Estremismo globalizzato. A Johannesburg, oltre al summit Onu, i no global. Con un obiettivo
giovedì 12 settembre 2002 Panorama 0 commenti
Ci sono stati tre summit a Johannesburg, non solo quello, terribilmente affollato, per lo sviluppo sostenibile, indetto dall’Onu. Il primo, l’ufficiale, è quello della ragionevole discordia, incentrato sostanzialmente sulla questione energetica e dell’acqua. Chi vuole più privatizzazioni, chi meno; chi pensa che il portafoglio debba essere direttamente svuotato nelle tasche del mondo in via di sviluppo, chi invece vuole garanzie di partnership e di sostenibilità anche politica; chi è pronto a smantellare in fretta le fonti dell’energia più inquinante (fra l’altro non è certo il caso dei paesi petroliferi e dei poveri che usano fossili, enormi produttori di scorie). È stato questo, dunque, un summit post 11 settembre, all’insegna della cautela, della svolta di un mondo che guarda al futuro con ragionevole sospetto, ma che è ben consapevole del fatto che un motore acceso a Roma infastidisce e danneggia, forse in modo irreversibile, anche un abitante del Polo Nord. Che dobbiamo lavorare insieme per salvare il mondo, che gli obiettivi stabiliti dieci anni fa a Rio de Janeiro sono ancora buoni, sono politically correct e meritano grandi investimenti, anche se intanto il sogno post guerra fredda ha lasciato il posto alla cautela. Il secondo summit è quello dei titoli dei giornali e della Cnn, delle ong ambientaliste classiche, qui riunite a Nasrec: un’opinione pubblica critica, che ama sospirare «qui non si combina niente», che ama ripetere «siamo tornati indietro». E poi c’è il terzo summit, quello che ormai si riunisce in tutti gli angoli del mondo dove si discute di sviluppo, e che è molto più importante del secondo, anche se non del primo. È un pubblico di marciatori anticapitalisti e massimalisti, antiamericano e antisraeliano, mescolato alle organizzazioni integraliste islamiche che inneggiano, come è capitato a Johannesburg, a Osama Bin Laden e alle brigate di Al Aqsa e riempiono i cortei, almeno per metà, di car telli che parlano di «toxic apartheid» in Israele e di caricature di George Bush. Questo tipo di mondo è astuto, passa dal conflitto mediorientale o dallo scontro con Saddam Hussein ad accuse di carattere ecologico: un paese che sa battere la desertificazione come nessun altro, che usa la sua poca acqua condividendola con i suoi nemici nel modo più avanzato e generoso possibile nella situazione data diventa un «ladro d’acqua» che vive su «terra rubata». Questo terzo summit ormai non segna soltanto, come talvolta i media fingono di credere, un epifenomeno a lato di grandi movimenti contro la miseria. Esso è invece la ragione di un possibile arretramento della coscienza ecologica nel mondo. Il suo estremismo è globalizzato, le sue aspirazioni vellicate ed eccitate dai leader africani e arabi, e il mondo ricco lo scruta con apprensione.
