Fiamma Nirenstein Blog

Gaza: Israele al bivio delle scelte

lunedì 1 agosto 2005 Diario di Shalom 0 commenti

L’importanza di una linea comune davanti alla decisione dello sgombero

Che cosa sta accadendo nelle settimane precedenti allo sgombero dei settler israeliani da Gaza e da una parte della Samaria? La risposta la vedete sui teleschermi, la leggete sui giornali: è uno scenario terremotato, infuocato e turbato, sia in Israele, dove il movimento che si oppone allo sgombero sposta decine di migliaia di persone, che nei Territori Palestinesi, specie a Gaza, da dove Hamas seguita a far piovere missili Kassam sugli insediamenti e nella Linea Verde.

La grande messinscena della "marcia" di Kfar Darom, che si è conclusa solo per caso senza morti e feriti, è stata veramente drammatica e anche sconcertante per chi si aggirava sotto il sole.
Era difficile capire che cosa stesse succedendo, che cosa può spingere migliaia persone di tutte le età ad accalcarsi in un recinto chiuso dall'esercito da ogni parte, in una temperatura che danneggia i numerosi bambini e neonati che circondavano le donne, cosa spinge a dormire tre, massimo quattro scomode ore dentro minuscole tende per poi recitare schacrit la mattina insieme a tante altre persone che non hanno potuto né bere un caffè né lavarsi, e che ci sono lasciati dietro la casa e il lavoro.
Cosa può spingere a scontrarsi verbalmente e a spintoni col cuore del cuore di Israele, i soldati di leva che mano nella mano formavano una catena fuori della rete chiusa del moshav per impedire di uscire in direzione del Gush Katif, zona militare proibita. Quel che ho visto è stato vario e diverso, e aveva però questi tratti in comune: prima di tutto una grande disillusione; in secondo luogo la convinzione assoluta di aver ragione e quindi l'impossibilità totale di accedere alle ragioni dell'altro.
La disillusione riguarda prima di tutto la perdita di identità. Il movimento nazionale religioso ha avuto dal 1967, e in particolare nei '70 dopo la Guerra del Kippur, un ruolo riconosciuto da qualsiasi tipo di governo, che ha cercato di inglobarlo nella sua politica con concessioni più o meno grandi, a seconda delle sue possibilità o convinzioni, ma sempre facendolo sentire indispensabile. Da parte sua (e qui viene il punto della unicità delle proprie convinzioni) il movimento si è sentito, dopo la Guerra dei Sei Giorni e la nascita degli insediamenti, pieno di divina energia, in senso letterale, come se Dio stesso avesse parlato concedendo agli ebrei di tornare per intero alla sua Terra d'origine.
Adesso Sharon (e proprio lui, il padre degli insediamenti, ciò che costituisce un ulteriore, grande elemento di delusione) ha tolto loro ogni indispensabilità politica, facendo un governo che non risente della loro assenza e va avanti come un tank verso il disimpegno; così facendo ha messo in questione la veridicità di quello che essi sentono come un messaggio divino.
Qui si crea la frattura essenziale: perché, se è del tutto possibile e sensato concordare con chi vede serissimi pericoli nello sgombero (per esempio il diffondersi dell'uso strategico dei missili kassam da parte palestinese - e rientrare con l'esercito dentro Gaza non sarà proprio così facile! - o il predominio della visione di Hamas per cui con le armi e il terrorismo e non con la trattativa si cacciano gli ebrei, ciò che è un'evidente pessima lezione per il futuro), invece si può benissimo avere una visione morale diversa da quella dei settler, e non essere per questo "traditori", vigliacchi" come essi chiamano i soldati arrivando a accusarli di essere "come i kapò che deportavano gli ebrei": per loro, seguire l'indicazione religiosa sionista della Terra d'Israele Intera è un dictat morale irrinunciabile.
Non ammettono che per altri può esserlo invece l'idea di evitare di dominare con la forza un altro popolo, che specie a Gaza ha un pauroso predominio demografico e la cui dominazione quindi minaccia la democrazia.
In definitiva, la questione della democrazia è centrale per una parte (oggi il 51 per cento degli israeliani) e meno importante per altri (il 30 per cento che è contro lo sgombero) mentre il 19 per cento, non sa decidersi. D'altra parte anche se la tragedia della spaccatura, che ormai è soprattutto fra laici e religiosi, fa male ed è il pensiero fisso di tutta Israele, da alcuni sintomi si può prevedere che la voragine non si allargherà fino alla violenza. Fino al momento in cui scriviamo, abbiamo visto un grande sforzo dell'esercito e della polizia, e anche degli oppositori del disimpegno di evitarla, di seguitare a parlarsi anche se attraverso la rete di Kfar Maiomon.
I soldati al varco di Kissufim guardano rattristati le ragazze che fanno loro piccole conferenze infuocate e offrono loro acqua e frutta per poi tuttavia gridargli senza pietà di disubbidire agli ordini e di rendersi conto che "Yehudì lo megaresh Yehudi", un ebreo non deporta un altro ebreo, ma l'aria non è tragica, definitiva. E' triste, ma un soldato resta un soldato d'Israele, e persino un movimento infuriato come quello dei settler finora ha deciso di gridargli anche: "Ti vogliamo bene".
E da Kfar Maimon non c'è stata la temuta marcia verso Gaza per irrompere con la forza nella zona chiusa. Sembra che alla fine l'esistenza di una chiara maggioranza democratica conti ancora qualcosa anche per la parte che chiama Sharon "dittatore".
E anche che non si perdano del tutto nella disattenzione di chi pensa ad altro i colpi dei missili kassam che cadono sulla Striscia e su Sderot, che anche chi passa il proprio tempo a organizzare dimostrazioni contro l'esercito pure ascolti almeno da lontano le parole dei portavoce di Hamas che si vantano di avere vinto la guerra del terrore, che spingono nell'angolo Abu Mazen e ogni speranza futura di trattativa. Perché dove vince il terrore, come ripetono alla loro gente contro ogni evidenza storica, certamente è inutile trattare, mentre serve creare nuovi shahid.
Ad affrontare questa continua minaccia, solo un popolo unito almeno sul senso della propria esistenza può farcela.

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