Bomba a orologeria dietro i coloni
giovedì 14 novembre 2002 Panorama 0 commenti
È sui soldi per gli insediamenti che si è consumata la frattura fra Sharon e il ministro Ben Eliezer. Mentre i partiti religiosi attaccano. E il terrorismo palestinese continua a colpire duro.
Il messaggio continua a essere trasmesso sul Canale Uno, quello nazionale. Una voce flautata ripete: «Caro ascoltatore, forse non sai che il nostro paese si trova sulla grande faglia continentale africana, soggetta a grandi terremoti. È quindi bene che tu sappia come comportarti in caso di necessità». E via con le istruzioni. Nella bolletta della luce sono contenute indicazioni antisismiche, mentre quelle su come usare le maschere antigas in caso di attacco biochimico si trovano nell’elenco del telefono. Nelle scuole martedì scorso si sono tenute contemporaneamente esercitazioni per gli alunni su come comportarsi in caso di attacco missilistico con armi non convenzionali e anche in caso di terremoto. Il terremoto politico, invece, è già avvenuto: abbandonato dal Partito laburista che si fregiava di Shimon Peres come ministro degli Esteri, è caduto il governo di coalizione che ha retto Israele per un anno e dieci mesi nel corso di una crudele guerra contro il terrorismo. Nelle ultime settimane Israele mostra tutte le contrazioni di una democrazia che pretende di restar tale mentre combatte il terrore. Più ancora, che pretende di continuare a esistere come entità geografica ed etnica in mezzo a un mondo ostile. E quando si trova sul confine della faglia (questa, sì, ben presente ai cittadini) fra la cultura occidentale ebraicocristiana e quella islamica. In una realtà così sofferta, è come se nella scorsa settimana Israele oltre che col terrorismo fosse stato costretto a fare i conti anche con i sogni messianici, di destra e di sinistra: quello della conquista e quello della pace. Entrambi impossibili. Quando Benjamin «Fuad» Ben Eliezer, ministro della Difesa, ha comunicato la sua intenzione di dimettersi se nel bilancio in votazione gli stanziamenti per i settler non fossero stati dirottati all’aiuto sociale (300 mila disoccupati, famiglie e bambini poveri, anziani), il premier Ariel Sharon è andato alla buvette della Knesset e, seduto con un gran numero di giornalisti, ha dato segni di buon umore grandi come la sua stazza. «Ben Eliezer mi è molto caro: quando eravamo insieme nell’esercito, era un commilitone in gamba, ma credo che allora avesse meno pazienza con i palestinesi di quanto non ne mostri oggi. È una brava persona, andiamo d’accordo, non andrà fino in fondo perché capisce che la crisi economica non dipende dal bilancio, ma dal conflitto». Invece, quando Fuad ha saputo che le primarie del suo partito, il Partito laburista, quello di Yitzhak Rabin e di Shimon Peres, avrebbero avuto luogo già il 19 novembre, si è affrettato a cercare di recuperare il suo elettorato a sinistra dicendo la parola che Sharon non avrebbe mai voluto sentire: «insediamenti». Non importa che Peres gli abbia ricordato come proprio lui, il ministro della Difesa, avesse dichiarato che non si può abbandonare in tempo di guerra e che sarebbe stato un suicidio personale e politico. Non importa se Haim Ramon e Amram Mitzna, che gli vogliono strappare, nel partito, il ruolo di candidato premier invece di dare segni di apprezzamento, lo hanno denunciato agli elettori come un uomo che pensa solo a se stesso. E non l’ha scosso neppure il pensiero che, in fondo, un ministro della Difesa, che ha in mano tutti i piani della guerra in corso e anche le informazioni su un eventuale attacco americano all’Iraq, non molla. Fuad se n’è andato dopo avere spinto in primo piano, frontalmente, il tema degli insediamenti. Nelle ultime settimane anche Sharon aveva definito i settler «persone che incitano all’insubordinazione e violano la legge ». Ben Eliezer stesso aveva ottenuto l’approvazione del governo nello sgombero forzato di alcuni insediamenti illegali. Quando, su ordine del governo, i bulldozer seguiti dai soldati di Tzahal e dalla polizia erano entrati nell’insediamento di Havat Gilad nella notte di sabato 19, decine di giovani in preda alla frenesia si erano gettati davanti al gigante di acciaio e con i piedi nudi avevano cercato di opporsi alla benna che sradicava le baracche. Botte, corpi trascinati, oggetti lanciati da israeliani contro i soldati di leva stupefatti. È durata giorni. Sullo sfondo, gli ordini di alcuni rabbini che avevano lanciato una specie di fatwa: «Soldati, disubbidite se vi si ordina di sgomberare gli insediamenti, specie di sabato». Sharon ha reagito infuriato con una condanna decisa e anche con l’invito alle forze dell’ordine di procedere all’arresto di chi viola la legge. Ma la questione era ormai riaperta. Da parte del sionismo di destra si è ricominciato a fantasticare di uno stato confessionale, di un paese in trincea che ha il dovere biblico di difendersi e di occupare quanto più possibile dell’Eretz Israel storico. E anche se i capi della Moetzet Yesha hanno condannato subito le intemperanze dei giovani che maledicevano e attaccavano i soldati, hanno cominciato ad alzare la testa anche leader estremi come Moshe Feiglin (un personaggio che insieme a Benjamin Cahane è l’unico israeliano a essere stato condannato per sedizione nei 54 anni di storia d’Israele) o, ancor più, come Effi Eitam, del Partito nazionale religioso, che benché ministro delle Infrastrutture, ha attaccato Ben Eliezer dopo lo sgombero dandogli del «cretino» e del «bugiardo». È stata in particolare l’uscita scomposta di Eitam in concomitanza con le violenze dei settler e con la loro inusitata e rabbiosa invenzione politica di ostacolare con la violenza il raccolto delle olive, che ha risvegliato gli oppositori di Ben Eliezer, e le accuse di opportunismo nel restare nel governo. Chissà, forse Sharon, cui la possibilità di elezioni anticipate sventola davanti agli occhi lo spettro di Benjamin Netanyahu, avrebbe fatto qualche passo ulteriore per conservare la coalizione se i coloni non fossero stati messi dalla storia in una posizione particolare. Perché questo è l’errore della sinistra: il paese intero non crede che sia giunto il momento di sgomberare gli insediamenti come invece sentiva, sia pure fra molte contraddizioni, due anni fa. I coloni, in un anno, hanno subito solo nel West Bank (esclusa dunque Gaza), 1.300 attacchi terroristici, di cui circa 900 con l’esplosivo, e 400 con armi da fuoco. Non solo: gli insediamenti sono l’unica carta di scambio in un rapporto che prevede come unica soluzione terra contro pace, secondo le risoluzioni Onu. Il sogno messianico della sinistra resta legato all’accordo di Oslo, che invece è risultato un fallimento. Non sembra realistico pensare che possa risultare attraente per gli elettori, anche se Ben Eliezer ha voluto metterlo insieme alle aspirazioni sociali della sinistra. Il fatto che scrittori come Aleph Beth Yehoshua, David Grossman, Amos Oz e altri intellettuali siano andati in aiuto ai palestinesi nella raccolta delle olive non ha evitato che proprio nelle stesse ore, in un insediamento poco lontano, due bambine di nemmeno 14 anni, Linoi Sarussi e Hadas Turgeman, siano state assassinate da un terrorista insieme a una donna di cinquant’anni, Orna Eshel. Intanto la riforma di Yasser Arafat langue, si riduce ai minimi termini. Hani al Hasan, il nuovo ministro dell’Interno, speranza degli analisti di cose palestinesi, ha dichiarato quanto agli attentati contro i cittadini: «I settler non possono essere considerati tali, perché non sono nel posto giusto, perché sono armati, perché l’esercito li usa e uccidono i palestinesi». Sarà difficile il giorno delle elezioni spiegare al pubblico, anche di sinistra, che Linoi, Hadas e Orna appartenevano a questa pericolosa categoria.
Il messaggio continua a essere trasmesso sul Canale Uno, quello nazionale. Una voce flautata ripete: «Caro ascoltatore, forse non sai che il nostro paese si trova sulla grande faglia continentale africana, soggetta a grandi terremoti. È quindi bene che tu sappia come comportarti in caso di necessità». E via con le istruzioni. Nella bolletta della luce sono contenute indicazioni antisismiche, mentre quelle su come usare le maschere antigas in caso di attacco biochimico si trovano nell’elenco del telefono. Nelle scuole martedì scorso si sono tenute contemporaneamente esercitazioni per gli alunni su come comportarsi in caso di attacco missilistico con armi non convenzionali e anche in caso di terremoto. Il terremoto politico, invece, è già avvenuto: abbandonato dal Partito laburista che si fregiava di Shimon Peres come ministro degli Esteri, è caduto il governo di coalizione che ha retto Israele per un anno e dieci mesi nel corso di una crudele guerra contro il terrorismo. Nelle ultime settimane Israele mostra tutte le contrazioni di una democrazia che pretende di restar tale mentre combatte il terrore. Più ancora, che pretende di continuare a esistere come entità geografica ed etnica in mezzo a un mondo ostile. E quando si trova sul confine della faglia (questa, sì, ben presente ai cittadini) fra la cultura occidentale ebraicocristiana e quella islamica. In una realtà così sofferta, è come se nella scorsa settimana Israele oltre che col terrorismo fosse stato costretto a fare i conti anche con i sogni messianici, di destra e di sinistra: quello della conquista e quello della pace. Entrambi impossibili. Quando Benjamin «Fuad» Ben Eliezer, ministro della Difesa, ha comunicato la sua intenzione di dimettersi se nel bilancio in votazione gli stanziamenti per i settler non fossero stati dirottati all’aiuto sociale (300 mila disoccupati, famiglie e bambini poveri, anziani), il premier Ariel Sharon è andato alla buvette della Knesset e, seduto con un gran numero di giornalisti, ha dato segni di buon umore grandi come la sua stazza. «Ben Eliezer mi è molto caro: quando eravamo insieme nell’esercito, era un commilitone in gamba, ma credo che allora avesse meno pazienza con i palestinesi di quanto non ne mostri oggi. È una brava persona, andiamo d’accordo, non andrà fino in fondo perché capisce che la crisi economica non dipende dal bilancio, ma dal conflitto». Invece, quando Fuad ha saputo che le primarie del suo partito, il Partito laburista, quello di Yitzhak Rabin e di Shimon Peres, avrebbero avuto luogo già il 19 novembre, si è affrettato a cercare di recuperare il suo elettorato a sinistra dicendo la parola che Sharon non avrebbe mai voluto sentire: «insediamenti». Non importa che Peres gli abbia ricordato come proprio lui, il ministro della Difesa, avesse dichiarato che non si può abbandonare in tempo di guerra e che sarebbe stato un suicidio personale e politico. Non importa se Haim Ramon e Amram Mitzna, che gli vogliono strappare, nel partito, il ruolo di candidato premier invece di dare segni di apprezzamento, lo hanno denunciato agli elettori come un uomo che pensa solo a se stesso. E non l’ha scosso neppure il pensiero che, in fondo, un ministro della Difesa, che ha in mano tutti i piani della guerra in corso e anche le informazioni su un eventuale attacco americano all’Iraq, non molla. Fuad se n’è andato dopo avere spinto in primo piano, frontalmente, il tema degli insediamenti. Nelle ultime settimane anche Sharon aveva definito i settler «persone che incitano all’insubordinazione e violano la legge ». Ben Eliezer stesso aveva ottenuto l’approvazione del governo nello sgombero forzato di alcuni insediamenti illegali. Quando, su ordine del governo, i bulldozer seguiti dai soldati di Tzahal e dalla polizia erano entrati nell’insediamento di Havat Gilad nella notte di sabato 19, decine di giovani in preda alla frenesia si erano gettati davanti al gigante di acciaio e con i piedi nudi avevano cercato di opporsi alla benna che sradicava le baracche. Botte, corpi trascinati, oggetti lanciati da israeliani contro i soldati di leva stupefatti. È durata giorni. Sullo sfondo, gli ordini di alcuni rabbini che avevano lanciato una specie di fatwa: «Soldati, disubbidite se vi si ordina di sgomberare gli insediamenti, specie di sabato». Sharon ha reagito infuriato con una condanna decisa e anche con l’invito alle forze dell’ordine di procedere all’arresto di chi viola la legge. Ma la questione era ormai riaperta. Da parte del sionismo di destra si è ricominciato a fantasticare di uno stato confessionale, di un paese in trincea che ha il dovere biblico di difendersi e di occupare quanto più possibile dell’Eretz Israel storico. E anche se i capi della Moetzet Yesha hanno condannato subito le intemperanze dei giovani che maledicevano e attaccavano i soldati, hanno cominciato ad alzare la testa anche leader estremi come Moshe Feiglin (un personaggio che insieme a Benjamin Cahane è l’unico israeliano a essere stato condannato per sedizione nei 54 anni di storia d’Israele) o, ancor più, come Effi Eitam, del Partito nazionale religioso, che benché ministro delle Infrastrutture, ha attaccato Ben Eliezer dopo lo sgombero dandogli del «cretino» e del «bugiardo». È stata in particolare l’uscita scomposta di Eitam in concomitanza con le violenze dei settler e con la loro inusitata e rabbiosa invenzione politica di ostacolare con la violenza il raccolto delle olive, che ha risvegliato gli oppositori di Ben Eliezer, e le accuse di opportunismo nel restare nel governo. Chissà, forse Sharon, cui la possibilità di elezioni anticipate sventola davanti agli occhi lo spettro di Benjamin Netanyahu, avrebbe fatto qualche passo ulteriore per conservare la coalizione se i coloni non fossero stati messi dalla storia in una posizione particolare. Perché questo è l’errore della sinistra: il paese intero non crede che sia giunto il momento di sgomberare gli insediamenti come invece sentiva, sia pure fra molte contraddizioni, due anni fa. I coloni, in un anno, hanno subito solo nel West Bank (esclusa dunque Gaza), 1.300 attacchi terroristici, di cui circa 900 con l’esplosivo, e 400 con armi da fuoco. Non solo: gli insediamenti sono l’unica carta di scambio in un rapporto che prevede come unica soluzione terra contro pace, secondo le risoluzioni Onu. Il sogno messianico della sinistra resta legato all’accordo di Oslo, che invece è risultato un fallimento. Non sembra realistico pensare che possa risultare attraente per gli elettori, anche se Ben Eliezer ha voluto metterlo insieme alle aspirazioni sociali della sinistra. Il fatto che scrittori come Aleph Beth Yehoshua, David Grossman, Amos Oz e altri intellettuali siano andati in aiuto ai palestinesi nella raccolta delle olive non ha evitato che proprio nelle stesse ore, in un insediamento poco lontano, due bambine di nemmeno 14 anni, Linoi Sarussi e Hadas Turgeman, siano state assassinate da un terrorista insieme a una donna di cinquant’anni, Orna Eshel. Intanto la riforma di Yasser Arafat langue, si riduce ai minimi termini. Hani al Hasan, il nuovo ministro dell’Interno, speranza degli analisti di cose palestinesi, ha dichiarato quanto agli attentati contro i cittadini: «I settler non possono essere considerati tali, perché non sono nel posto giusto, perché sono armati, perché l’esercito li usa e uccidono i palestinesi». Sarà difficile il giorno delle elezioni spiegare al pubblico, anche di sinistra, che Linoi, Hadas e Orna appartenevano a questa pericolosa categoria.
