Elezioni: attenti al pericolo di demonizzare il futuro premier
Shalom, novembre 2008
Ancora la campagna elettorale in Israele non è cominciata e già si sente la solita musica che si canta in tutte le lingue. Era ancora mattina presto quando una rassegna stampa mi ha informato, il giorno dopo la rinuncia di Tzipi Livni a formare il governo, di una insulsa filippica anti Netanyahu stampata sul giornale inglese The Independent, un quotidiano che non si è mai tirato indietro nei momenti topici: dal diffondere l’idea che a Jenin abbia avuto luogo una colossale strage da parte israeliana di poveri palestinesi inermi (non vero, come ha testimoniato l’indagine ONU), che il bambino Mohammed Al Dura sia stato ucciso dai soldati israeliani (non vero, come stabilito da un tribunale francese e da molte indagini), a una serie di altri miti che costruiscono quello di un popolo, quello ebraico, sempre colpevole e malefico.
Già sulla base delle informazioni diramate dall’Associated Press due ore dopo l’annuncio della Livni a rinunciare al mandato, in America, in Europa, in Australia, in Africa, il tam tam mediatico aveva già cominciato a rullare: attenti al lupo. Un orco deve sempre esistere in un Paese come Israele, un personaggio da criminalizzare e cui attribuire la mancanza di pace, che invece ha la sua principale origine nella persistenza del terrorismo anche quando Israele ha porto evidenti ramoscelli di ulivo. Ora, sia chiaro che io qui non intendo scrivere un pezzo in sostegno politico di Bibi Netanyahu: vorrei tuttavia che, ammaestrati dalla storia, considerassimo i vari prossimi candidati alla presidenza in Israele, Tzipi Livni, Bibi Netanyahu, Ehud Barak, semplicemente come politici che a fronte di una situazione geopolitica fra le più complicate del mondo, a problemi di difesa senza pari, si pongono, come avviene in ogni democrazia in maniera diversa, con le loro soluzioni, le loro idee.
Ho visto abbattersi anche su Ariel Sharon, finché non consegnò Gaza a un destino che si è poi rivelato più che incerto mettendola nelle mani dei palestinesi, la scure della cultura dell’odio. Ricordo di aver scritto tanti articoli per spiegare che Sharon aveva, come spesso i conservatori nella storia, come De Gaulle, come gli ex generali, il più qualificato desiderio di pace. Sbagliò semmai ad attribuire questa aspirazione anche ai palestinesi. Ricordo una caricatura che lo mostrava nudo come una figura di Goya mentre sgranocchiava bambini palestinesi, il ventre grasso cosparso di sangue: quella caricatura, una delle mille dedicategli dai suoi odiatori, vinse un elegante gara internazionale di satira indetta da organizzatori londinesi. Intanto a Gerusalemme scoppiavano i terroristi suicidi, e però gli amici italiani seguitavano, in Italia, a dirmi con compatimento: Eh, che situazione terribile, con quello Sharon.
L’Independent di Londra avverte che mentre Tzipi Livni è affidabile perché ha dimostrato di accettare la trattativa con i palestinesi sulla scia di Olmert, mentre Barak per la sua appartenenza politica è un altro candidato papabile, Bibi ha sempre mandato all’aria i processi di pace e sarà un vero disastro. Ora, questa versione dei fatti è semplicemente una falsificazione: Netanyahu, che è stato Primo ministro dal 1996 al 1999, si ritirò secondo gli accordi di Oslo, da vaste porzioni del West Bank. Non solo: l’impossibile accordo che regolava lo sgombero da Hebron, la città della tomba dei patriarchi, fu laicamente Netanyahu a concluderlo, dopo che la discussione sull’argomento era costata svariati (letteralmente) cardiopalma ai negoziatori. Bibi Netnayahu firmò con Arafat anche l’accordo di Wye che prevedeva altre cessioni territoriali. Il suo motto di allora “Itnù icablù”, “daranno riceveranno”, nell’impossibile trattativa con una squadra allenata da Arafat a covare il segreto “no” che condusse all’Intifada delle Moschee, risultò, dal punto di vista delle rinunce e delle risoluzioni raggiunte in cui si firmarono accordi con i palestinesi, molto più attivo di quello di Ehud Barak. Netnayahu è semplicemente un politico che ritiene che la formula “land for peace” non sia sufficiente a garantire nessuna pace, e che anzi ecciti la fantasia di distruggere lo Stato di Israele. La storia purtroppo non gli da torto, e credo che anche Tzipi Livni ormai non tratterebbe certamente più un indiscriminato ritiro ai confini dei ’67: chi non capisce che nella situazione attuale la cintura di Gerusalemme, le alture del Golan, la vallata del Giordano, per motivi diversi ma molto identificabili, non sono la stessa cosa delle città del West Bank, che per altro sono già nelle mani dell’Autorità Palestinese dall’accordo di Oslo e che anche Netnayahu ha più volte dichiarato destinate alla giurisdizione dei propri leader. Anche Barak ha un atteggiamento complesso e tutt’altro che, diremmo qui, sdraiato sui confini del 67. Nessuno dei leader che parteciperanno alle elezioni prenderebbe ‘10 con lode’ dalla stampa internazionale sulla questione dei confini del 1967. Prepariamoci quindi a seguire la campagna elettorale, che si concluderà a febbraio prossimo, con uno spirito da osservatori partecipi e non come una tifoseria, oltretutto carica di pregiudizi, che giudica il proprio ‘campione’ migliore degli altri.
