Anticipata l’evacuazione degli insediamenti?
Pare che la Knesset sarà chiamata a deliberare l'evacuazione di alcune migliaia di abitanti degli insediamenti entro un mese, e non nel marzo prossimo come previsto. La ruota della storia gira, sia pure in un situazione di estrema difficoltà politica interna e internazionale, e il motore della prossima rivoluzione, che pare ineluttabile a meno di sorprese drammatiche, è Ariel Sharon.
Sharon, proprio lui, il generale che ha personalmente creato, così hanno scritto in tanti, gli insediamenti, il paladino dei coloni, Sharon che è stato rappresentato dalla stampa internazionale come una sorta di malato compulsivo, abitato come un re Lear dalla tragica vicenda di Sabra e Shatila, dipendente psicologicamente alla vittoria militare come a una droga, bugiardo abituale da quando mentì (sostengono alcuni) a Begin sulla campagna del Libano, penetrando fino a Beirut senza permesso, e forse addirittura sognando non tanto di liberare quella terra dalle basi pesantemente armate di Arafat che seviziavano il nord d'Israele con continue infiltrazioni terroristiche, quanto di divorarla territorialmente... Sharon che ha lanciato l'operazione Muro di Difesa dopo il marzo del 2002, che ha, dopo molti tentennamenti, deciso di avviare e portare a termine il Gader, il recinto antiterrorismo condannato dalla Alta Corte dell'Aja; lui, che desta un'antagonismo così viscerale da essere stato disegnato da vignettisti molto spiritosi ornato di svastiche, di missili, di sacchetti di dollari nelle grinfie adunche, con la pappagorgia gocciolante di sangue mentre sgranocchia bambini palestinesi, lui ce è oggetto di slogan ripugnanti quanto le sue caricature del genere "Hitler has two sons Bush and Sharon"... Proprio Sharon, ormai la vera pietra di paragone del nuovo antisemitismo negato, per cui puoi dire che non ce l'hai certo con Israele ma invece rivendichi di odiare la "politica di Sharon", sta per compiere due rivoluzioni: lo sgombero di una parte dei Territori, Gaza per prima, e, in secondo luogo, lo scombino definitivo di ogni schema per cui dal '67 la destra e la sinistra israeliane sono state caratterizzate in quanto tali dalla loro posizione in politica internazionale. I buoni e i cattivi, agli occhi del mondo intero sono stati definiti a secondo che volessero "restituire" i Territori o non farlo; credere a Arafat come interlocutore plausibile oppure no; aprire generosamente le braccia al mondo arabo o essere così malfidati (ha decretato la sinistra) e sospettosi da temere quello che poi di fatto è avvenuto giorno dopo giorno, ovvero trovarsi ad una situazione di continuo rifiuto aggressivo e nutrito da fantasie antisemite.
Dunque, lo scombino dei due schieramenti ha una portata concettuale e morale, oltre che politica, molto vasta e difficile da deglutire per chi ama e talvolta ha anche bisogno di identificarsi con la sinistra o con la destra politica. Infatti Sharon è aggredito da furori d'odio dai settori estremi dello spettro politico: lo inseguono incessantemente da destra furiose, sbilanciate accuse di essere un traditore, un immorale venduto all'opinione pubblica internazionale; oppure, se le accuse vengono da sinistra, un bugiardo matricolato, un baro che cerca solo di nascondere una natura di lupo dietro uno sporco gioco teso a coprire le sue magagne personali, un fascista compulsivo che di fatto trama per compiere un suo disegno espansivo e autoritario. Molti, a destra, dato che dagli insediementi si è creato poi anche un sostegno spontaneo e disperato a molte famiglie che dovranno abbandonare le loro case, creano nuovi raggruppamenti e anche nuove carriere politiche utilizzando la piattaforma dell'odio anti Sharon. A sinistra, a molti pare impossibile e odioso che il partito laburista possa diventare parte di un disegno politico nazionale guidato da Arik, il nemico tradizionale, il volto più odiato. Ma il vero fenomeno del futuro è già presente oggi, che le parti estreme lo vogliano o no: è il raggruppamento di centro creatosi intorno a Sharon perché la maggior parte del Paese è comunque disposta a seguirlo nello sgombero e nel completamento del Recinto di Difesa, le due grandi scelte del vecchio Primo ministro, le sue due scelte simboliche compiute con sano realismo, e che dicono: avete visto l'aggressività e la corruzione della leadership palestinese, cerchiamo dunque la pace da soli, senza aspettare un tram che si chiama desiderio, e partiamo dalla cosa più difficile: sgomberare insediamenti. E aggiungono, rivolte all'opinione interna e internazionale: ci difenderemo meglio che possiamo comunque, e anzi, con una intelligente e moderata lotta contro il terrorismo sia attiva (Muro di Difesa) che statica (il Recinto di Difesa) qualsiasi cosa il mondo dica. Intorno a queste due scelte si è costituito un raggruppamento inusitato che sta ridisegnando tutta la politica israliana. Non più falchi nè colombe: anche Shimon Peres vede la necessità del recinto e la rivendica, persino quando il contesto internazionale lo condanna; e anche Sharon (Chaim Ramon lo rivendica ad ogni discorso per spiegare agli snob che oggi si può stare con la bestia nera di un tempo) vede che si deve sgomberare, almeno in parte, e ha abbracciato così posizioni tradizionalmente di sinistra.
Quindi, anche se si andrà a elezioni anticipate, è molto difficile immaginare che Israele di nuovo voterà secondo le spaccature tradizionali; ne vedrà di nuove, di diverse, magari di estreme e dolorose, ma si profila un raggruppamento al centro che parla di un Paese diverso, meno ideologico, più realista. La discussione certo proseguirà a lungo, perché la linea di confine che Sharon disegna non è quella della Linea Verde, irrealistica rispetto alla difesa, alla demografia, alla possibilità effettiva di compiere sgomberi tanto grandi, alla saldezza e all'affidabilità della leadership del nemico, all'immenso fenomeno nuovo del terrorismo islamico, che richiede linee di difesa sicure anche rispetto al mondo arabo in generale. Così mentre gli insediamenti più difficili da difendere, ovvero quelli siti nella profondità dei territori, saranno oggetto di rinuncia, al contrario quelli più legati alla difesa di confini saldi non saranno abbandonati. E' anche chiaro che due nuovi attori nella definizione del confine saranno, in assenza di un interlocutore attendibile in campo palestinese, l'Egitto, che promette il controllo di Gaza, e la Giordania, che sotterraneamente si ripresenta di già quando si parla dei territori.
Quanto questo, poi, possa condurre se non a una pace, a una tregua, è difficile dirlo: le recenti rivolte anti Arafat sia a Gaza che nell'West Bank più che il segno delle riforme, del ripensamento, della cessazione del terrorismo, portano quello della disperazione e della rabbia per quattro anni buttati via in uno scontro dalla violenza inusitata e gratuita; quattro anni legati agli errori di vcalutazione, alla fame di potere e di denaro di una leadership che, priva di una prospettiva realistica e coraggiosa, mantiene il suo potere seguitando a suscitare nel suo popolo aspettative irrealistiche, confuse, basate sulla demonizzazione e la delegittimazione del nemico, Israele.
Arafat non cambierà, non sembra avere imparato niente né dalla sconfitta bellica né dalla rivolta interna. Ma anche la vita di ogni giorno ci insegna che l'unica cosa che possiamo cambiare veramente è il proprio carattere, noi stessi. E' quello che Israele sta facendo, vedremo se può servire a qualcosa nonostante tutto.
