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Con Arafat non muore il terrorismo

lunedì 1 novembre 2004 Diario di Shalom 0 commenti

Qualche giorno fa, dopo che era stata pronunciata la morte clinica di Yasser Arafat, sono andata davanti alla Porta dei Leoni sul Monte del Tempio per cercare di capire i sentimenti dei fedeli mussulmani che entravano nella Moschea per il penultimo venerdì di Ramadan, il primo venerdì senza il loro simbolo, il loro capo supremo, l'icona massima dell'Intifada. Da 36 anni Arafat era la guida, il capo, la stessa piramide del potere, la linea politica, la sostanza stessa dell'idea palestinese.

Mi aspettavo l'horror vacui. E invece le sorprese non sono state poche: credevo di trovare un pubblico contrito, in parte disperato, e comunque colpito dal vuoto che la scomparsa di Abu Ammar può portare nell'immaginario collettivo e nel cuore dei palestinesi, e invece salvo che in pochi casi, ho incontrato distanza, indifferenza, e anche molta ostilità per la figura del rais. Non sono stati pochi quelli che mi hanno detto che "Il destino è nelle mani di Dio. Morto un leader se ne fa un altro"; o "Ha fatto quel che ha potuto, ma alla fine vi sembra che abbia fatto qualcosa di buono per il suo popolo? Siamo ancora come eravamo, senza uno Stato, poveri, carichi di lutti.
Lui e il suo gruppo invece sono diventati sempre più ricchi e potenti mentre tutte le nostre opportunità di una vita migliore, lui le gettava al vento". Altri, specie le donne, erano diretti e feroci: "Si è portato dietro da Tunisi una banda di mafiosi che farà bene a lasciare il potere a una leadership più onesta". Molti lo attaccavano da sinistra:"Doveva guerreggiare senza paura, e più a fondo: gli Israeliani non vogliono la pace ma solo la guerra". "Di fronte all'esercito Israeliano non c'era che l'uso dei nostri martiri. Terrorismo? Non lo chiami così, terroristi sono loro, noi le vittime, e Arafat non ha avuto il coraggio di andare fino in fondo"; altri da destra: "Ha fatto male a non accettare l'accordo a Camp David. Alla fine, la soluzione sarà quella"...

Insomma, la scomparsa di Arafat dalla scena, se la gente contasse qualcosa, potrebbe davvero aprire una finestra di opportunità per una svolta. Ma la gente, conta qualcosa?

Fino ad ora la storia ci dice che non ha avuto nessuna importanza e che l'unica cosa che ha contato è stato lui, il rais: lui e solo lui ha rappresentato l'intera piramide del potere palestinese, l'accumulo di potere sulla sua figura ha superato qualsiasi altro rais mediorentale, sia concretamente che simbolicamente. Persino al ritorno nel '94 da Tunisi riuscì a far fuori una leadership consolidatasi durante la prima Intifada, tutta la generazione degli attuali cinquantenni che sembravano saldamente in sella, e a renderli una funzione minore della sua politica. La sua "hamula" personale che lo aveva seguito dal Settembre nero in Giordania fino a Beirut e poi a Tunisi in tutte le battaglie, i fallimenti e le fughe, rientrò trionfalmente con lui e si insediò in tutti i gangli del potere della nuova Autonomia Palestinese.

Si creò un sistema che doveva rendere conto al capo fino all'ultimo uomo e all'ultimo soldo. Tutte le finanze, valutate oggi fra tre e dieci miliardi di dollari, tutti in conti in Svizzera, tutte le numerose donazioni internazionali passarono rapidamente nelle sue mani. Le milizie armate da Israele secondo lo stesso accordo di Olso, nelle sue mani si moltiplicarono, le armi cominciarono a venire introdotte anche di contrabbando dall'Iran e dalla Siria, gli hezbollah trovarono un nuovo campo d'azione, anche dall'Egitto si attivarono nuovi canali di introduzioni di armi attraverso Gaza. Arafat per mantenere l'unità del suo popolo strinse anche un accordo con Hamas nel 1995, al Cairo, in cui l'autorizzava a svolgere le sue attività purché "non imbarazzino la politica del governo".

Il processo di pace mentre si preparava l'intifada delle Moschee diventò una miniera di potere e di denaro. L'Autonomia Palestinese, il Fatah, l'OLP, tutte le organizzazioni collaterali e soprattutto tutte e cinque le maggiori organizzazioni armate, più quelle minori, facevano capo sono a lui. Anche i gruppi terroristici, nel caso che non chiedessero direttamente il permesso, specie quando si sono moltiplicati durante l'Intifada e hanno fatto capo anche a leadership locali, non hanno mai osato attaccare Israele in presenza di una luce rossa da parte della Mukhata.

Il terrorismo era un'arma consoldiata dal primo di giugno 1967, quando Arafat cercò di fare esplodere la condotta principale dell'acqua in Israele. Mille volte, anche parlando con gli uomini di Hamas oltre che con i Tanzim laici di Marwan Barghuti da cui nacquero le Brigate di Al Aqsa, ho chiesto se in presenza di un ordine del Capo avrebbero osato continuare col terrorismo: mille volte mi è stato risposto da tutti, compreso Hamas, che se Abu Ammar avesse detto "no", sarebbe stato "no". Per tutti.

Arafat aveva in mano anche l'altra immensa fonte del potere palestinese: il messaggio, l'immagine, che nel corso degli anni è diventata la vera forza della sua lotta con la criminalizzazione di Israele. Per comprenderlo a fondo, bisogna tornare con la mente agli inizi degli anni '70, in piena Guerra Fredda, quando la Russia Sovietica inventò i Movimenti della Pace per proteggere il suo espansionismo; e quando consolidò, dopo la guerra del '67, la parola d'ordine di Israele longa manus del potere americano espansionista, imperialista, colonialista, in Medio Oriente. Arafat che ebbe allora contati con i vietnamiti oltre che con i sovietici, comprese che era necessario un doppio registro di comunicazione. E questo da allora è diventato la sua forza: da una parte dichiarare il popolo palestinese parte del sacrosanto movimento mondiale anticapitalista per l'autodeterminazione, presentarsi come vittime di un immenso potere mondiale, dichiarare la propria disponibilità alla pace accusando il nemico di ogni terribile crudeltà, delegittimandolo con ogni strumento.

Da qui nasce la risoluzione dell'ONU "Sionismo eguale razzsimo" una formula che può risultare a tutt'oggi incomprensibile se non si pensa a quanta delegittimazione agli occhi dell'opinione pubblica internazionale vi sia contenuta: chi è razzista non è degno di vivere. La stessa delegittimazione che oggi dichiara Israele uno Stato d'apartheid quando costruisce un indispensabile recinto di difesa per ripararsi dal terrore, e si trova condannata sul banco della legge e dell'opinione pubblica internazionale. Dall'altra parte, Arafat scatenava lo strumento più capace di catalizzare l'attenzione mediatica: il terrorismo. E' stato lui a inventarne l'uso indiscriminato contro bambini, aerei, atleti. Questo, lungi dal creargli discredito, ha costruito intorno a lui una fama di guerrigliero molto apprezzata, e la sua falsa propensione alla pace, ribadita ad ogni occasione e smentita dalle sue azioni, pure lo ha coperto di fronte all'opinione pubblica israeliana stessa fino al rifiuto di Camp David, e tutt'ora di fronte all'opinione pubblica europea. Gli USA hanno capito a fondo l'importanza del terrore quando l'11 di settembre glielo ha imposto, e hanno quindi capito che l'Arafat del ramoscello di ulivo non esisteva, bisognava trovare un altro partner.

Adesso che Arafat sparisce dalla scena le possibilità di trovarlo ci sono davvero, e questo crea un'opportunità di trattativa effettiva: Arafat era l'uomo che più ancora di voler creare uno Stato, desiderava eliminare lo Stato del nemico, come ha dimostrato specie a Camp David e a Taba con i no al 97 per cento del territorio e con l'insistenza sul diritto al ritorno.

Adesso può nascere un gruppo capitanato da Abu Mazen, che voglia invece spartire la terra per arrivare a affermare la necessità di due Stati per due popoli. Ma qui bisogna stare molto attenti a non credere che la stessa politica che ha dato il successo alla doppiezza di Arafat adesso possa avere risultati diversi: la spinta a concessioni che già l'Europa configura e che anche gli USA probabilmente apprezzerebbero, al di là dello sgombero già programmato, lungi dal promuovere un leader moderato, di nuovo porterebbero a riproporre la vittoria di una linea arafattiana, in cui si cede molto in cambio di niente. Una nuova leadership, se sarà effettiva non può che incoraggiare per essere legittimamente incoraggiata: incoraggiare, significa muoversi sul vero terreno del conflitto, quello del terrorismo, proprio come propone la road map.

Il segnale della disponibilità alla pace lo si può ricevere solo da un chiaro impegno palestinese nel dichiararsi disposti a porre fine, o comunque a combattere il terrore. Qui allora Israele sarà veramente chiamato a mostrarsi generoso e aperto. Ma qui soltanto, e non altrove, si misurerà la disponibilirà di una nuova leadership a sedersi a un tavolo di trattative. Sul terrorismo è l'hic Rhodus hic salta, sulla scelta di Arafat che ha sempre impedito ogni processo di pace con un popolo, quello di Israele, che ha invece dimostrato di saper lasciare la terra al momento giusto. Basta ricordare le cessioni del Sinai nella pace con l'Egitto, di zone dell'Aravà con la Giodania, e poi di tutte le città palestinesi, proprio tutte, che furono sgomberate prima che Arafat muovesse un dito. Non è servito, perché Arafat aveva deciso di seguitare a combattere fino alla vittoria: ma per lui, essa significava la distruzione di Israele.

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