E i coloni sono rimasti soli. Quasi sette israeliani su dieci sono favorevoli agli
domenica 17 luglio 2005 Panorama 0 commenti
Forse la ventata di estremismo ha bruciato gli sterpi e acceso un fuoco di pace. Fra i molti eventi, la sequenza del 29 giugno a Gush Katif, l’area nella Striscia di Gaza dove avverrà lo sgombero dei coloni ebraici, lo lascia sperare. La vicenda, di cui si sono viste in tv le immagini mozzafiato, è il ritratto perfetto della grande contraddizione che attanaglia Israele in vista del ritiro. Quel giorno due giornalisti israeliani avvertono Tsahal, l’esercito, che un gruppo di giovani coloni sta linciando un palestinese. Un soldato si fa largo sotto una gragnuola di sassi verso Khaled Alsatal, il giovane palestinese di Khan Yunis con la testa sanguinante, e lo mette in salvo. Intanto arriva sull’ambulanza il paramedico Arieh Levi, un colono. Mentre trasporta via il palestinese, i teppisti con la kippà urlano: «Se ami la tua famiglia, lascialo là». Ma Arieh non si fa intimidire: «Un essere umano, quando è ferito, deve essere salvato» ricorderà poi. «Non c’entra se siamo in ansia e abbiamo paura dello sgombero». Sconvolta dalla violenza di quei coloni che minacciano la guerra fratricida, la società israeliana condanna le manifestazioni antiritiro. A poche settimane dal fatidico 15 agosto, le strade sono state invase dai blocchi; l’autostrada fra Tel Aviv e Gerusalemme è stata cosparsa d’olio; i dimostranti arancioni, colore del movimento antisgombero, hanno distrutto i vetri delle auto del kibbutz Maagan Michael perché ornati dal nastro blu, simbolo del sostegno al ritiro; il giovane ufficiale Avi Bieber si è rifiutato di distruggere una casa ebraica vuota a Gaza... Uno psicodramma collettivo, a cui la coscienza israeliana ha risposto con forza: nell’ultimo sondaggio, il 65 per cento degli intervistati si è detto favorevole allo sgombero. Compatte anche le istituzioni. Ariel Sharon e il presidente Moshè Katzav hanno chiamato «criminali» i giovani che l’esercito ha sgomberato dall’albergo Maoz ha Yam con una durissima operazione (150 persone sfrattate in 20 minuti) in una specie di prova generale dell’uso della forza. L’ufficiale Bieber è stato condannato alla pena massima per disobbedienza. I rabbini delle organizzazioni militari religiose sono stati invitati a chiedere ai soldati di ubbidire senza far storie. Chi ha tentato il linciaggio del giovane palestinese è finito in prigione. E l’esercito ha chiuso Gaza quando ha temuto l’arrivo di estremisti dalla Cisgiordania. Non è tutto: anche il fronte dei coloni si è spaccato. Il deputato Arieh Eldad, uno dei più duri, ha definito «provocatori » i «settler» più violenti. E nel frattempo, zitti zitti, i coloni di Ganim, in Samaria, hanno accettato di andarsene. In cambio di indennizzi governativi.
Fiamma Nirenstein
Fiamma Nirenstein
