Distruggere le famiglie è il solo obiettivo del terrorismo palestinese
domenica 1 dicembre 2002 Diario di Shalom 0 commenti
Venerdì scorso, alla fine della mattinata, con la famiglia di mio marito ci siamo diretti, ad un anno dalla morte di sua madre, verso Ar Ha Menuhot, il cimitero di Gerusalemme, un grande propileo che si estende in direzione della piana dall'antica città degli ebrei e delle tre religioni che credono in un Dio solo, ogni volta così pesantemente diverso. E' un solenne monumento di pietra, enorme e tacito, che appare per primo sulla strada da Tel Aviv, proprio quando vorresti essere solo felice di arrivare nella città dei Padri. Gli ebrei religiosi credono che essere seppelliti a Gerusalemme sia la strada più breve verso la redenzione quando il giorno del giudizio suonerà le sue trombe. Per chi non immagina una grandiosa scena di resurrezione dei morti, come l'ha vista Luca Signorelli, quel cimitero è una montagna di memoria, di pace. Non così venerdì scorso, o in molti altri giorni di questi ultimi due anni. Perché venerdì era il giorno in cui sono state seppellite cinque delle dodici vittime dell'attentato dell'autobus numero 20 di giovedì 21 novembre. Il cimitero appariva già all'ingresso come una tragica caricatura di una metropoli all'ora di punta: autobus pieni di amici degli uccisi che bloccavano l'ingresso, macchine che suonavano, soldati in formazione sparsa che andavano a rendere l'ultimo onore a qualche amico; padri, madri, parenti, mogli e mariti che camminavano a stento piegati dal dolore cercando il loro funerale sulla spianata. Intanto, una volta radunati, i cortei funebri si muovevano ciascuno nella loro direzione, spesso incrociandone un altro proveniente da direzioni diverse. Intanto, poiché correva la fine della shivà dell'attacco di Hebron, altri 12 morti, gruppi di altri disperati si assemblavano dai lati, al centro, le macchine restavano incastrate, la polizia cercava di spostare ai lati le migliaia di persone che andavano e venivano come per un commercio di tutti i giorni, come per un evento mondano. A essere sotterrati erano Ella Sharshevsky di 44 anni e suo figlio Michael di 16, Marina Bazarski, di 46 anni, Dikla Zino di 23, Shima Novak, di 56. Nelle ore precedenti erano state seppellite una nonna col suo nipotino di otto anni e altre cinque persone di ogni età, di ogni classe sociale. Il cimitero è divenuto una sorte di frenetico specchio rovesciato della vita di una città, di una nazione intera. Qui appare chiaro come l'obiettivo sia la famiglia, il nocciolo fondamentale della società, non più culla di gioia ma di angoscia per i propri cari, e poi di dolori distruttivi, definitivi come può esserlo la morte di un proprio caro. Ognuno che scende nella tomba porta con sé la casualità, la grandiosa potenza del destino nelle nostre vite: un passeggero che corre per prendere l'autobus che gli sta sfuggendo; una madre impaurita dal guidare la sua macchina nuova nel primo giorno in cui la possiede, e che quindi prende l'autobus; una madre e un figlio che cercano sempre di prendere l'autobus insieme, per stare in compagnia l'uno dell'altro, lei sulla sua strada verso il lavoro di operaia di fabbrica, lui verso la scuola e che ora giacciono sotto due pietre di Gerusalemme, Ella accanto a Michael; una nonna, Sima Novak, immigrata dall'Ucraina otto anni fa che aveva già avuto un fuggevole incontro con la morte quest'anno quando si era trovata all'incrocio di rehov King George con rehov Jaffa, dove un terrorista suicida si era fatto esplodere. Era un'insegnante di chimica e biologia che aveva trovato lavoro solo come cameriera. Dicla Zino, 23 anni, si avviava appena verso il suo nuovo lavoro come assistente di un avvocato, dopo aver finito il servizio militare quattro mesi or sono. Il guidatore dell'autobus vedendola arrivare di corsa dietro il numero 20 già in movimento, così bella e affannata, impaurita di far tardi al nuovo lavoro, aveva fermato apposta per lei, e riaperto le porte. Mentre si svolgevano i funerali i chirurghi nell'ospedale Hadassa combattevano con una quantità di operazioni impossibili, fra cui una di 14 ore, in cui un orologio intero è stato estratto dalla gola della paziente. Se queste righe gridano di nuovo all'orrore e allo stupore, è perché pensiamo che niente possa essere più terribile per gli ebrei che abituarsi ad essere uccisi. La disperazione anche per la morte di tanti palestinesi, la volontà strenua di trovare un accordo politico, il dispiacere per aver visto una società che si avviava verso un pacifico accordo travolto dalla ibris dei suoi leader non può far velo a una verità fondamentale, che molti non amano ascoltare: la differenza fra i morti ebrei e quelli palestinesi consiste nell'intenzionalità con cui i primi sono attaccati. Nei luoghi, nei momenti, nelle ore in cui si possano colpire in numero maggiore possibile, in maniera più indiscriminata possibile. Tragico, ma diverso, è quando nonostante o contro la propria volontà si colpiscono i membri di una società civile che si trova per volontà o anche per caso a costituire il rifugio naturale di un universo terrorista, in cui i militanti sono, appunto, civili che vivono in mezzo a civili. Nessuno ha ancora inventato la strategia bellica per un esercito che combatte la guerra contro il terrore, proprio per la sua penetrazione nella società civile e la sua incredibile mancanza di limiti morali. Chi si illude che gli attacchi avvengano su uno sfondo territoriale, che basterebbe restituire i Territori perché il terrorismo abbia fine, deve leggere uno dei tanti proclami di Hamas o anche di Fatah. Nel bollettino del 23 novembre di Iz Adin Al Qassam, l'ala militare di Hamas, si legge: "Busseremo alle porte del Paradiso con i teschi degli ebrei". Accanto, un'ascia dipinta distrugge la parola "Al Yahud", ebrei, e distrugge un teschio. Sull'ascia, le parole Al Qassam. Che fare? Ognuno cerca le sue soluzioni: i militari, i politici... Intorno, l'eco della preparazione della guerra contro Saddam Hussein, cui si associano le minacce specifiche degli hezbollah di aprire un fronte contro Israele. Per la Diaspora, il difficile compito di non chiudere gli occhi di fronte alla circostanza epocale che vivono gli ebrei oggi.
