Fiamma Nirenstein Blog

Ci vuole la pace, si, ma quella vera

venerdì 1 ottobre 2010 Diario di Shalom 0 commenti

Shalom, ottobre 2010

A dieci anni dalla seconda intifada non c’è più spazio per accordi nominali o di facciata. Il mondo arabo nella sua totalità deve riconoscere ad Israele il diritto ad una esistenza normale,
dove non sia un atto eroico salire sugli autobus, entrare in un bar, recarsi in un mercato.

di Fiamma Nirenstein

Sono passati dieci anni dalla seconda Intifada. No, nella mia memoria essa non è segnata dalla famosa visita di Arik Sharon sulla spianata delle Moschee, o sul Monte del Tempio se volete. Quello fu un giorno di ordinaria follia, in cui una visita concordata prima con le autorità dell’WAQF e che si guardò bene dal toccare i santuari islamici, diventò, a quanto racconta lo stesso capo dei Tanzim Marwan Barghouti, un’irrinunciabile occasione per Arafat, che aveva deciso che le trattative di Camp David sarebbero sfociate nel disastro e nel sangue. La scelta propagandistica di Arafat, fu quella di proclamare la guerra santa per la Moschea di Al Aqsa, ma essa ebbe fra i suoi protagonisti appunto uomini come Marwan Barghouti, da sempre appartenente alla corrente laica del movimento palestinese, ma che con Hamas avevano in comune la scelta del terrorismo suicida. Tanzim e Hamas fecero a gara e Arafat distribuì ordini e aiuti ad ambedue, come ebbi modo di provare a suo tempo attraverso i documenti ritrovati nel palazzo di Arafat, la Muqata di Ramallah, e come ora ha testimoniato Mahmoud Zahar, un dei leader massimi di Hamas.

L’inizio per me è segnato da un episodio che schiaffeggiò il residuo delle mie speranze. A Qalqilya, il 29 settembre, durante una ronda comune di guardie di confine della parte israeliana e di poliziotti della parte palestinese, uno dei palestinesi sparò in faccia al suo compagno israeliano seduto sulla stessa camionetta. Intanto, cominciò a Ramallah un fenomeno inusitato: le guardie dei posti di blocco israeliani venivano assaliti con armi da fuoco che spuntavano in mezzo a una folla variata e tutta in stato di mobilitazione. Ricordo una sconcertata visita notturna al colonello Hirsh, capo della postazione situata vicino a Ramallah, che spiegò in una intervista che per la prima volta il suo problema era colpire gli uomini armati in mezzo a una folla che tirava solo  pietre coprendoli. Era il primo segno della guerra asimmetrica che avrebbe invaso lo scenario mediorientale.

Il 12 di ottobre, l’episodio dei due riservisti linciati dalla folla che mostrava contenta alla macchina da presa le mani inzuppate nel sangue dei due prigionieri e gettava dalla finestra pezzi del loro corpo, fu solo un segnale della letterale esplosione d’odio del terrorismo.

Chi ha vissuto quel periodo in Israele in tutta la sua enormità, sa quanto sia veramente necessaria una pace reale, e non solo un accordo nominalistico come quello che il mondo cerca adesso in modo da ritenere tranquilla la coscienza. Sa che il mondo può essere completamente indifferente alla sorte di Israele. Solo chi sa lo strazio del terrore e che, per contro, conosce la gioia di prendere l’autobus o di sedersi al ristorante o di mandare i figli in piscina o al cinema senza morire d’ansia fino a che non tornano a casa, può giudicare che cosa serve per una pace vera. Occorre proprio questo: che venga riconosciuta la propria normalità, la propria umanità, ma innanzitutto il proprio diritto a vivere. Per l’oggi, per la politica del processo di pace, formula che tutti recitano come un catechismo, intendo dire che occorre soprattutto un accordo che contenga una mutazione del sentimento del mondo arabo verso Israele, cioè l’ammissione che esso ha il diritto di esistere nell’area, e l’impegno a lasciarlo a vivere nella tranquillità della sua vita  fatta do piccole cose, la famiglia, la spesa al mercato che non esplode continuamente, la cena al ristorante che non ti fa a pezzi, l’autobus che ti porta a scuola e al lavoro, il supermarket dove fai le compere senza guardati intorno, il centro acquisti che non ti fruga ogni volta che entri, il concerto dove puoi concentrarti solo sulla musica.

Durante l’Intifada si sono viste cose incredibili, e benché fossero sotto gli occhi di tutti anche perché qualche isolato giornalista come me seguitava a narrarle stupefatto e orrificato (guadagnando, con i miei articoli una scorta di sicurezza che mi fu assegnata appunto nel 2001, e che non mi ha più potuto lasciare), il mondo non se ne accorse nemmeno, il mondo non alzò un sopracciglio di fronte all’eccidio di massa di cittadini ebrei di tutte le età e di tutte le condizioni,e seguitò coi suoi vecchi mantra sulla sofferenza palestinese e sulla necessità di cedere territorio, anzi, i Territori,  come se là stesse tutta la soluzione, come se fra eventi e significato non si potesse stabilire nessun nesso. E nessun nesso infatti fu  stabilito fra l’odio e il sangue, neanche quando apparve evidente che il mandante del terrorista suicida non era solo hamas, ma anche il “moderato” vincitore del premio Nobel per la Pace Yasser Arafat. Ancora oggi c’è chi si riferisce a Arafat come a un personaggio che con Rabin aprì la strada al colloquio. Ma non è così: Arafat deve passare alla storia soprattutto come colui che li chiuse con la seconda Intifada dopo che l’apertura israeliana del 1993 era andata avanti con grande coerenza, sgombero delle città palestinesi, rispetto della suddivisione in zone blocco degli insediamenti nel corso di tutte le trattative.

Gli eventi durante l’Intifada erano ripetitivi fino a penetrare ogni angolo della vita quotidiana: lungo le strade di Gerusalemme, tutte vuote specie dal tramonto, ho visto ovunque bar sventrati e neri, carrozzine vuote e bruciate rimaste orfane fra i tavolini rovesciati e pieni di macchie di sangue; ovunque ho visto gli uomini del Zaka raccogliere frammenti di corpi umani per cercare di consegnarli in un sacco della spazzatura a un funerale decente, a una famiglia distrutta per sempre; ho visto autobus fumanti a tutti gli angoli della città, scoperchiati, ischeletriti e tuttavia ancora abitati da paradossali, ordinati corpi seduti, addormentati e anneriti, ragazzi colti dal sonno della morte mentre andavano a scuola, donne che andavano a fare la spessa al mercato di Mahanè Yehuda.

Il  valore con cui la gente ha saputo rispondere, senza il sostegno morale o l’aiuto pratico di nessuno fra quelli che nel mondo  civile dovrebbero odiare la violenza, senza che l’ONU neppure cinguettasse, ha del leggendario, e come una leggenda del valore umano resterà nella storia. I ristoranti, i centri commerciali, le scuole, i sistemi di trasporto, i commerci, tutto seguitò a funzionare nel ritegno, nel silenzio,e, sì, anche nella paura. Ci sedevamo al bar Ruthie, Vera, Caroline e io; Caroline voleva sedersi al massimo della sfida vicino alla porta dove sempre un ragazzo inerme sorvegliava l’ingresso. Tanti di loro sono saltati in aria per primi così, bloccando con le loro braccia un terrorista suicida. Io, optavo per un tavolino un po’ più distante dalla porta. Ma era un inganno alla mia stessa memoria, avevo visto tante volte come esplode un terrorista suicida in un locale: con una devastazione totale. Ma per nessuno la devastazione appariva mai totale, nel particolare come nell’universale: sullo sfondo la luce di una fede incrollabile e solitaria ha sostenuto Israele allora, e la sfida è ancora la stessa.

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