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Affrontare la guerra ma senza panico

sabato 1 marzo 2003 Diario di Shalom 0 commenti
Consta di 52 pagine il libretto di istruzioni che ogni casa israeliana ha ricevuto nelle settimane scorse. Il titolo: "In caso di un'autentica allerta, informazioni sulla difesa civile della famiglia". Col titolo, sulla copertina tutta colorata, il simbolo del comando del Fronte Interno, e una grande foto troppo allegra di una giovane famiglia con due bambini in braccio. Il libretto mantiene un tono oggettivo, distaccato, ti informa con garbo del fatto che potresti ricevere in testa un missile sia convenzionale che non convenzionale, nel qual caso avresti a che fare con armi chimiche o biologiche diffuse da una piccola esplosione. Di missili convenzionali si ha esperienza da queste parti, Saddam ne spedì 39. Semmai, nel secondo caso, spiega garbatamente la brochure, con un tono da Monsieur de Lapalisse, sappiate che usare la maschera e stare in una stanza ben chiusa o in un rifugio aiuta molto a difendersi. Meglio farlo che non farlo, in caso la sirena suoni (siate ben certi di saperla identificare, da quel momento ci sono tre minuti esatti per salvarvi la pelle: pronti, via). Dunque le protezioni sono buone, sempre che funzionino: perché naturalmente, con l'aria di non volerti troppo allarmare, il Fonte Interno ti dice che se per caso la stanza non è ben protetta, se non sei riuscito a isolarla con nylon e nastro adesivo e con stracci bagnati come ti si insegna più oltre, oppure se hai un rifugio di cemento costruito in casa ma la finestra o la porta non chiudono bene, o la maschera ha qualche guaio allora "possono svilupparsi sintomi di avvelenamento". Tuttavia, vieni consolato, potrai usare la siringa di atropina contro gli avvelenamenti da gas nervino, quello, per capirsi, con cui Saddam ha ucciso decine di migliaia di Curdi. Ma anche quella, chissà, se non usata al momento giusto e solo di necessità, potrebbe essere dannosa, causare "secchezza della bocca e disturbi alla vista, e quindi bisogna bere grandi quantità d'acqua". Una visione minimalista, che nel proseguo del libretto continua a seguire la linea tipica dell'informazione sulle emergenze in Israele: una linea che è tipica delle democrazie, ovvero niente panico, ti dico tutto quello che può succedere, ma rispetto il tuo amore per la vita normale, non ti impongo nessuna protezione, mi limito a consigliartela. Così sono costruiti (con garbo un po' affettato, dato l'argomento, ma con molta precisione) tutti i successivi capitoli, ovvero "cosa fare durante un attacco", "come avere a che fare con lo stato d'emergenza", preparazione di un pacchetto di protezione", "preparazione di uno spazio protetto", "lista degli equipaggiamenti di emergenza", "preparazione di una stanza sigillata", "equipaggiamenti necessari", "ventilazione e filtri", "uso della siringa", "lista dei centri di aiuto", "le organizzazioni addette alla sicurezza", "economia di emergenza e provviste"... Il libretto insegna da come mettersi la maschera a come stendere le strisce di nastro adesivo intorno alle finestre, ma suggerisce anche di parlare il più possibile delle nostre esperienze di paura senza temere, perché questo fa bene; insiste che ai bambini siano risparmiate eventuali scene di distruzione e morte che si potrebbero vedere in tv; vuole che prepariamo libri e giochetti e novelle da raccontare; spiega che occorre avere in casa 420 grammi di pasta o riso a persona, che nella scatola da tenere nella stanza protetta ci vogliono 350 grammi di zucchero, 700 grammi di frutta conservata e 700 di pollo o tacchino o carne, e altri generi tutti inscatolati perché non vengano eventualmente contaminati. Il tono è quieto, in fondo bastano 4 litri di acqua al giorno a persona per non morire di sete; a scuola i bambini fanno esercitazioni e ridono trasportando i loro compagni su barelle preparate nei rifugi mentre indossano come una maschera di Purim le maschere antigas. Tutti, però, pensano a qualche propria specifica eventualità, qualche pensiero particolare, pratico, non filosofico: se il rifugio per esempio è fuori della porta, magari qualche scalino lontano, ce la faranno il nonno e i bambini ad arrivare dentro la stanza in tre minuti (questo è il tempo previsto fra la sirena a qualche boom eventuale), a mettersi la maschera antigas senza soffocare o senza piangere di paura, a chiudere la porta, accendere la radio e a restare tranquilli mentre lo speaker del Comando Centrale ci fa sapere dove è caduto il missile, se è sospetto, se si prevede di restare pochi minuti o qualche ora rinchiusi? Oppure: e se qualcuno ha l'asma? E se è miope? Che si fa con la maschera? E se una famiglia ha un malato grave, mettiamo una persona soggetta a dialisi, oppure una donna agli ultimi giorni di gravidanza, come ci si deve comportare quando la sirena suona? Cercare di raggiungere l'ospedale, stringere i denti, telefonare alla polizia e al Magen David Adom subito? O dopo? E se hai un cane che si lamenta e si agita, che te ne fai per ore nel rifugio? Cerchi di sedarlo, di mettere anche a lui una maschera? Problemi minimi di chi la guerra la vede da vicino, ti viene in mente di ricordarti di mettere l'apriscatole (già) nella stanza sigillata, di trovare il modo di farci arrivare una tv, di comprare le batterie per la radio. Non hai paura, non più del solito, non più paura di quanta ne puoi avere dei terroristi suicidi, per te e per i tuoi cari. La vita e la morte non sono mai molto lontani da queste parti. E intanto si sente il ronzio della grande organizzazione contro eventuali disastri, si parla delle squadre di soccorso, di disinfestazione, del fatto che potremmo dover rimanere molte ore rinchiusi in un rifugio se una zona risulta infetta. Gente vestita da marziano che lava le mura, le persone, gli alberi... Gli ospedali sono completamenti cambiati, hanno tutti un piano per la disinfestazione e le grandi emergenze. E ognuno ha anche un suo pensiero strategico, si interroga senza ideologismi sulla reazione a catena che la guerra potrebbe indurre, sarà buona, sarà cattiva? La road map che adesso Bush vuole imporre a Israele, invece del piano "Stato Palestinese contro fine del terrorismo e sostituzione democratica di Arafat" che in giugno era piaciuto a Israele, è un prezzo accettabile per la caduta di uno dei nemici più letali dello Stato ebraico, uno che anche nei suoi singulti antiamericani più disperati riesce a suggerire che è tutto frutto di un complotto sionista, che la guerra è un'invenzione degli ebrei, che Israele sarà distrutta? Uno che dona 25mila dollari a famiglia di "martire" terrorista? La guerra cosa porterà, oltre a tutto questo scatolame che la gente si è messa in casa (350 grammi di piselli, lenticchie, fagioli, 175 milligrammi di olio), oltre alle code al centro di distribuzione della maschere, oltre all'aeroporto vuoto? Israele, la più esposta di tutte le democrazie occidentali, risponde con il senso del destino, sperando per il meglio, senza sfilare in piazza, odiando la guerra come sa solo chi ne ha sofferto atrocemente, e avendone ricevuto solo un dono: il senso della realtà.

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