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Finalmente "a casa"

giovedì 1 agosto 2002 Diario di Shalom 0 commenti
Non era facile immaginare quello che è accaduto il 9 luglio all'aeroporto Ben Gurion, ovvero che 400 ebrei americani e canadesi scendessero da un aereo della compagnia El Al per restare, per diventare cittadini dello Stato col peggior record di terrorismo del mondo (sì, peggiore di quello americano dopo le Twin Towers, perché in proporzione numerica, gli uccisi dal terrorismo qui corrisponderebbero a 35mila americani). Sono passati 18 mesi dall'inizio dell'Intifada, sono passati ormai una decina d'anni da quando fu proclamata la fine del sionismo classico, quello per cui, semplicemente, il cuore tende verso Sion e la promessa "l'anno prossimo a Gerusalemme" è nutrita di progetti reali. L'aliah era diventata sinonimo di fuga da realtà difficili, salvo che per qualche gruppo a volte eccessivamente ideologizzato; per la massima parte si era trattato appunto di Etiopi, Falasha Mura in fuga dalla fame e dalle persecuzioni, o di Russi e in genere di abitanti della vecchia URSS spaventati (a ragione) dall'atmosfera caotica, misera e antisemita che agita le loro zone. Prima ancora, c'era stata la fuga dai Paesi arabi, circa un milione di profughi fino agli anni Settanta, e poi quasi esauritasi naturalmente. Disoccupazione, emarginazione, violenze: questo aveva portato gli ebrei a immigrare negli anni. Con il processo di pace, molti giornalisti, politici e intellettuali israeliani decisero che era giunta l'era del postsionismo, per il quale in fondo non interessava tanto agli israeliani che gli ebrei venissero tutti "a casa", come si diceva, ed era invece forse meglio che seguitassero a fornire una sponda da lontano, a casa loro. Le motivazioni che sono state portate avevano carattere economico, l'idea di fondo era che tanto faticare per costruire lo Stato doveva finalmente sfociare in una situazione di normalità, in cui le porte non fossero spalancate a qualsiasi ebreo di qualsiasi età, in qualsiasi stato di salute o mentale, ma eventualmente socchiuse. Si parlò anche di emendare la legge del ritorno, ma la Knesset capì, fortunatamente, che sarebbe stato un disastro morale di dimensioni epocali se gli ebrei avessero osato proporre dei criteri di discriminazione. Proprio gli ebrei, discriminati e selezionati tante volte, e così recentemente. Il postsionismo seguitò a essere una corrente ideologica, ma senza effettive conseguenze pratiche. Finchè l'Intifada, la sofferenza del terrore, ha restituito una sensazione di bisogno, di solitudine; lo snobismo neosionista è finito, si è cominciato a desiderare, sopra a ogni altra cosa, una visita, una telefonata, qualcuno che dicesse "sono qui per restare". L'immigrazione da oltre Oceano era sempre stata una chimera; sugli americani, si era spesso detto che venivano in pochi e con spirito da cow boy, e questo è in parte vero, anche se è una visione parziale e piena di pregiudizi, che ignora come invece essi abbiano portato anche un'élite appassionata di scienziati, studiosi, accademici, esperti, e anche un rapporto con la loro patria d'origine molto utile a Israele. Comunque adesso sono stati loro, gli yankee, a sbarcare in 400 (tanti, in un giorno solo) definitivamente "a casa". Così hanno detto arrivando in Israele: "Finalmente a casa". Non sono spinti dal bisogno, anche se li aiuteranno misure speciali di sistemazione; sono di svariate estrazioni, non hanno paura di adattarsi anche in età matura a una situazione così problematica, una situazione di guerra e di lutti. Chi di noi lo farebbe, chi lo farà, oggi? Eppure l'ebraismo europeo avrebbe tanto da offrire, come ripete sempre Aleph Beth Yehoshua, in termini di cultura, di grazia, di arte. E questi doni sono una riposta così importante quando dall'altra parte la voce che risuona più alta è quella delle esplosioni; tenere alta la bandiera della democrazia e della civiltà di fronte al pericolo di vita sarebbe un compito degno dei nostri millenni di civiltà disaporica, una di quelle missioni di tikkun che salvano il mondo. Gli USA con i loro 400 immigranti hanno fatto un grandissimo regalo a Israele, la gente è grata e sorpresa. E viene da pensare che gli ebrei americani sono in grado di questo coraggioso idealismo sionista anche proprio in quanto americani, e non solo in quanto ebrei. Nella posizione del presidente Bush, nel suo discorso del 24 giugno, non c'era furbizia o cinismo, i due componenti psichici che consentono talora all'Europa di giustificare, di "comprendere" il terrorismo; Bush, anzi, ha avuto il grande coraggio intellettuale di collegare per la prima volta in modo programmatico e pragmatico l'idea che la pace con i palestinesi possa avanzare solo se nei Territori si introdurranno elementi di democrazia, se Arafat smetterà di tiranneggiare (almeno in parte) il suo popolo volgendolo alla guerra terrorista, se in generale l'area mediorientale conoscerà dei mutamenti non superficiali ma basilari: il cambiamento del regime iracheno, la rivoluzione popolare che già da tempo arde sotto la cenere in Iran. E' un punto di vista rivoluzionario per la sua novità e per l'inusitata onestà con cui un uomo politico, il più importante del mondo, ha saputo pronunciarlo. Da noi, in Europa, due più due non fa quasi mai quattro. In America, invece, sì. E' così per Bush, è così per molti americani e anche per gli ebrei americani. Si sono detti "Israele è in pericolo"; si sono chiesti "come si fa a dare una vera mano"; si sono risposti "con l'aliah". Una volta in Israele, ci saranno quelli di destra, quelli di sinistri, i poveri, i ricchi, i contenti e gli scontenti. Ci saranno le madri che piangono, i militari in guerra, le bombe che esplodono. Ci sarà la gratitudine di chi si sente solo. E' così semplice e così difficile. Non è fantastico per tutto il popolo ebraico? Non abbiamo da imparare, noi, europei così intelligenti?

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