Demonizzare Israele non aiuterà la pace
Come ha detto Shimon Peres, la proposta è "una luce alla fine del tunnel, ma a volte si vede il tunnel e non si vede la luce; altre volte vedi la luce e il tunnel per arrivarci è impraticabile". Così i Paesi arabi più estremisti hanno fatto sparire rapidamente la parola "normalizzazione" dal documento finale del summit che invece torna a parlare con la consueta determinazione del "diritto al ritorno" dei profughi palestinesi che, come è noto, senza una regolamentazione molto rigida non lascerebbe ad Israele alcuna possibilità di sopravvivenza. Comunque è stata buona cosa che una proposta di pace sia comunque uscita dal ventre del mondo arabo, che la necessità di vedere un futuro senza spargimento di sangue nella zona sia stata espressa per una volta in termini positivi anche dal mondo arabo.
Tuttavia, proprio nell'esprimersi di questa istanza che sembrerebbe così naturale, è risultata ancora più drammatica l'onnipresente tendenza ad un rifiuto preconcetto e razzista di Israele, e ancora più smodato è apparso l'incitamento all'odio contro gli ebrei che infiamma l'area, e in presenza del quale purtroppo nessuna pace sarà mai realistica.
Sarebbe stato meglio se, oltre a porgere la loro proposta di pace, i Sauditi non avessero contemporaneamente permesso che il quotidiano di Stato pubblicasse l'articolo di un noto intellettuale locale che spiega come gli ebrei impastino le azzime pasquali col sangue di giovani musulmani; sarebbe stato bene che il direttore del giornale - costretto dalle proteste americane (ma l'Europa non dice mai niente?) a dichiarare che al momento della decisione della pubblicazione lui era assente - non avesse specificato che comunque gli ebrei della diaspora sono una cosa, e quelli israeliani invece sono dei mostri, specialmente Sharon, da cui ci si può aspettare, in sostanza, che anche la matzà col sangue gli risulti gradita.
Sarebbe meglio, mentre Israele dichiarava a Zinni di essere pronto agli "accordi Tenet e Mitchell" che Arafat smettesse di esaltare gli shahid, i terroristi suicidi, e di proporsi lui stesso come un "martire di Gerusalemme". Sarebbe bello che in onore della speranza dicesse finalmente ai terroristi di smetterla di uccidere maestre e ragazzini sugli autobus e avventori di caffè nelle città, che dimostrasse di non avere stretto un nuovo patto strategico con l'Iran per la distruzione di Israele, che non arruolasse lo scrittore (Premio Nobel!) Jose Samarago per dire che gli ebrei hanno fatto un uso cinico dell'Olocausto e che Ramallah è come Auschwitz (che pena: lo scrittore che un tempo parlava al servizio della dittatura comunista ora parla al servizio di Arafat).
Sarebbe bello che non risultasse dai libri paga trovati all'Orient House che i tanzim sono da anni a stipendio dell'Autonomia Palestinese, ovvero pagati direttamente da Arafat tramite (quando era in vita) Feisal Husseini.
Sarebbe bello che un alto membro del Governo yemenita, incontrando un membro del governo egiziano, non si fosse rifiutato di stringergli la mano perché aveva toccato quella di Avraham Burg presidente della Knesset israeliana; o che i siriani, aiutati dai loro amici hezbollah a loro volta amici (per amore o per forza) dei libanesi, non seguitassero a ripetere che non esiste alcun compromesso possibile con i sionisti; o che gli iraniani, ormai grandi amici dei loro vecchi nemici iracheni, non aggiungessero che Israele sarà eliminato.
Naturalmente questo è un punto che sostengono in molti, se si pensa che su 22 paesi della Lega araba solo tre hanno rapporti diplomatici con Israele. Sarebbe bello che l'aria non fosse densa d'odio in Medio Oriente, che gli shiiti che ricordano il martirio di Alì non si battessero il capo nelle loro processioni promettendo lo sterminio degli ebrei, che libri, scuole, giornali, case editrici e istituzioni caritative non avessero tutte come leit motiv il rifiuto di Israele.
Il coro che si leva dal mondo arabo è un'arma strategica che spiega perché Mubarak, dopo 23 anni di pace, ha visitato Israele solo una volta, ai funerali di Rabin.
L'eccitazione delle folle contro Israele (il 24 marzo, subito prima del summit di Beirut, la Siria ha messo in piedi una dimostrazione di milioni di cittadini infuriati contro gli ebrei e gli americani, tutti in piazza secondo le indicazioni di Bashar Assad; Gheddafi ha annunciato che con Israele non ci può essere che guerra, e quindi lui non può essere presente ad un summit che sfiora l'idea della pace) serve ad evitare uno sguardo approfondito sui propri regimi e seguita a mostrare la "questione mediorientale" come "questione israelo palestinese", indicando in Sharon il "condensato del Male".
E odio genuino e profondo quello con cui, sempre subito prima del summit arabo, Hassan Nasrallah gridava a una folla immensa che ripeteva i suoi slogan: "Morte agli ebrei, morte agli americani". E Amru Mussa, il segretario della Lega Araba, egiziano, di fronte alla proposta di Sharon di venire a spiegare personalmente alla Lega le posizioni di Israele, ha risposto molto diplomaticamente: "Se venisse non avrebbe la possibilità di tornare indietro".
Di fronte a questo fenomeno di odio popolare, di criminalizzazione e minacce collettive di più Stati contro un unico Paese (anche gli egiziani e i giordani, che hanno firmato una pace con Israele, non solo non hanno mai normalizzato i rapporti, ma hanno sempre stimolato gli intellettuali, la piazza e la gioventù nella maniera più antisraeliana e antisemita possibile - negazione dell'Olocausto compresa) Israele non ha mai risposto diventando un Paese desideroso di vendetta. Piace alle volte pensarlo, a una certa sinistra retrograda e memore degli slogan della guerra fredda, ma chi accetta che Israele venga dipinto come un Paese espansionista, Sharon come un generale assetato di guerra, il tragico scontro in atto come una irragionevole ostinazione israeliana a non consegnare il pomo della discordia (i Territori) per entrare finalmente in un universo pacificato, chi accetta queste fantasie così comode e semplicistiche si dondola nel desiderio di compiacere il proprio narcisismo, di tornare finalmente buono e simpatico agli occhi degli amici, di risolvere con un gesto magico un conflitto che in realtà è ben più profondo e pericoloso della questione territoriale. Ma seguitare a sognare che Sharon abbia fame di terra, dopo che Arafat ha rifiutato le proposte di Barak, è una pretesa intellettualmente disonesta. Non si può uscire dal ruolo dei cattivi diventando buoni d'un tratto, ma Israele non si è mai comportato da "cattivo" in questi mesi: quando Sharon è stato eletto, Israele aveva già perduto decine di civili in attacchi terroristici successivi a Camp David e a Taba, né Sharon si è mai stropicciato le mani figurandosi delle belle guerre, una rioccupazione delle "zone A", una politica di repressione programmatica. Chi ci crede, ama le favole. E addirittura ridicolo, alle volte, vedere come ci sia chi seguita ad accusare un'eventuale anima espansionista israeliana dopo 18 mesi di Intifada caratterizzata dal terrorismo lanciato programmaticamente (per ammissione palestinese) prima della famosa passeggiata di Sharon sulla spianata delle Moschee; le pur dure azioni dell'esercito d'Israele hanno sempre avuto il carattere di spedizioni di polizia e mai hanno dato il più piccolo segno di avere uno scopo espansionistico o di rioccupazione, sia pure tattica.
Non è la sinistra nostrana che con questi giudizi salverà Israele, ma è Israele stesso, che non ha mai abbandonato il desiderio di pace, e che - per quanto può - tiene duro ideologicamente e pragmaticamente: anche se solo il 20 per cento della popolazione si definisce oggi di sinistra, il 60% degli israeliani è a favore della fondazione di uno Stato Palestinese con evacuazione di una parte dei territori, e il 35% è favorevole ad una spartizione di Gerusalemme. Questo, dopo centinaia di morti e circa 11.000 attacchi terroristici. Il 45% di quelli che si definiscono "di destra" sono a favore dell'indipendenza dei palestinesi e dello smantellamento degli insediamenti. Addirittura il "diritto al ritorno" è sostenuto dal 20% degli israeliani. E il 48% vuole, contro il parere di Sharon (ormai venuto anche lui a più miti consigli) condurre negoziati sotto il fuoco. Del resto Sharon ha più volte accettato di seguitare a parlare, in maniera più o meno esplicita, e a non reagire dopo i grandi attentati, a partire da quello del Delfinario, nonché a uscire da territori pericolosi quali basi terroristiche senza alcuna contropartita.
Chi lo odia lo fa in nome di stereotipi inaccettabili in politica, che nascono dall'invenzione propagandistica della sua responsabilità primaria a Sabra e Chatila, mentre ben due tribunali lo hanno giudicato solo responsabile di non aver saputo prevenire. Quanto al suo passato di militare, Sharon non è secondo a nessuno; neppure Rabin lo era. Ambedue, ragazzi nel Palmach, hanno rischiato la vita a Latrun; ambedue, nelle guerre di sopravvivenza di Israele, non hanno lesinato la determinazione, la durezza, la grande esperienza strategica. E adesso niente dice che Sharon, una volta al di là dell'onda terroristica, non sia davvero pronto a "penose concessioni" come ripete.
Oppure accettiamo le centinaia di caricature che in tutto il mondo arabo lo mostrano mentre divora bambini palestinesi e le sue labbra grondano sangue? In questo caso, è bene ricordare che anche Shimon Peres e Ytzchak Rabin non sono stati trattati meglio, né in Siria, né in Egitto, né a Ramallah. Ciò non ha mai inficiato la basilare ricerca di pace di tutte le leadership di destra e di sinistra in Israele, sostenute da una forte volontà popolare, maggioritaria sia a destra che a sinistra. O non si ricorda che è stato Begin a dire in coro con Sadat "No more bloodshed"?
Dispiace invece dire che, guardando i sondaggi condotti dall'Università Najah di Nablus, si nota come l'87,4 per cento dei palestinesi sostenga il proseguimento delle operazioni di "martirio" contro l'entità sionista; il 79,3 % ritenga che l'Intifada sconfiggerà "l'entità sionista" e l'87,5 per cento che non esista altra soluzione fuorché la "resistenza fino alla liberazione dell'intera terra di Palestina".
Che cosa ha a che fare questo rifiuto, questo odio, con Sharon e i Territori? Che cosa con una soluzione possibile?
