Da quelle macerie può rifiorire la pace
mercoledì 1 maggio 2002 Diario di Shalom 0 commenti
Jenin è stata un durissimo campo di battaglia dell'informazione quanto una sintesi della guerra israelo-palestinese. Si è giocata qui una battaglia che ha lasciato sul terreno 23 soldati israeliani in due settimane. I feriti sono stati 70. Da parte palestinese i morti finora contati sono circa quaranta; prevedibilmente ne usciranno ancora, purtroppo, da sotto le rovine del campo profughi, dove chi scrive è andata quando ancora lo scontro era al suo finire. Mentre ero nel campo si sparava ancora, e una piccola bomba confezionata in maniera "domestica" è quasi detonata sotto i miei piedi. Un soldato mi ha tirato via per un braccio, e mi ha detto che saltare in aria è la norma a Jenin. Tutto scoppiava durante la battaglia, tutto era minato, raccontava il soldato. Era come un immenso terrorista suicida collettivo, ha detto, e non lo dimenticherò. Lo spettacolo che si è offerto ai miei occhi è stato terribile: su un'area di circa duecento metri quadrati le rovine delle case si ammonticchiavano l'una sull'altra; gruppi di donne palestinesi venivano verso noi giornalisti disperate, spiegando che sotto le rovine erano rimasti i loro morti e le loro cose. Molti erano fuggiti in villaggi vicini. La zona distrutta è circa il 10 per cento di un campo profughi in cui vivono 12.000 persone, e solo quella si è vista in tv. Ma le case in piedi sono molte più di quelle sul terreno. Pare che sin dalle avvisaglie della battaglia (e anche da molto prima, da quando cioè Jenin era diventata un centro privilegiato del terrorismo suicida e di questa Intifada), molte famiglie si fossero trasferite altrove. Jenin era una fortezza molto ben munita: ho visto con i miei occhi, nei quartieri vicini alla piazza in rovine, decine di trappole esplosive piazzate nel bel mezzo delle strade, nei muri delle case, sia dentro che fuori, nei tubi dell'acqua, nei frigoriferi, nei secchi della spazzatura, ovunque potesse essere piazzata una carica di esplosivo; le cariche erano collegate da fili bianchi che venivano fatti denotare da dentro le case. I militanti le avevano messe per prepararsi all'attacco israeliano in tempo, a costo di saltare per aria loro stessi con le loro case. La Commissione d'inchiesta dell'ONU stabilirà quante case non sono più in piedi a causa delle trappole, e quante a causa dei bulldozer israeliani. I bulldozer sono entrati in funzione dopo che, avendo combattuto casa per casa alla ricerca dei terroristi, gli israeliani si sono accorti di stare pagando un enorme prezzo di sangue. Le forze aeree, che avrebbero seguito la tecnica americana di fare terra bruciata intorno al nemico, sono state scartate in partenza. Dopo l'uccisione di tredici soldati tutti insieme, la scelta strategica è cambiata, ed è iniziato l'uso dei bulldozer. Gli israeliani dicono che hanno sempre, più e più volte, chiesto ai cittadini rimasti di uscire fuori, e che sono usciti; Shimon Peres ha raccontato che farli arrendere uno per uno ha comportato che a volte si lanciassero sui soldati con le cinture esplosive mentre alzavano le mani. Amira Haas, una giornalista di Ha'aretz certo non tenera con Israele, racconta che un bulldozer ha dato un colpo ad una casa da cui è uscito un residente, e la macchina è subito stata fermata. La Haas, oltre alle sofferenze di cittadini palestinesi, descrive una battaglia senza precedenti e una totale adesione di chi è restato in paese alla guerra dei Tanzim, di Hamas e della Jihad islamica, che avevano fatto di Jenin una importantissima roccaforte del loro potere. Da Jenin sono usciti il 50 per cento degli attentati dell'ultima ondata, circa due dozzine di terroristi suicidi hanno preso il via da qui, persino durante gli scontri è uscito un uomo-bomba che ha fatto otto morti su un autobus. Un terrorista, catturato fra i 700 fermati degli scorsi giorni, è responsabile della morte di 22 israeliani. La battaglia che vi si è svolta è degna dell'importanza che Jenin ha assunto nel conflitto, specialmente da quando il terrorismo suicida è diventata l'arma strategica irrinunciabile di tutte le fazioni dell'intifada, che qui hanno trovato una invidiabile situazione di unità: l'intera cittadina era una casamatta preparata all'attacco israeliano. L'accusa che i palestinesi hanno rivolto ad Israele è stata, come tutti sanno, quella di aver perpetrato un "massacro" di civili. La commissione dell'ONU, accettata da Israele, verificherà il numero dei morti e le cause della gravità della battaglia. Intanto la parola massacro non compare più nei reportage degli inviati della stampa e delle TV estere e locali. I morti palestinesi sembrano essere un numero molto limitato. Il New York Times si è chiesto se per i palestinesi non sarebbe stato meglio descrivere la battaglia come una fiera scelta di opposizione al nemico piuttosto che come una unilaterale vittimizzazione, col consueto schema "persecutore imperialista e crudele contro perseguitato fragile e indifeso", che lì non funziona. Ma Jenin, se vista nei suoi giusti termini, che naturalmente comportano anche la pietà per le perdite umane (tutte le perdite umane) pone anche il problema di questi campi profughi mantenuti dall'UNRWA come recinti di cultura dell'aggressività, fortezze di sofferenza inespugnabili, specialmente alla speranza e al benessere. I campi profughi dentro le zone che prima della guerra avevano cominciato a vivere una situazione di maggiore prosperità e di speranza (come Deheishe, nella zona - prima fiorente - di Betlemme) non sono mai stati aperti, la vita nella Autonomia Palestinese non ha sostituito affatto la speranza di tornare a Haifa o a Jaffa, in una parola di esercitare quel diritto al ritorno che ha distrutto il processo di pace. Inoltre, i bambini dei campi profughi vengono tirati su nel culto dello shahid, del martire, e studiano su libri di testo pieni di pregiudizi, su cui non esiste la cartina di Israele. Un soldato israeliano mi ha raccontato che una creatura di sei anni gli è venuto avanti con una borsa più grande di lui. Quando gli è stato chiesto "cos'hai nella borsa?", è scappato via lasciandola per terra. Conteneva un ordigno di due chili e mezzo di esplosivo. Non c'è che pregare che tutto questo abbia una fine, che oltre alla verità su Jenin emerga finalmente da sotto le pietre anche la volontà di pace. Gli israeliani riservisti che hanno combattuto nella zona mi hanno detto parole stupefatte e dispiaciute per ciò che hanno trovato, hanno seguitato a ripetermi che loro, medici, bancari o contadini di kibbutz, combattono solo perché non si può fare altrimenti. Ma sognano la pace, i loro figli che li aspettano, e desiderano solo che il terrorismo abbia fine per riprendere a parlare. Dal campo distrutto cominciano a sorgere in segreto voci palestinesi che si chiedono dove li porterà il vento tragico che spira da Mukata, intorno ad Arafat. Anche a Ramallah e a Nablus si ricomincia forse a sognare un futuro per i propri figli.
