Antisemitismo con la kefiah
martedì 1 maggio 2001 Diario di Shalom 0 commenti
Quando, il 19 aprile, Israele ha celebrato Yom ha-Shoah, al momento del suono della sirena non è mancato quel senso di drammatica, profonda continuità fra vivi e morti, fra il popolo ebraico e le vittime del nazismo che è uno dei grandi significati basilari dello Stato degli ebrei, motivo di grande vitalità e di orgoglio significato dall'attimo, alle 10 della mattina, quando il popolo intero si immobilizza nel ricordo della Shoah. Quel civilissimo spettacolo del bloccarsi delle automobili nelle strade mentre i passeggeri scendono e restano sull'attenti, quel cessare da qualsiasi gesto, sia che ci si trovi al lavoro che invece a scuola o intenti in una qualsiasi conversazione, è un esempio di civiltà unico al mondo. Si tace, si sta fermi, non si pensa ad altro che a trovare un nesso con la propria dolente radice, si crea la continuità storica e sentimentale di un popolo intero. Così è andato anche quest'anno anche se sullo sfondo, oltre all'echeggiare terribile della guerra, qualcosa di molto disturbante avveniva: sembra incredibile, ma nonostante tutto quello che gli ebrei hanno passato, non solo uno studio dell'Università di Tel Aviv annuncia che l'antisemitismo è cresciuto in misura rilevante da quando è scoppiata l'Intifada, ma si vede anche che un pilastro di questa crescita è il negazionismo arabo. Un negazionismo ancora più aspro e violento di quello francese o inglese, che è sempre stato parte della cultura dei Paesi arabi, specie dell'Egitto e della Giordania (i due paesi che hanno firmato un trattato di pace) e che ora dilaga senza nessun freno anche sulla stampa palestinese. Non avrebbe potuto essere altrimenti: un freno morale e culturale decisivo nessuno l'ha mai posto al revisionismo-negazionismo arabo, mai, perché la loro stampa e i loro intellettuali hanno una specie di trattamento discriminatorio alla rovescia, come se fossero minorenni, quanto all'uso sregolato di parole e concetti. Un uso che personalmente definisco razzista. È del 13 di aprile un articolo di cui con dolore riporto qualche stralcio ai lettori di SHALOM: è apparso sul quotidiano dell'Autorità Palestinese Al Hayat Al-Jadida a firma di Hiri Manzour. "Di nuovo" dice l'articolista nei giorni vicini a Yom ha Shoah "torna il tema dell'olocausto. Non sparisce neppure dopo mezzo secolo, perché la propaganda sionista lo ha reso un mezzo per produrre benefici economici e politici e per consolidare l'occupazione e la politica delle colonie. Un libro americano dimostra con prove scientifiche e chimiche che il numero di sei milioni di ebrei è una bugia per la propaganda. Nessuno spazio avrebbe potuto contenere neppure un centesimo di un così grande numero. Il movimento sionista non può tollerare nessuna inattività dei vari aspetti della professione dell'olocausto, soprattutto adesso che l'intelligentsija di tutto il mondo ha cominciato a riflettere sull'olocausto corrispondente, quello che lo Stato Ebraico ha perpetrato contro i palestinesi. E quindi, i difensori ebrei dell'olocausto sono in costante allerta, impauriti dallo scivolare dell'attenzione dalla favola dell'olocausto, all'olocausto specifico, storico. Il campo avverso è fatto tipicamente di accademici occidentali che cercano, e lo testimoniano personalmente, di liberarsi dalla dominazione ebraica accompagnata dal continuo ricatto. Sembra che ci sia stato un crollo nelle vendite politiche del prodotto sionista, e tutti gli strumenti standard hanno perso l'abilità di riproporne la commercializzazione. E ancora l'olocausto palestinese cerca i suoi musei, mentre il mondo lo dimentica. In definitiva la questione sollevata nelle aule universitarie e nelle case editrici europee è oggi la seguente: questa gallina dalle uova d'oro ha raggiunto la data di scadenza? E la storia ha finalmente capito che le vittime dell'olocausto sono gli stessi che l'hanno causato? Ci sono anche coloro che spiegano che gli ebrei hanno partecipato attivamente alla costruzione cosciente di sentimenti europei contro di loro, resistendo all'assimilazione, che è il peggiore nemico del sionismo. Sfortunatamente per i circoli sionisti, l'Occidente stesso si è risvegliato dopo mezzo secolo di coma, ed è quindi venuto il tempo per gli intellettuali europei di dichiararsi storicamente maturi e di emanciparsi dai lacci che li hanno imprigionati in difficoltà esistenziali e in una memoria fatta di colpa. Lo Stato ebraico è preoccupato dei dubbi scientifici che pesano sull'olocausto anche perché vedono in questi dubbi una porta aperta alla messa in forse di tutte le false rivendicazioni ebraiche. Le componenti del nuovo olocausto (quello dei palestinesi, ndr) sono ora chiare e il mondo le guarda con attenzione mentre riesamina una storia che è sopravvissuta più di cinquant'anni a causa della partigianeria dei media, e non perché sia mai stata la Storia". L'imperfetta traduzione è di chi scrive, e anche la stupefatta angoscia nell'osservare da vicino un testo non solo pieno di bugie e di antisemitismo, ma anche insinuante e patrocinatore verso l'opinione pubblica e gli intellettuali nostrani, trattati come un frutto maturo da cogliere per la nuova campagna araba della negazione della Shoah: evidentemente hanno fatto qualcosa per meritarla. E nessuno ha mai detto a Hiri Manzour, un esempio fra tanti, "noli me tangere" almeno su questo tema così decisivo dal punto di vista morale e del senso comune, che fornisce all'uomo le direttive fondamentali per il bene e il male dei nostri figli.
