E la chiamano pace
giovedì 1 giugno 2000 Diario di Shalom 0 commenti
Per un lungo periodo, diciamo dal settembre 1993, il processo di pace ha avuto, agli occhi del mondo, un passo inarrestabile: le strette di mano erano frequenti, i premi Nobel fioccavano, le delegazioni viaggiavano dal Quwait alla Giordania, i sorrisi si sprecavano. Persino l'assassinio di Rabin e il periodo di Netanyahu non hanno potuto spezzare interamente l'impressione che le cose andassero sostanzialmente nella direzione giusta. Infatti anche 'Bibi', che aveva una determinazione assoluta verso la sicurezza e poca fiducia in Arafat e negli altri partner di pace, non è affatto sceso dal palcoscenico delle strette di mano. Non bisogna dimenticare che è stato lui a cedere Hevron, e che lui ha poi firmato l'accordo di Wye Plantation. E anche se la sua riottosità e lentezza ai gesti concreti può essere considerata come uno stallo, pure la grande vittoria di Barak ha rilanciato Israele in pista, su ogni fronte, con tutte le forze: fra pochi giorni, addirittura, vedremo l'esercito ritirarsi dal Sud del Libano, e c'è chi giura che la porta siriana sia solo socchiusa; e proprio nelle ore in cui scrivo Barak è seduto insieme ad Arafat, a Ramallah, per decidere se ci troviamo a uno stadio definitivo (come vorrebbero i palestinesi) o intermedio delle cessioni territoriali di Israele. Tutto bene dunque. Invece non è così: la strategia delle strette di mano, infatti, alle volte serve a poco, se dietro non si costruisce la pace vera, quella degli uomini, quella dei popoli. E la verità è che mai negli ultimi dieci anni c'era strato un revival di antisemitismo arabo (chiamiamolo finalmente col suo nome) pari a quello odierno. Innanzitutto, esso ha preso la forma di un negazionismo dell'Olocausto che in confronto quello di Irving o di Garaudy sono uno scherzetto: non solo il Mufti di Gerusalemme ha dichiarato pubblicamente durante la visita del Papa che l'Olocausto è una balla, ma questa tesi è uscita sulla prima pagina del giornale siriano Tishreen ("Il sionismo ha creato il mito della Shoah per ricattare e terrorizzare gli intellettuali e i politici del mondo intero"). Al Ahram, Al Akhbar e Al Gomhouria, giornali egiziani, hanno scritto editoriali dello stesso tenore. "Mein Kampf" e "I protocolli dei Savi di Sion" sono best seller nel mondo arabo, e secondo l'inchiesta di un'università americana, Hitler è uno degli eroi dei ragazzi palestinesi. Una delle cause centrali della permanenza dell'odio e della diffamazione, sono i libri di testo delle scuole e il tirocinio didattico degli insegnanti. I libri di testo siriani dal quarto all'undicesimo anno sono zeppi di antisemitismo, di negazione dell'Olocausto, di definizione del sionismo come di un'ideologia razzista i cui legittimi genitori sono solo il nazismo e il fascismo, e non mancano anche aperti inviti a sterminare gli ebrei. I libri su cui, dopo sei anni di processo di pace, studiano i ragazzi palestinesi, non sono da meno, e quel che è peggio, il manuale ufficiale di guida degli insegnanti dà direttive stupefacenti: intanto impone di insegnare l'esistenza dello Stato d'Israele come un furto di terra che deve essere sanato e punito; non esistono mappe di Israele, tutto il territorio è definito Palestina; il sionismo è un'ideologia razzista basata su pretesti storici inesistenti che giustificano un atto di colonialismo; bisogna indicare ai ragazzi la figura dello shahid, il martire, ovvero il terrorista che si fa saltare per aria uccidendo gli ebrei, come una figura da ammirare e da imitare... Insomma se nei sorrisi di Arafat a Barak si scorge il segno di una pacificazione possibile, di un'accettazione quanto meno necessaria, anche se non desiderata, invece questo non avviene affatto nella società, dove le cose vanno di male in peggio. L'Egitto, che è il Paese arabo da più lungo tempo in pace con Israele, seguita a tenere un rapporto ambiguo, gelido, senza scambi di visite né di informazioni che non siano strettamente utilitaristiche. Mubarak non manca occasione per dimostrarsi il leader arabo che sa tenere alta la bandiera antisraeliana, come all'ultima conferenza della Lega Araba, quando è andato in visita a Beirut e - senza minimamente dar conto del fatto che sono gli hezbollah ad attaccare continuamente Israele anche in tempo di ritiro dal Libano - ha spinto la condanna araba per le rappresaglie con tutte le sue forze, ed in seguito ha chiesto anche di sospendere ogni incontro bilaterale con Israele. Un gruppo di intellettuali invitati da Gerusalemme al Cairo per incontri accademici, si sono visti sbarrare la porta dell'Università, e questo capita spesso. Lo stesso è accaduto ad Amman, in Giordania per una grossa delegazione d'affari. Le maggiori organizzazioni professionali si rifiutano in modo perfettamente determinato di avere a che fare con israeliani, e un dentista che aveva partecipato l'anno scorso alla festa dell'Indipendenza indetta dall'ambasciata d'Israele regolarmente piazzata ad Amman dopo la firma di Rabin e Hussein all'Aravà, ha dovuto fare pubblica ammenda scusandosi sul giornale e promettendo di non fare mai più una cosa simile. E anche i Paesi del Golfo aprono e chiudono i contati con discontinuità, sempre dimostrando una sostanziale antipatia, una prontezza a calare la mannaia sui rapporti di pace. Si chiamava "il rifiuto arabo": era passato di moda, ora è tornato alla grande, sostenuto dalla Siria, dall'Iran, dalla Libia, dal Sudan... I figli del mondo arabo odierno crescono credendo che l'Olocausto sia una balla, che Israele sia un paese razzista, che domani Israele sparirà dalla mappa. E la chiamano pace. Israele sa prendere calcolati rischi militari e strategici nel valutare le sue concessioni territoriali, nell'avere a che fare col terrorismo islamico ormai globalizzato e implacabile: mi domando se sappia calcolare bene anche il rischio dei libri di scuola, dei professori drogati di politica, dell'antagonismo interessato dei giornalisti e degli intellettuali. Intanto, il ministero della Cultura riforma i suoi programmi scolastici, colloca nei suoi programmi di studio i poeti arabi più antagonisti, modifica la storia nei suoi libri descrivendo il '48 come un sostanziale atto di ingiustizia nei confronti del mondo palestinese. Ricorda la cacciata, dimentica la guerra; ricorda le ingiustizie compiute dagli ebrei, dimentica l'eroismo, le sofferenze e anche la buona volontà. Compie comunque l'ammirevole passo di mettersi anche dal punto di vista dell'altro, di accettarne le ragioni. Solo così, anche nella vita, si fa la pace. Ma la pace con se stessi, anche se è sempre una buona premessa per incontrare l'altro, non è sufficiente quando ci sono di mezzo le armi. Il dilemma fra aprirsi e difendersi non è più facile oggi di quanto lo fosse nel 1993, proprio perché è un dilemma che è passato dal rapporto fra i leader al rapporto fra le popolazioni. Anzi, è più difficile. E qui occorre una nuova battaglia del mondo: oltre a quella per la giustizia territoriale in Medio Oriente occorre ormai che il mondo intero chieda con fermezza la fine delle parole di incitamento alla violenza nelle scuole e la negazione dell'Olocausto. Gli arabi sono un grande mondo, un grande popolo: si meritano il rispetto per cui si chiede a un nostro interlocutore alla pari di smettere di mentire.
