Disarmare i terroristi per giungere alla pace
domenica 1 maggio 2005 Diario di Shalom 0 commenti
Nonostante gli accordi presi, Abu Mazen non riesce a impedire le violente manifestazioni di Hamas e delle Brigate Al Aqsa
Nel giorno delle elezioni palestinesi, mentre mi aggiravo per il West bank, mi è capitato di passare svariate ore a Ramallah, negli uffici di Abu Mazen, e Mohammed Shtajje, un economista di alta cultura, e al momento suo capoufficio stampa, mi lasciò assistere a una riunione con un gruppo di uomini fra i venticinque e quarant’anni provenienti da Jenin.Di fronte ai ramallesi, apparivano molto meno eleganti e smart, più poveri e accigliati. Mi fu spiegato che questa gente aveva organizzato la problematica campagna elettorale di Abu Mazen a Jenin e dintorni, i suoi comizi, i suoi incontri con le hamule, le famiglie allargate, ovvero di fatto i grandi elettori indispensabili ai rais.
Gli uomini in visita a Ramallah erano in pratica i miliziani di Zacaria Zbeidi, il capo delle Brigate di Al Aqsa nella zona, con parecchi attentati terroristici nel curriculum, il kalaschnikov brandito come simbolo sempre bene in vista. I ragazzi di Zbeidi, li chiameremo così, portarono un conto scritto di bevande e rinfreschi vari offerti durante le visite nella loro area, Shtajje fece un po’ di storie e anzi indicò un nome dicendo: “abbiamo già restituito le spese a lui”; ma alla fine dopo una breve ma intenso confronto, mandò i visitatori all’incasso in amministrazione. Mi si spiegò che i ribelli delle Brigate di Al Aqsa si erano decisi a trovare un accordo definitivo con Abu Mazen e che per questo Zbeidi si era mostrato a Jenin insieme con il nuovo Capo, sempre brandendo i kalachnikov, stavolta però a garanzia della sua vita. Riteneva che il nuovo Primo ministro che sostituiva Arafat avrebbe garantito ai miliziani un ruolo nelle forze di sicurezza rinnovate, ai fuggitivi ricercati da Israele una reintegrazione che avrebbe loro consentito di tornare a casa. E ai prigionieri la liberazione. In questa scena c’era già la precognizione di ciò che sarebbe accaduto in seguito: minaccia, blandizie, delusione, difficoltà economiche, intimidazione, richiesta, fretta, fame, abitudine alla violenza…
Le promesse di Abu Mazen sono state in gran parte mantenute, Abu Mazen ha fatto per gli uomini dell’Intifada molto di più di quanto il consesso internazionale si aspettasse lasciando da parte la promessa di bloccare il terrorismo con misure di sequestro di armi e di polizia; anzi, i suoi servizi di sicurezza al comando (di fatto) di Jibril e di Dahlan hanno integrato i terroristi; Abu Mazen nonostante gli accordi di Aqaba non ha disarmato né imprigionato né messo nell’angolo in alcun modo (così prevede la road map) gli armati, né di Al Aqsa, né di Hamas. Quanto al ricercati, Zbeidi e non solo lui, in questo periodo ha rilasciato una quantità di interviste e si è fatto vedere in giro tanto da far pensare che esista un tacito accordo di lasciare in pace i ricercati. E tuttavia, e qui veniamo all’oggi, dopo che il giorno avanti una simile scena si era presentata a Tulkarem, domenica 17 aprile il solito Zbeidi ha messo in scena una serie di blocchi stradali violenti con i suoi soliti armati e incappucciati, gli stessi che pochi mesi prima avevano scortato Abu Mazen.. Siamo molto delusi, dice Zbedi, perché non abbiamo ricevuto dal Primo ministro ciò che aveva promesso, in termini posti di lavoro, di denaro, di immunità, di prigionieri a casa….
La minaccia che ne segue è politica, ed è né più né meno che quella di un colpo di Stato. Abu Mazen potrebbe non temere Zbeidi personalmente, ma il giovane armato è un simbolo di irriducibilità che era venuta a più miti consigli e che ora torna alla violenza, è un importante anello della catena di una rivoluzione che sta investendo la nuova leadership nel West bank e a Gaza. Nel West bank, solo il giovedì precedente un gruppo di armati ha cercato di irrompere nella sala dove due esponenti del Fatah Sofian Abu Zaida, ministro per i prigionieri, e Kaddura Fares tenevano una conferenza stampa. Alla fine di marzo altri gruppi di miliziani avevano addirittura fatto irruzione a Ramallah, negli uffici centrali dell’Autonomia Palestinese, nella leggendaria Mukhata. Avevano anche distrutto svariati ristoranti che sono i punti di riferimento e di ritrovo di gruppi armati e di potere diversi. A Tulkarem, stesse scene, con l’aggravante di uno scambio di spari fra la polizia palestinese e un gruppo di giovani fermati su una macchina rubata.
Si tratta di una violenta fronda interna che ormai, in parte, si dice, fiancheggiata dai vecchi loyalisti di Arafat fiancheggiati da Abu Ala, vuole riprendersi tutto il potere. Intanto Hamas, in vista delle elezioni che dovrebbero svolgersi il 17 luglio (ma non sembra una data realistica) resta l’ostacolo principale sulla strada di Abu Mazen: da una parte cerca il grande scontro in modo che venga rimandato lo sgombero e si ricrei una situazione complessivamente bellicistica, per esempio bombardando all’impazzata Gush Kativ o cercando appena ci riesce, nonostante il recinto di difesa, di mandare fuori attentati terroristi. Calibra messaggi alterni ai suoi elettori, puntando ormai su un elettorato maggioritario,sulla vittoria piena che senz’altro premierà la sua irriducibilità a Gaza, e forse anche nel West bank. Da una parte finge di lasciare porte aperte, trattando con Abu Mazen addirittura per liste in comune, e in parte minaccia da Damasco la solita guerra di distruzione definitiva di Israele; in parte compie finte aperture che la mostrino come credibile forza di governo, come quando il loro leader Abu Marzuk dice che se Israele lascia tutti i territori occupati nel 67, allora forse potrebbe trattare (e non si capisce che cosa, in realtà, se tutto fosse già stato dato).
In realtà, la situazione è piuttosto disperante: Abu Mazen è senz’altro dotato di buona volontà, ma non ha avuto né la forza di disarmare Hamas, né quella di ridurre i suoi miliziani a più miti consigli, né, e soprattutto quella di riformare le milizie armate. Di nuovo per l’ennesima volta annuncia che le ridurrà a tre diverse sezioni impedendo la formazione di milizie autonome. Ma ormai lo sforzo risulta vano, specie da quando si sa che c’è un’enorme ingresso di armi dai confini egiziani da Gaza e anche dalla Siria, che pare starsene acquattata insieme ai suoi Hezbollah aspettando l’occasione di riaprire un grande focolaio di guerra. Molto recentemente un carico di armi pesanti antitank è stato intercettato e sequestrato dagli israeliani, ma l’ingresso di armi è continuo. In realtà, la svolta di Abu Mazen nei confronti del terrorismo non è riuscita neppure culturalmente, dato che la tv seguita a riprodurre un clip in cui si canta la sete di sangue degli israeliani per motivi religiosi, e sui libri di testo delle scuole si dice che i Protocolli dei Savi di Sion sono un testo autentico, e se ne riporta il contenuto. Con tutto ciò il vero test per Abu Mazen, deve ancora arrivare, e sarà la gestione da parte palestinese dello sgombero da Gaza, là si vedrà se riuscirà a impedire che gli israeliani vengano presi di mira con proiettili e aggressioni di ogni genere in stile Hezbollah; e dopo, se riuscirà a governare la striscia liberata nonostante Hamas. Quello sarà il momento in cui può nascere il primo nucleo dello Stato Palestinese, e non prima.
