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Arafat, un tiranno isolato ma non sconfitto

giovedì 1 maggio 2003 Diario di Shalom 0 commenti
Non è facile giudicare la politica palestinese quando, nella stessa mattina in cui il mondo intero si aspetta che si apra un'era nuova, si ode per l'ennesima volta lo scoppio di un terrorista suicida, l'urlo delle ambulanze, il pianto delle famiglie che cercano i loro cari sparsi per gli ospedali. E tuttavia tentiamo di chiederci: chi ha vinto fra Arafat e Abu Mazen? Tutti e due, per ora, ma Arafat porta a casa qualche punto in più. Quindi questo pone serie ipoteche sulla possibilità che la "road map", ovvero la proposta del Quartetto su cui palestinesi e israeliani dovrebbero tornare al tavolo di pace, sia una strada larga e confortevole. E tuttavia il risultato attuale delle trattative fra i palestinesi consente quel rinnovamento che è la pre-condizione per la ripresa di trattative dopo quasi tre anni di guerra. Il dopoguerra mediorientale vedrà quindi il desiderato dispiegarsi delle pagine di progetto che sono frutto del lavoro del Quartetto: Tony Blair ha ottenuto da George Bush che si rimandino i commenti, i 'se' e i 'ma'. Sharon potrà eventualmente presentare delle obiezioni nel caso la nuova amministrazione palestinese non possa o non voglia fermare il terrorismo. Per ora, la "road map" prende l'avvio, verrà resa pubblica e si avvieranno colloqui. Innanzitutto, Abu Mazen un uomo del Fatah potente e navigato, è Primo ministro. Non è stato costretto a rinunciare all'incarico, anche se ormai nel suo governo, dopo la trattativa, i sostenitori di Arafat sono di più e più importanti dei suoi. Tuttavia, Arafat ha dovuto lasciarlo passare. Non è poco. Nella gerarchia palestinese il rais non è più l'unico, il sommo, l'indiscutibile. Ora siede in vetta alla gerarchia anche un altro personaggio di peso, che ha dimostrato nel lungo braccio di ferro che precede questa giornata, di avere la forza per tenere il punto. Ciò che prima della guerra in Iraq Bush aveva posto come pre-condizione dell'avvio di un nuovo processo di pace, si è avverato. Si può parlare di un cambio di regime, e in fondo il fatto che Muhammed Dahlan abbia un ruolo importante (anche se non raccoglie nelle sue mani tutto il comando della polizia) nella riorganizzazione delle milizie palestinesi, è abbastanza promettente. Lo scontro era tutto su questo: unificare gli uomini armati sotto un uomo che avesse dimostrato in passato la sua disponibilità a combattere il terrore, così da non ritrovarsi a un uso improprio, milizia contro milizia, o nel terrorismo, a seconda delle necessità del momento. Divisi, perchè il rais potesse imperare. Adesso anche se la linea ufficiale è quella sostenuta da Arafat, ovvero che non esiste terrorismo palestinese ma solo resistenza, pure nelle cose si apre il test dello scontro con Hamas e la Jihad Islamica, nonché con le Brigate dei Martiri di Al Aqsa, parte del Fatah. Abu Mazen è l'uomo che ha detto che non si può vincere Israele con la violenza; Dahlan colui che ha detto che è stato un gravissimo errore non spezzare Hamas agli inizi. Non solo: è anche colui che ha osato mettere svariati uomini dell'organizzazione in prigione, e che pensa che oggi si debbano sciogliere le Brigate dei Martiri di Al Aqsa. Di lui tutti dicono che non è uno stinco di santo, che ha guadagnato miliardi dal processo di pace, ma a sua volta Dahlan ha osato attaccare pubblicamente Arafat definendolo il primo responsabile della corruzione dilagante. Arafat in queste settimane di guerra degli Alleati contro l'Iraq tesseva la sua rete di sicurezza con una serie infinita di "no" alla formazione di un governo che lo avrebbe definitivamente messo fuori gioco. Ce l'ha fatta a reintrodurre i suoi fedelissimi e a farsi supplicare dall'intero consesso internazionale a farsi almeno un po' da parte, per consentire la pubblicità della "road map". E forte anche del fatto che una nuova leadership gradita agli americani appariva come l'antitesi dell'opinione pubblica palestinese, prima eccitata e pro Saddam, poi delusa e amareggiata, ha suggerito con successo l'idea che la vera legittimità nell'opinione pubblica palestinese che l'ha eletto, è la sua, e ha riconquistato così per l'ennesima volta la piazza nonostante tutto il sangue versato e le spaventose condizioni economiche cui la sua politica l'ha portato. Sono arrivate così le visite degli europei, l'omaggio di Yoschka Fischer, le telefonate di Blair, del Quartetto tutto e infine la visita del grande inviato di Mubarak, Suleiman che gli ha portato tutto l'interesse arabo a una soluzione pacifica con Abu Mazen in tempi di dopo guerra. "Che ti importa" si può immaginare che gli abbia detto il capo dei servizi segreti egiziani "accetta, ha già ceduto moltissimi posti nel nuovo gabinetto, e Dahlan non sarà ministro degli Interni. E se poi vedrai che ti delude, puoi sempre cambiarlo. Intanto getti di nuovo la palla in campo israeliano: sono loro adesso che dovranno ottemperare alle promesse fatte a Bush". Questa è dunque la situazione odierna: Sharon aveva promesso di dare il via alla "road map", ovvero di congelare gli insediamenti, ai primi sforzi di rinnovamento (compresi i segnali di lotta al terrorismo) da parte dei palestinesi. Adesso, tutto il mondo aspetta una sua mossa. Anche se la lotta fra Abu Mazen e Arafat continua, il dopoguerra del Medio Oriente è già cominciato. Il fatto che Arafat si sia mostrato in parte tanto restìo al cambiamento, ma in parte anche compiacente con il rinnovamento richiesto, pone di fatto lo stesso rais a un bivio, e le sue scelte saranno evidentissime molto presto, a seconda che l'Autonomia si impegni o meno a bloccare i terroristi. Se questo non accade, dopo il suo breve ritorno a un ruolo rilevante, nell'ambito di un Medio Oriente che si aggiusta alla nuova situazione post Iraq, Arafat tornerà ad essere "irrilevante", e la "road map" al chilometro zero.

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