lo dice senza nessuna retorica, una semplice constatazione di fatto.
Non c'è posto per la teocrazia se vivi in un sistema parlamentare, e questo non ha niente a che fare col credo personale del cittadino. L'uomo che piange e che fra poco i soldati trasporteranno via a braccia dalla sua casa ha la sua ragione; ma quel giovane comandante in uniforme che insieme al settler disperato, che pure non userà violenza, suda sotto il sole di Gaza è un faro di democrazia, e il settler insieme a lui, e io mi sento onorata di avere assistito a quel dialogo. Tace adesso il settler, anche se certo è convinto che la Torah sia al di sopra di tutto: ma è anche un israeliano, come Lav; e Lav tace a sua volta. Con il suo atteggiamento rispettoso e la sua compassione mostra di sapere che senza la Torah gli ebrei e quindi lo Stato Ebraico non esisterebbero. Hanno ambedue ottime ragioni per restare insieme in faccia al passato e al futuro.
Molti soldati hanno discusso per ore con le famiglie, finché hanno ricevuto l'assenso per aiutarli a trasportare i bagagli. Ho visto un giovane ufficiale seduto sul pavimento della casa della famiglia Hilberg, il cui figlio Johanan è stato ucciso nel 1997. Sotto il suo ritratto ha ascoltato in lacrime un tragico discorso della mamma di Johanan, Broide, che lascia non solo la casa ma anche la tomba del figlio nel villaggio, e alla fine chiede il permesso di dire qualcosa: "Vorrei solo rassicurarla che io amo questo Paese non meno di lei. La prego di credermi. Io e i miei amici serviamo nelle migliori unità dell'esercito, proprio come suo figlio, di cui ho sentito tanto parlare. Combattiamo i terroristi proprio come lui. E io sono qui per cercare di superare le fratture che oggi esistono fra di noi; non ce lo possiamo permettere, la prego, lasci che l'aiuti a trasportare fuori la sua valigia".
Broide lascia che il soldato trasporti la valigia lungo il solito sentiero dalla casa alla Sinagoga, quello che insieme al marito Shaul ha percorso ogni giorno per tanti anni. Là, con i soldati e gli abitanti di Netzer Hazani si è seduta, ha pianto e cantato. Non percorrerà più quel sentiero.
A Kfar Darom, uno degli insediamenti più duri del Gush Kativ, una ragazzina, dopo aver gridato cento volte a un giovane soldato che "un ebreo non deporta un ebreo" comincia a sparargli a ripetizione il secondo slogan più importante: "Guardami negli occhi". Gliel'ha ripetuto ancora e ancora, mentre il soldato la osservava pazientemente.
Quando non ce la fa più protesta: "Ma non vedi? Io ti guardo negli occhi, sono azzurri, ma anche tu mi devi guardare".
La ragazza, una fanciulla modesta e religiosa, anche lei molto giovane e graziosa, che certamente non ha mai molto guardato un ragazzo negli occhi, all'improvviso sembra vedere il soldato, la sua faccia da diciottenne, la sua diversa cultura, la sua espressione imbarazzata e rattristata: "Davvero" - dice con semplice onestà - "è vero, mi guardi negli occhi, anch'io ti vedo, riusciamo a vederci l'un l'altro".
