Dopo Clinton e Bush, anche Obama prova fare il miracolo
Shalom, settembre 2010
di Fiamma Nirenstein
L’esperienza dello sgombero di Gaza cinque anni fa insegna che si potranno fare concessioni a patto che si abbandoni la violenza e l’odio. Questa la condizione che Israele chiede ai palestinesi
Come al volgere delle stagioni improvvisamente ti cade addosso il ricordo vivo di un evento vissuto in questi giorni, ma tanti anni fa, un paesaggio, un amico, un rimprovero, così in questi giorni mi si materializzato lo sgombero del Gush Katif, a Gaza, vissuto da inviato cinque anni fa. Cominciò il 15 di agosto. La ferita è più escoriante nei giorni in cui si rinnova a Washington il processo di pace, e la memoria di quei giorni in cui la speranza valeva certo più della sofferenza, mette insieme alle immagini dello sgombero, cui partecipavo come giornalista inviata, quelle del prato della Casa Bianca nel 1993, di Wye Plantation nel ’98, di Camp David, nel 2000, di Aqaba nel 2003, di Annapolis nel 2007.
Quante speranze, quante disillusioni. Ma quella di Gaza, vissuta nella carne degli abitanti della striscia che mostrava cosa fosse fisicamente uno sgombero, e che poi si concluse con le immagini folli della distruzione da parte palestinese delle serre di fiori e pomodori e delle sinagoghe, mi duole più di ogni altra, e questo ricordo è anche una preghiera di pace. Noi giornalisti venivamo trasportati a mezzanotte, alle due di notte a Neve Dkalim, a Kfar Darom, a Shirat ha Yam, a Morag, tutti nomi oggi fantasmi, allora cittadine fatte di piccole case bianche ornate di fiori di fronte al mare azzurro di Gaza, serre di pomodori ciliegia, di agrumi, di insalate verdissime e coltivate nell’acqua, nette da vermi e insetti come prescrive la legge ebraica. Scaricati dagli autobus che ci avrebbero ripreso a sera, ci buttavamo per le ultime ore di buio, fino all’alba, sulla sabbia di Gaza, e aspettavamo l’arrivo dell’esercito.
La gente dei paesini, diecimila persone disperate, in parte si erano adattate alla scelta di Sharon di regalare la Striscia ai palestinesi. Preparava le valige, piangeva in silenzio, vestiva i bambini, carezzava i vecchi preparandoli al distacco dal loro angolo di casa. Ma altri si asserragliavano sui tetti, si chiudevano nelle sinagoghe insieme ai rotoli della Bibbia.
I giovani giunti di rinforzo promettevano scontri che non ci sono stati. Molti ostentavano incredulità, sicuri che il miracolo ci sarebbe stato: non si poteva credere che le loro belle case, le loro attività, le tombe dei loro morti, spesso giovani e caduti per mano palestinese, seppelliti nel cimitero locale, sarebbero stati consegnati a quella che già, ai più lungimiranti, si configurava come Hamastan. Già durante lo sgombero Hismail Hanje, il capo di Hamas, e con lui da Damasco il vertice supremo dell’organizzazione terrorista guidata da Khaled Mashaal, dichiararono chiaramente che non riconoscevano nessun diritto di Israele a esistere, che l’odio per ebrei e cristiani non avrebbe certo avuto fine con lo sgombero, che il terrorismo sarebbe continuato, e così il lancio dei Kassam. Anita Tucker, un volto abbronzato, rugoso, coraggioso da capo indiano del Kibbutz Netzer Hazani, fra i fiori e le piante oggi tutti distrutti insieme alle case e le fabbriche e le sinagoghe, mentre usciva di casa chiese ai soldati di ripetere con lei “stiamo mettendo in atto una scelta immorale”. I soldati spiegavano che non potevano farlo perché la scelta era innanzitutto democratica, e poi perché era fatta nel nome della pace. Mi commossi molto della domanda e della risposta, e tenevo per il soldato. vedevo la sofferenza dei bambini dei settler strappati da scuola, trascinati, straziati uno a uno. E la sofferenza di soldati che si sentivano dare del traditore dai loro fratelli: le soldatesse piangevano prendendo in braccio e portando via i bambini che scalciavano, ragazzi di leva sedettero sul pavimento in segno di lutto con le famiglie che avrebbero trascinato via fra un momento. Era un momento alto di democrazia non c’è dubbio, eppure al fondo la storia avrebbe dimostrato che aveva ragione Anita Tucker. L’immoralità già baluginava lontano, nel rapimento di Gilad Shalit, nei missili che avrebbero colpito senza sorta Sderot in cambio della pace, nella crescita di un folle movimento oltranzista e pieno di odio come Hamas che avrebbe ucciso anche i suoi stessi fratelli palestinesi di Fatah, nello stabilirsi di un regime liberticida che educa i bambini a divenire terroristi e a cercare il sangue ebraico.
Sharon aveva deciso lo sgombero unilateralmente, senza reciprocità, senza garanzie almeno dall’Autorità Palestinese di Abu Mazen, senza verifiche da compiersi di tempo in tempo, senza l’accordo dei residenti, violando tutti i diritti personali. Hamas, e anche di concerto l’Olp, si vantarono dunque della decisione israeliana come di un gesto di resa, di una capitolazione di fronte alla violenza. Hamas vinse le elezioni e poi cacciò Fatah con la forza donatagli dall’acquiescenza di Israele. Adesso il risultato è quello di un potere che lancia missili sui civili israeliani, conculca tutti i diritti della sua stessa gente uccidendo i nemici politici, tiene Gilad Shalit prigioniero e più di ogni altra cosa promuove senza tregua una politica dell’odio. Netanyahu ha avuto parole molto aperte e generose verso Abu Mazen, dichiarandosi pronto alla soluzione di due stati per due popoli e chiedendo in cambio solo due impegni: quello per la sicurezza, e quello a riconoscere che Israele è il Paese del Popolo Ebraico.
Sembra tanto evidente che questi due punti debbano essere prioritari, e invece per il momento ricevono risposte negative, insieme tuttavia alle continue insistenze per dichiarare, senza nessuna condizione pregressa, che ai palestinesi venga concessa una porzione territoriale notevole come l’West Bank, entro i confini del ‘67. La pace a Israele costerà, se ci sarà lacrime e sangue: l’ho visto, posso testimoniarlo. Che non sia di nuovo una porta aperta verso la violenza è la condizione indispensabile perché si tratti di vera pace.
