Fiamma Nirenstein Blog

Cercasi programma disperatamente

mercoledì 1 gennaio 2003 Diario di Shalom 0 commenti
Tra gli effetti non secondari della crisi che sta da tempo attanagliando i rapporti tra Israele e quel che resta dell'Autorità Nazionale Palestinese, vanno considerate le evoluzioni - o involuzioni, a seconda dei punti di vista - che colpiscono i maggiori soggetti partitici dell'arena politica mediorientale. Sotto l'apparente staticità dei rapporti intercorrenti all'interno di un governo, dove le opinioni sul come, sul chi, sul quando e sul quanto da farsi sono molto variegate se non contrastanti, le singole formazioni politiche si muovono organizzando i loro pezzi sulla scacchiera in attesa di fare le opportune mosse. La consapevolezza condivisa è che il criterio d'azione adottato dal governo Sharon non sia in sé sufficiente per dare una risposta definitiva ai molteplici problemi che la presenza palestinese solleva. In altri termini, se esiste un tempo dell'emergenza, non si può continuare a pensare come se l'emergenza fosse l'unico carattere del proprio operare. Bisogna guardare oltre, se non altro per non esaurirsi nel gioco convulso di spinte e controspinte che agitano la scena dopo ogni atto criminale per parte terroristica. A ciò, inoltre, si aggiunge la consapevolezza che il rapporto con l'alleato americano, ancorché solido, non è più certo come nel passato. L'amministrazione Bush, priva di una visione strategica che non si riduca a ripetere il principio della supremazia americana sul mondo e a perseguire i suoi obiettivi attraverso continui aggiustamento di tiro, è al contempo assente ed presente. Assente dalla regione con una credibile proposta di riassetto e una effettiva volontà e capacità mediatoria; presente con le sue discontinue prese di posizione, proiezioni più delle diverse anime interne all'esecutivo che non di un progetto globale. Attraversata da conflitti d'interesse che la rendono per non pochi aspetti sensibile alle ragioni dei paesi produttori di petrolio, poco proclive ad ascoltare le richieste dell'elettorato di estrazione ebraica, sembra contraddistinguersi per una sorta di calcolata indifferenza nei confronti di una crisi i cui contorni le sfuggono e sulla quale intende incidere solo nella misura in cui ciò può tornarle utile per la gestione di altri scenari. A questo rilevante dato di politica estera si aggiungono più fattori nella politica interna: l'accelerazione nei cambiamenti degli equilibri demografici, destinati ad incidere molto anche sul piano delle scelte elettorali; una crisi economica perdurante che accentua le fratture sociali tra i gruppi presenti all'interno della società israeliana; le diverse opzioni sulle politiche del lavoro e sul grado di protezione sociale da accordare ai lavoratori stessi e così via. Naturale che i partiti si confrontino con questi fattori e cerchino, in un modo o nell'altro, di non essere scavalcati dal corso degli eventi. Se la destra estrema coltiva l'ipotesi di costituire un fronte unitario, la sinistra pencola e claudica tra incertezze e contraddizioni. La partecipazione al dicastero Sharon è avvenuta con molte difficoltà. Il profilo politico del governo, vissuto come sbilanciato a destra, ha creato non poche tensioni all'interno del partito laburista come nella stessa delegazione presente nell'esecutivo. Le dimissioni della figlia di Rabin, così come quelle ripetutamente minacciate, e solo in extremis ritirate, di Peres, erano il segno di una crisi insuperabile. Se alla controparte destra si contesta l'assunzione di una linea politica poco propensa all'accordo con i palestinesi, contro i loro compagni di strada di sinistra si levava, sempre più frequentemente, l'accusa di non avere più una identità politica distinta da quella della coalizione. L'intensità e la reiterazione di tale riscontro è il segno più tangibile di un malessere che attraversa il partito laburista in tutte le sue componenti, sempre più ripiegate su di sé e sempre meno propense a cogliere i cambiamenti in atto nella società israeliana. Una crisi che data da lontano, da quegli anni Settanta che videro l'ascesa al potere del Likud, ma che solo ora dispiega in tutto e per tutto i suoi frutti. Una crisi di rappresentanza e di progettualità. Incapacità di identificare, raccogliere e mediare gli interessi e i bisogni di una comunità nazionale in trasformazione; ma anche assenza di qualsivoglia propensione e proiezione verso un orizzonte politico che non sia quello dettato dalla quotidianità, a rimorchio delle iniziative promosse dalla destra. Una crisi, in altri termini, delle stesse ragioni culturali, politiche ed ideologiche che presiedono all'esistenza del Labour. Oggi la società civile, in tutte le sue componenti e nelle diversificate articolazioni, ha scavalcato l'anchilosata leadership riformista. E dalla cristallizzazione fuoriescono, letteralmente, tronconi di partito che cercano nuovi approdi. Il decesso della formazione politica di Ben-Eliezer, nonostante il buon risultato ottenuto da Mitzna, è dato oramai per certo. In parte per consunzione della sua funzione nel quadro politico nazionale, in parte per estinzione dell'eredità della quale, fino ad oggi, si era avvalsa per vedersi legittimata da un elettorato che ha profondamente mutato i suoi caratteri e le sue aspettative. C'è anche il problema, tra gli altri, di come ci si intende porre rispetto ad una Internazionale socialista che, se fino a pochi anni fa, contava nel suo seno un numero cospicuo di capi di governo e di Stato, oggi raccoglie perlopiù i leader delle singole opposizioni nazionali, privi di una qualche idea rispetto a ciò che dovrebbe essere fatto in Medio Oriente e attraversati da malcelate tentazioni antisioniste. Tutto ruota intorno a due quesiti: chi e quando? Chi sostituirà i laburisti e quando ciò avverrà? I tempi non possono essere dilatati oltre misura. E' nelle attese degli stessi aderenti alla sinistra il poter contare su una nuova figura di riferimento, una formazione dichiaratamente socialdemocratica, provvista di un progetto che possa riconnettere il passato al futuro su basi, però, nettamente diverse da quelle fatte proprie dall'attuale Labour. Il problema è comprendere chi capitanerà quest'ultimo quando si concluderà la lotta in corso nella sua leadership. Fermo restando che la difficile situazione in essere nella società israeliana, come nelle sue formazioni partitiche, è anche il prodotto di una complessa crisi di quelle culture politiche che ne hanno costituito il nerbo, dall'atto della fondazione dello Stato nel 1948 ad oggi. Ariel Sharon ne è in parte consapevole e si sta adoperando per svuotare dall'interno quel che resta del laburismo askenazita che tanto ha dato, nel bene come nel male, al Paese. L'approdo ultimo di questa condotta non è chiaro se non per l'intendimento di azzerare una sinistra che ha il fiato sempre più corto e che soffre di afasia ed astenia progettuale. Ma con la consapevolezza che gli spazi di manovra, per gli uni come per gli altri, sono estremamente ridotti.

 Lascia il tuo commento

Per offrirti un servizio migliore fiammanirenstein.com utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l'uso dei cookies.