DA QUI NON CI MUOVEREMO PIÙ
giovedì 29 gennaio 2004 Panorama 0 commenti
Sharon sa di dover cedere almeno su alcuni insediamenti. Anche molti coloni se ne rendono conto. Ma una parte, la più ideologica, si prepara a resistere all’esercito. A ogni costo.
Verrà la fine e avrà gli occhi di Ariel Sharon. Che i coloni, i settler, dovessero trovarsi a fronteggiare il primo ministro che cinque anni fa, quando era all’opposizione, incitava a «prendere la vetta delle colline», questo davvero la popolazione della Giudea, della Samaria e di Gaza non se l’aspettava. E invece il 18 dicembre Sharon ha gettato il suo temibile peso contro gli insediamenti, o parte di essi, e solo domenica 18 gennaio ha alzato la posta indicando tre nuovi avamposti illegali da sgomberare, oltre ai sei già segnati. Alla conferenza di Herzlya, l’incontro strategico che disegna ogni anno le strategie del futuro, il primo ministro aveva annunciato che «alcuni insediamenti verranno rimossi» nel quadro di un ritiro unilaterale di parte dei Territori «nel caso in cui non sia possibile arrivare a un accordo con una controparte che dimostra a ogni occasione di non essere tale». Varie volte il primo ministro aveva parlato di «penose concessioni», sin dall’inizio del suo mandato aveva ribadito di essere a favore di uno stato palestinese, si era impegnato per la road map: ma le parole «rimuovere» e «insediamenti» non erano mai apparse tanto vicine dentro una sua frase. Dopo Herzlya, in una drammatica riunione del Likud, il suo partito, il 5 gennaio, Sharon di fronte agli iscritti in parte scandalizzati e urlanti ha ripetuto il programma con toni che non ammettevano replica. Poi la manifestazione di massa (più di 100 mila) la prima domenica di gennaio nella piazza Rabin di Tel Aviv: parola d’ordine, non ci piegheremo. A chi? Al vecchio amico Sharon, che ha reagito agli slogan e agli striscioni dei suoi vecchi sodali abbassando solo un po’ i toni nella seduta della camera di due giorni dopo. Ma questo non cambia affatto l’atmosfera: se mai c’è stato nella storia dopo il 1967 un momento in cui i coloni hanno sentito che l’ora si avvicina, è questo. Il contesto politico mediorientale è in ebollizione. Gli americani dopo la cattura di Saddam Hussein sono concentrati sugli sviluppi iracheni, la Siria sembra fare passi di pace, l’Iran cerca di minimizzare gli effetti della sua politica filoterrorista tendendo la mano, la Libia ha promesso la denuclearizzazione e dunque Israele vuole dimostrare di essere il migliore amico degli Usa facilitandone la strada per la costruzione di un nuovo Medio Oriente. Inoltre, Sharon ha di fatto sconfitto almeno una parte del terrorismo palestinese e sente che la storia gli richiede altro. Dunque cerca un assetto che possa chiamarsi, se non pace, almeno tregua. I coloni sono, secondo le statistiche, 236.381. Negli ultimi tre anni, quelli dell’intifada, c’è stata una crescita della loro popolazione del 16 per cento, in gran parte dovuta all’alto numero delle nascite. Secondo Pace adesso, la crescita è dovuta soprattutto all’aumento di insediamenti come Kiryat Sefer e Betar Illit, dove il governo ha potuto sistemare in abitazioni spaziose e di poco prezzo grandi famiglie religiose. Altre crescite record sono nelle comunità più ideologiche, quelle più a rischio e anche colpite dal terrorismo, come Kfar Darom a Gaza, cresciuta del 52 per cento, o Tapuah in Cisgiordania, cresciuta del 50 per cento. Anche gli outpost, gli insediamenti illegali fatti di roulotte, come Ginot Aryeh, si sono gonfiati appena Sharon ne ha annunciato l’evacuazione imminente grazie all’arrivo dei militanti più ferventi. A Havat Gilad, l’outpost evacuato nel 2002, furono impiegati mille soldati per muovere mille coloni. Più tardi, quando fu evacuata Mitzpèeh Yizhar, per 500 persone arrivarono mille soldati. L’idea è che quanto più voluminosa è la forza impiegata, tanto meno sono possibili gesti isolati che possano condurre alla morte di poliziotti o di settler. I cittadini degli insediamenti, subito dopo il 1967, erano in gran parte militanti di movimenti di sinistra (specie quelli che andarono a vivere sul Golan e cominciarono a renderlo fertile e produttivo) e si sentivano parte della linea di difesa di un popolo assediato ai confini e tormentato dal terrore. Con la benedizione di Ygal Alon e poi di Yitzhak Rabin, volevano proseguire la strada di dolore che «fece fiorire il deserto» con le prime aliah. Poi i coloni religiosi diedero al movimento quel segno nazionalista, messianico ed estremista di redenzione della terra che è rimasto parte importante della vicenda degli insediamenti e che ha tratti fortemente fideistici. Pinkas Wallerstein, uno dei più importanti leader di Yesha, l’unione degli insediamenti, sostiene per esempio che «se verrà rimosso Migron (un outpost con 42 famiglie, ndr) questo sarà l’inizio di un evidente trend per rimuovere tutti gli ebrei dalla terra d’Israele. Finirà in uno scontro diretto (con le forze armate); e se mai ci sarà uno scontro si potrebbe finire in guerra. Io sono pronto a sacrificare la mia vita se la mia casa dovesse essere evacuata». Non sono solo minacce: martedì 20 gennaio i soldati mandati per demolire una sinagoga abusiva nell’insediamento di Tappuah sono stati accolti a fucilate. La verità è però più sfaccettata. Anzitutto, i partiti di destra che siedono al governo hanno già fatto capire che non se ne andranno per lo sgombero degli outpost. Semmai sono pronti a farlo se si passerà ai grossi insediamenti. In secondo luogo, in questi tre anni di intifada gli insediamenti, proprio perché i loro coloni hanno molto sofferto il terrorismo, molto più che nel passato si sono integrati in un paese che ha subito lo stesso tipo di attentati: e questo crea un reciproco atteggiamento di comprensione. A Tel Aviv come a Elon More, dove il 28 marzo del 2002 fu sterminata un’intera famiglia di cinque persone, si sono patite le stesse sofferenze e i coloni sono più vicini. Arieh Eldad di Kfar Adumim, in Samaria, spiega che resisterebbe con tutte le sue forze, ma che mai metterebbe le mani addosso o, tantomeno, sparerebbe a un soldato che chiedesse l’evacuazione. Ma aggiunge: «Quel soldato che ha sofferto nel difendere le nostre case in questi anni sa che mio figlio ha sofferto difendendo il Centro acquisti di Tel Aviv o la strada costiera di Haifa. Sa pure che noi, come lui, non siamo fuggiti di fronte a una guerra che ci ha investito tutti e in cui si è capito che lasciare territorio a Yasser Arafat in cambio di pace equivale a fornirgli solo nuovo spazio per farci guerra». Ma intanto due convinzioni si sono fatte strada in Israele. La prima: comunque il destino segnato, per via della richiesta internazionale, è sgomberare almeno in parte. La seconda: visto che le loro case in mezzo al deserto sono diventate così pericolose, tanto vale andarsene trattando una buonuscita che consenta di sistemarsi entro la linea verde. In silenzio, sia parte dei coloni sia il governo stanno lavorando a questo. A Mevo Dotan il 50 per cento della comunità se n’è già andato a partire dall’inizio delle violenze dell’intifada. Ganim e Kadim, nel nord della Samaria, del cui sgombero si parla dal tempo di Benjamin Netanyahu, hanno subito un calo sensibile delle presenze. Lo stesso è accaduto a Hermesh. A Ganim, David Montenegro, uno degli abitanti, dice che «tutti i segnali indicano che saremo i primi: ma mi sembra che a quel punto non resterà molto da evacuare». Anche a Kadim, metà della gente se n’è andata. Fra i settler della Samaria del nord, i laici sono molti. E pure se tanti sono mossi da motivi patriottici, la gran parte è motivata dai prezzi bassi e dal tipo di vita: semplice, modesta, comunitaria, con ideali di aiuto reciproco. «L’idea è quella di una vita antitetica a quella consumistica delle città, in cui la tv non è importante quanto può esserlo camminare insieme nel deserto o sedersi, tutte le generazioni unite, per una discussione » spiega Eldad, che è un luminare della chirurgia ricostruttiva e la cui esperienza negli attentati di questi anni è stata determinante per salvare centinaia di vite anche di arabi. «Chi resiste lo fa in nome della sicurezza di Israele e anche di una concezione del mondo». Ma per esempio, quando, a Mevo Dotan, Tvika Shelev, madre di quattro bambini, o sei mesi dopo Hadass Abutbul furono uccisi a fucilate mentre guidavano verso casa, molte famiglie preferirono andarsene. Il governo dunque prepara discretamente un piano di ricollocazione nel Negev e in Galilea, ma è enormemente costoso: una casa entro la linea verde costa tre-quattro volte quelle in Galilea o in Samaria. C’è chi parla di 600 mila dollari a famiglia, ma l’economista Haim Ben Sachar dice che è realistico immaginare indennizzi di 150 mila dollari a famiglia. Ne dovranno essere evacuate 20 mila. «Un altro tributo» dice Eldad «che un paese tormentato dal terrore pagherà all’idea di una pace senza controparte».
Verrà la fine e avrà gli occhi di Ariel Sharon. Che i coloni, i settler, dovessero trovarsi a fronteggiare il primo ministro che cinque anni fa, quando era all’opposizione, incitava a «prendere la vetta delle colline», questo davvero la popolazione della Giudea, della Samaria e di Gaza non se l’aspettava. E invece il 18 dicembre Sharon ha gettato il suo temibile peso contro gli insediamenti, o parte di essi, e solo domenica 18 gennaio ha alzato la posta indicando tre nuovi avamposti illegali da sgomberare, oltre ai sei già segnati. Alla conferenza di Herzlya, l’incontro strategico che disegna ogni anno le strategie del futuro, il primo ministro aveva annunciato che «alcuni insediamenti verranno rimossi» nel quadro di un ritiro unilaterale di parte dei Territori «nel caso in cui non sia possibile arrivare a un accordo con una controparte che dimostra a ogni occasione di non essere tale». Varie volte il primo ministro aveva parlato di «penose concessioni», sin dall’inizio del suo mandato aveva ribadito di essere a favore di uno stato palestinese, si era impegnato per la road map: ma le parole «rimuovere» e «insediamenti» non erano mai apparse tanto vicine dentro una sua frase. Dopo Herzlya, in una drammatica riunione del Likud, il suo partito, il 5 gennaio, Sharon di fronte agli iscritti in parte scandalizzati e urlanti ha ripetuto il programma con toni che non ammettevano replica. Poi la manifestazione di massa (più di 100 mila) la prima domenica di gennaio nella piazza Rabin di Tel Aviv: parola d’ordine, non ci piegheremo. A chi? Al vecchio amico Sharon, che ha reagito agli slogan e agli striscioni dei suoi vecchi sodali abbassando solo un po’ i toni nella seduta della camera di due giorni dopo. Ma questo non cambia affatto l’atmosfera: se mai c’è stato nella storia dopo il 1967 un momento in cui i coloni hanno sentito che l’ora si avvicina, è questo. Il contesto politico mediorientale è in ebollizione. Gli americani dopo la cattura di Saddam Hussein sono concentrati sugli sviluppi iracheni, la Siria sembra fare passi di pace, l’Iran cerca di minimizzare gli effetti della sua politica filoterrorista tendendo la mano, la Libia ha promesso la denuclearizzazione e dunque Israele vuole dimostrare di essere il migliore amico degli Usa facilitandone la strada per la costruzione di un nuovo Medio Oriente. Inoltre, Sharon ha di fatto sconfitto almeno una parte del terrorismo palestinese e sente che la storia gli richiede altro. Dunque cerca un assetto che possa chiamarsi, se non pace, almeno tregua. I coloni sono, secondo le statistiche, 236.381. Negli ultimi tre anni, quelli dell’intifada, c’è stata una crescita della loro popolazione del 16 per cento, in gran parte dovuta all’alto numero delle nascite. Secondo Pace adesso, la crescita è dovuta soprattutto all’aumento di insediamenti come Kiryat Sefer e Betar Illit, dove il governo ha potuto sistemare in abitazioni spaziose e di poco prezzo grandi famiglie religiose. Altre crescite record sono nelle comunità più ideologiche, quelle più a rischio e anche colpite dal terrorismo, come Kfar Darom a Gaza, cresciuta del 52 per cento, o Tapuah in Cisgiordania, cresciuta del 50 per cento. Anche gli outpost, gli insediamenti illegali fatti di roulotte, come Ginot Aryeh, si sono gonfiati appena Sharon ne ha annunciato l’evacuazione imminente grazie all’arrivo dei militanti più ferventi. A Havat Gilad, l’outpost evacuato nel 2002, furono impiegati mille soldati per muovere mille coloni. Più tardi, quando fu evacuata Mitzpèeh Yizhar, per 500 persone arrivarono mille soldati. L’idea è che quanto più voluminosa è la forza impiegata, tanto meno sono possibili gesti isolati che possano condurre alla morte di poliziotti o di settler. I cittadini degli insediamenti, subito dopo il 1967, erano in gran parte militanti di movimenti di sinistra (specie quelli che andarono a vivere sul Golan e cominciarono a renderlo fertile e produttivo) e si sentivano parte della linea di difesa di un popolo assediato ai confini e tormentato dal terrore. Con la benedizione di Ygal Alon e poi di Yitzhak Rabin, volevano proseguire la strada di dolore che «fece fiorire il deserto» con le prime aliah. Poi i coloni religiosi diedero al movimento quel segno nazionalista, messianico ed estremista di redenzione della terra che è rimasto parte importante della vicenda degli insediamenti e che ha tratti fortemente fideistici. Pinkas Wallerstein, uno dei più importanti leader di Yesha, l’unione degli insediamenti, sostiene per esempio che «se verrà rimosso Migron (un outpost con 42 famiglie, ndr) questo sarà l’inizio di un evidente trend per rimuovere tutti gli ebrei dalla terra d’Israele. Finirà in uno scontro diretto (con le forze armate); e se mai ci sarà uno scontro si potrebbe finire in guerra. Io sono pronto a sacrificare la mia vita se la mia casa dovesse essere evacuata». Non sono solo minacce: martedì 20 gennaio i soldati mandati per demolire una sinagoga abusiva nell’insediamento di Tappuah sono stati accolti a fucilate. La verità è però più sfaccettata. Anzitutto, i partiti di destra che siedono al governo hanno già fatto capire che non se ne andranno per lo sgombero degli outpost. Semmai sono pronti a farlo se si passerà ai grossi insediamenti. In secondo luogo, in questi tre anni di intifada gli insediamenti, proprio perché i loro coloni hanno molto sofferto il terrorismo, molto più che nel passato si sono integrati in un paese che ha subito lo stesso tipo di attentati: e questo crea un reciproco atteggiamento di comprensione. A Tel Aviv come a Elon More, dove il 28 marzo del 2002 fu sterminata un’intera famiglia di cinque persone, si sono patite le stesse sofferenze e i coloni sono più vicini. Arieh Eldad di Kfar Adumim, in Samaria, spiega che resisterebbe con tutte le sue forze, ma che mai metterebbe le mani addosso o, tantomeno, sparerebbe a un soldato che chiedesse l’evacuazione. Ma aggiunge: «Quel soldato che ha sofferto nel difendere le nostre case in questi anni sa che mio figlio ha sofferto difendendo il Centro acquisti di Tel Aviv o la strada costiera di Haifa. Sa pure che noi, come lui, non siamo fuggiti di fronte a una guerra che ci ha investito tutti e in cui si è capito che lasciare territorio a Yasser Arafat in cambio di pace equivale a fornirgli solo nuovo spazio per farci guerra». Ma intanto due convinzioni si sono fatte strada in Israele. La prima: comunque il destino segnato, per via della richiesta internazionale, è sgomberare almeno in parte. La seconda: visto che le loro case in mezzo al deserto sono diventate così pericolose, tanto vale andarsene trattando una buonuscita che consenta di sistemarsi entro la linea verde. In silenzio, sia parte dei coloni sia il governo stanno lavorando a questo. A Mevo Dotan il 50 per cento della comunità se n’è già andato a partire dall’inizio delle violenze dell’intifada. Ganim e Kadim, nel nord della Samaria, del cui sgombero si parla dal tempo di Benjamin Netanyahu, hanno subito un calo sensibile delle presenze. Lo stesso è accaduto a Hermesh. A Ganim, David Montenegro, uno degli abitanti, dice che «tutti i segnali indicano che saremo i primi: ma mi sembra che a quel punto non resterà molto da evacuare». Anche a Kadim, metà della gente se n’è andata. Fra i settler della Samaria del nord, i laici sono molti. E pure se tanti sono mossi da motivi patriottici, la gran parte è motivata dai prezzi bassi e dal tipo di vita: semplice, modesta, comunitaria, con ideali di aiuto reciproco. «L’idea è quella di una vita antitetica a quella consumistica delle città, in cui la tv non è importante quanto può esserlo camminare insieme nel deserto o sedersi, tutte le generazioni unite, per una discussione » spiega Eldad, che è un luminare della chirurgia ricostruttiva e la cui esperienza negli attentati di questi anni è stata determinante per salvare centinaia di vite anche di arabi. «Chi resiste lo fa in nome della sicurezza di Israele e anche di una concezione del mondo». Ma per esempio, quando, a Mevo Dotan, Tvika Shelev, madre di quattro bambini, o sei mesi dopo Hadass Abutbul furono uccisi a fucilate mentre guidavano verso casa, molte famiglie preferirono andarsene. Il governo dunque prepara discretamente un piano di ricollocazione nel Negev e in Galilea, ma è enormemente costoso: una casa entro la linea verde costa tre-quattro volte quelle in Galilea o in Samaria. C’è chi parla di 600 mila dollari a famiglia, ma l’economista Haim Ben Sachar dice che è realistico immaginare indennizzi di 150 mila dollari a famiglia. Ne dovranno essere evacuate 20 mila. «Un altro tributo» dice Eldad «che un paese tormentato dal terrore pagherà all’idea di una pace senza controparte».
