Fiamma Nirenstein Blog

Cuore arabo, spirito israeliano

giovedì 1 luglio 1999 Diario di Shalom 0 commenti
Molti anni fa mi trovai per la prima volta di fronte alla maestà del deserto del Negev come lo si percepisce, così ricco di idealità e di senso del futuro, dal belvedere della tomba di Ben Gurion, al kibbutz Sde Boker. Maestà sommata alla maestà della memoria del grande. La scabra pietra e le lettere dei nomi rilevate nel metallo, nonché le affettuose aiuole circostanti, erano in quel momento oggetto della cura di un giovane arabo. Dire che fossero cure affettuose è dir poco: come lucidava, e spazzava, e sarchiava... Dopo aver capito che la visitatrice era italiana, interruppe quell'inno d'amore per la tomba del Padre Fondatore, e mi aprì il suo cuore. Parlò dei sionisti e del sionismo come di persecutori determinati e insensibili, mi chiese di fare del mio meglio, nella mia qualità di giornalista, perché la causa palestinese fosse conosciuta nel mondo. Azzardai qualche domanda personale sulla sua condizione di lavoratore esterno del kibbutz: mi rispose che era ottima, che amava molto occuparsi di quel luogo meraviglioso, che anche la sua famiglia era contenta. Abitava là accanto, i "haverim" del kibbutz erano suoi amici personali, il salario era buono, anche se poteva essere migliorato... Altra storia: alcune settimane fa è stato eletto haver Knesset, ovvero deputato dello Stato d'Israele, un ginecologo poco più che quarantenne, nativo di Gerusalemme Est e là residente. Lo conoscono tutti, e lo apprezzano per la sua simpatia e la sua amabilità: è Ahmad Tibi, il consigliere di Arafat, ogni giorno in diretto contatto con il capo dell'Autonomia Palestinese. "Sono stato eletto dagli arabi israeliani, essi e solo essi sono il mio referente naturale" spiega Ahmad Tibi a chi gli pone il problema della doppia fedeltà. Ma lui è il primo a sapere che è una spiegazione ben povera della sua stravagante posizione. Il suo spirito caustico è tipicamente israeliano, come lo sono i suoi costumi liberali e la sua carta d'identità. Il suo cuore è con Arafat. E eletto alla Camera Israeliana. Non baratterebbe questo ruolo. Non rinuncerebbe allo status di cittadino israeliano. Non rinuncerebbe allo status di consigliere di Arafat, anche se adesso lo fa in via privata. Non rinuncerebbe ai furiosi dibattiti televisivi con i politici israeliani, un genere impensabile fra i suoi amici arabi. Non rinuncerebbe ad incontrare in amicizia tutti i suoi compagni deputati palestinesi quando si riuniscono al parlamento di Ramallah. Amen. Ultima storia: Abu Daud, ovvero Mohammed Odeh, ha scritto recentemente un libro in cui si dichiara con orgoglio il capo e l'ideatore della strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972.Daud, diventato un pezzo grosso della Fatah attuale, ritenuto oggi un moderato, vive fra la Giordania e Ramallah. Per passare i frequenti posti di blocco, Israele lo ha munito di uno status di VIP. Ma da quando sono uscite le sue memorie, che raccontano con compiacimento il suo crimine, la Germania, che ha la giurisdizione territoriale della vicenda di Monaco, una delle più orribili della storia del terrorismo, ha chiesto allo Stato ebraico di arrestarlo e di estradarlo alla sua giustizia. Problemi politici seri per Israele, che avrebbe di conseguenza guai con Arafat. Dunque, per non arrestarlo sul suo territorio, Israele ha proibito ad Abu Daud di entrarvi. La prima reazione dell'ex terrorista, oggi notabile: appellarsi al Bagaz, l'Alta Corte d'Israele, la vacca sacra della giustizia liberal democratica, perché gli restituisca lo status di VIP in Israele. E non è affatto detto che non lo faccia. E poi dicono che gli ebrei da quando hanno uno Stato hanno perso un po' di quella bella fantasia...

 Lascia il tuo commento

Per offrirti un servizio migliore fiammanirenstein.com utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l'uso dei cookies.