Il Giornale
Attacco antisemita di sinistra pericoloso per tutti
Il Giornale, 24 agosto 2024
È un lavorone la lista che il Nuovo Partito Comunista ha preparato per indicare come obiettivi da colpire gli “agenti sionisti”, le “retrovie di cui gode nei Paesi imperialisti l’entità sionista”. Un gruppo di giovani violenti e antisemiti deve aver lavorato sodo per preparare le liste, e un nostalgico bolscevico sbiancato dalla lunga camminata attraverso i fallimenti e le nefandezze della sinistra estrema ha messo insieme i dati inzuppandoli di frasi ridicole, e obsolete. Il documento è lungo e suddiviso in capitoli molto specifici, c’è una specie di confusione intenzionale per cui i nomi indicati sono mescolati con altri di personaggi e istituzioni che non si sono particolarmente esposti sul tema, e invece manca poi palesemente qualche nome in vista… è una tecnica in stile sovietico, si cerca di complicare le cose in modo che la difesa si frastagli.
Ma attenzione, sotto c’è una determinata e specifica intenzione violenta che cerca di intimidire mentre chiama a colpire la sua vasta schiera di antisemiti consapevoli o ignari, ideologici, etnici, religiosi, politici; ci si appella ai movimenti che insozzano le università, le scuole, i luoghi della cultura con settimane dell’apartheid o del genocidio, con bugie insolenti, ripetute, ossessive su Israele, gli ebrei e chi gli è amico. Si chiama il pubblico tv agli stereotipi bugiardi dei dibattiti (cifre sballate, genocidio, apartheid…), a dimenticare gli orrori del 7 ottobre. Il linguaggio è da Minculpop e BR, la sua pretesa fredda oggettività è ubriaca e isterica, si radica nella storia nazicomunista che ha fatto degli ebrei un difetto dell’umanità, e che oggi ha una sponda decisa in Iran e nel mondo islamico che qui viene chiamato sottotraccia a raccolta; evoca una storia che passa per i campi di sterminio, arriva ai gulag, si avventa sugli ebrei di nuovo col 7 di ottobre, e sempre si ammanta di qualche causa che coinvolge i poveri, gli sfruttati. Coinvolge concetti come nazione e identità, ne ricava l’infamia degli ebrei e quindi la necessità di sterminarli.
Perché la sinistra non reagisce duramente rifiutando ogni paternità storica dell’appello antisemita travestito da filopalestinese? Stalin sin dall’inizio della sua carriera spiegava che gli ebrei, anzi, i sionisti, non potevano esistere nell’Unione Sovietica che si fondava su unità storica e di popolo, e che erano uno strumento dell’imperialismo internazionale: così, ne deportò e ne uccise un paio di milioni finché nel 1953 per fortuna morì alla vigilia dello sterminio per la “congiura dei medici ebrei”. La terminologia del documento è questo: piana, chiara, parte dall’appoggio alla resistenza palestinese, dalla “Festa della Riscossa Popolare” fino allo sviluppo della lotta contro il sistema politico delle “larghe intese”. Attacca cioè la democrazia, e la vede come bastione della cospirazione sionista nel mondo. E quanto più sembra idiota, tanto più è pericolosa, proprio come i documenti delle Brigate Rosse.
La “colonizzazione sionista” per loro sta invadendo il mondo: una schiera di attori della società democratica sono elencati come agenti segreti, e ci si può sentire sinceramente onorati di farne parte. Ma attenzione: questa gente è armata, e il ministro Piantedosi ha dato lodevoli segni di sapere che “organismi e agenti sionisti in Italia” sono davvero minacciati. Esiste oggi una massa incontrollata che crede nella violenza, ormai negli USA è costume fisso la distruzione e l’attacco armato, è questa la nuova storia dell’antisemitismo. La criminalizzazione di Israele si è disseminata nel mondo intero, ed è in gran parte responsabilità delle istituzioni come l’ONU che avrebbero dovuto essere il guardiano dei diritti umani.
Forse il documento dei neocomunisti dice alla rovescia una grande verità, cioè il suo uso è ormai la bandiera della guerra woke contro la cultura democratica, dunque contro i diritti umani. Dalle Nazioni Unite, all’Unione Europea, alle ONG più varie, l’antisemitismo della criminalizzazione e della delegittimazione di Israele, ha aggredito con Israele la libertà di parola, di religione, di sessualità, difendendo invece società dove le donne, i bambini, i gay sono condannati alla schiavitù e alla morte. Parole come genocidio non valgono all’ONU per lo Yemen, per il Sudan, per la Siria, occupazione non funziona per la Turchia o l Russia, la Cina… Il significato del 7 ottobre, i bruciati, i decapitati, è cancellato. Resta l’antisemitismo, l’odio più antico, rispolverato da una miserabile congrega di neocomunisti, che spiega con le minacce agli ebrei e agli amici degli ebrei quanto la vita di Israele sia essenziale per tutti.
Il gioco letale delle pretese degli ayatollah
Il Giornale, 14 agosto 2024
È veramente una bella cosa che l’Iran abbia fatto sapere che è pronta a mandare dei suoi inviati ai colloqui di Doha (o del Cairo) di domani sulla liberazione dei rapiti. Che carini, che interesse umanitario senza confini. E soprattutto che abbia comunicato che nel caso si arrivi a quello che viene chiamato “un accordo” cioè a un cessate il fuoco, cioè alla capitolazione di Israele di fronte a tutte le richieste che consentano la sopravvivenza di Hamas, allora potrebbe anche decidere di non attaccare Israele. Oppure rimandare. Cosa c’entra? È proprio qui il punto: c’entra sin dal 7 di ottobre. Se c’era bisogno di una prova di quanto Hamas sia un dipendente prezzolato degli Ayatollah, ecco che qui essi dimostrano di volere gestire tutta la commedia, dal primo giorno alla caduta del sipario. Naturalmente sulla loro vittoria. Hamas fa i suoi giuochi pesanti anche in queste ore: ha detto che i colloqui non gli interessano, eppure lascia uno spiraglio; mette in bilico ma vellica l’ultima grande speranza degli Stati Uniti di portare a casa almeno la liberazione di almeno una parte dei rapiti con la pacificazione della Striscia.
Così strano che non importi a Biden che il prezzo è il perpetuarsi della Nukba, il trionfo della rete del male iraniana. Adesso dunque con le sue improvvise uscite, mentre tutto il mondo aspetta i suoi missili su Israele e le navi da guerra americane muovono verso il fronte di guerra, l’Iran prende tutte le carte in mano, diventa il joker appropriandosi della vicenda dei rapiti. E mostra in che cosa consiste il giuoco veramente: cioè fa capire agli USA che se obbligano Israele a firmare la propria sconfitta, non trascinerà il fronte democratico, Biden e la Kamala Harris in una guerra grande, lunga, che metta in giuoco il futuro politico americano. Ma se Hamas vince col sostegno iraniano, completa un disegno in cui con il 7 ottobre ha ucciso e ferito migliaia di israeliani, creato profughi a centinaia di migliaia, distrutto terra e case.
Adesso alla guerra psicologica della minaccia e al continuo invito americano all’appeasement, alla richiesta di non agire in base al principio di autodifesa, di ritorno alla sicurezza dei suoi cittadini, si unisce il salto a piè pari di Iran nel giuoco: dai ad Hamas quel che chiede, o ti copro di missili. Mai è stato così evidente che quando Netanyahu afferma il punto indispensabile di una trattativa ragionevole e non disfattista che consenta la disfatta di Hamas difende non solo Israele, ma tutto il mondo dalla minaccia terrorista globale iraniana. Il resto è sconfitta. La proposta dell’Iran è in realtà un’ennesima minaccia di distruzione totale di Israele e oltre.
Massima allerta in Israele nella ricorrenza simbolica. La distruzione del Tempio
Il Giornale, 13 agosto 2024
Come è silenziosa e tranquilla la giornata di massima allerta di Gerusalemme, su Tel Aviv… il sud vicino a Gaza è chiuso, al nord l’esercito in allerta estrema; il Fronte Interno non dice una parola di più, si sa già cosa fare in caso di attacco, ma i religiosi che cominciano il digiuno con cui per Tisha be Av, il 9 di Av, quando il grande Tempio fu distrutto dagli antichi romani, mettono la radio (che non si tocca durante certe feste religiose) su un canale di allarme predisposto, sempre acceso. Il simbolo, come si deve in Medioriente, prende il sopravvento sugli avvertimenti e sulla logica, sul “don’t” di Biden che rinnova all’Iran e agli Hezbollah la minaccia: è troppo mistica e estatica la loro ispirazione politica e religiosa, l’idea di riempire il cielo di Israele di messaggeri di morte nelle stesse ore in cui una distruzione storica fece crollare la meraviglia della civiltà bimillenaria della Bibbia e del re David. Una vendetta da non perdere, che susciti il desiderio del Mahdi di venire su questa Terra. Per Israele è di nuovo tempo di distruzione, lo ripete da giorni l’Ayatollah Khamenei che non valuta niente la polemica interna di Masoud Pezeshkian che suggerisce invece di colpire i traditori in Azerbaijan e in Kurdistan. Khamenei prima di morire deve lavare l’onta dell’ospite, Ismail Haniyeh, ucciso a casa sua. Lo vogliono le Guardie della Rivoluzione, il suo bastone di conquista e il nemico del popolo iraniano stesso che soffre sotto il suo giogo.
Tre fatti principali segnalano la tempesta all’orizzonte, mentre Netanyahu e Gallant ripetono frasi d’incoraggiamento ma sfogano il nervosismo attaccandosi a vicenda nel momento meno adatto: il Pentagono annuncia che è pronta la USS Georgia, un sottomarino caricato a missili balistici, mentre la grande portaerei Lincoln ha mosso i motori avanti tutta, e si unisce alla Theodore Roosevelt, con dodici altri navi americane da guerra. “Don’t”. Ma dopo giorni di segnali incerti la possibilità che le sirene suonino è realistica: Tomer Bar, il capo dell’aviazione, ha sospeso ogni viaggio all’estero dei suoi piloti, insieme ai magnifici sistemi di difesa gli aerei da combattimento sono la più utile risorsa. La guerra prossima ventura guarda in aria: e forse, e qui è il terzo avvertimento, guarda in su anche Hamas, che ha dichiarato che non parteciperà alla trattativa di giovedì per i rapiti. Potrebbe essere un via libera ai suoi alleati Iran e Hezbollah, che avevano dichiarato che avrebbero agito, ma con attenzione, senza distruggere la possibilità che dalle decisioni di America, Egitto, Qatar e Israel sui rapiti derivasse, con un accordo, il cessate il fuoco definitivo a Gaza. Può darsi che adesso Hamas col suo gesto segnali che col suo distacco dall’ipotesi di una pacificazione come quella proposta da Biden i suoi alleati sono liberi di agire a modo loro.
Gallant ripete in queste ore la promessa di restituire pan per focaccia a chi attaccasse, ma anche che siamo di fronte a una guerra molto diversa dal solito, sia nelle dimensioni che per il modo stesso in cui può essere combattuta: “I nemici ci minacciano in un modo che non ha precedenti; chiunque metta in atto queste minacce può aspettarsi da noi una risposta diversa da quelle precedenti”. Israele dal 30 luglio quando a Beirut è stato ucciso Fuad Shukr e poi Haniyeh a Teheran, avrebbe potuto attuare un attacco preventivo, per salvare la popolazione dal bombardamento che si prevede: ma i lacci internazionali legano il Paese e comunque Israele conta sulla difesa ermetica del suo cielo. Esso è 88 volte più piccolo di quello Iraniano, indifendibile; inoltre, l’aviazione israeliana non ha rivali, tantomeno in quella iraniana. Israele può anche contare sulla vasta alleanza (12 Paesi occidentali e arabi): le continue riunioni con Lloyd Austin e il Centcom superano gli screzi con l’amministrazione americana, che non sono spariti ma che sembrano poca cosa di fronte alle prossime ore.
La grande storia mette da parte ogni cosa di fronte alla possibile aggressione distruttiva del fronte islamista e autoritario. Anche la dovesse compiere per primo Nasrallah, adesso che a Beirut è stato evacuato il suo quartiere, Dahya, e all’aeroporto di Beirut si affolla la gente in fuga, saranno le armi dell’Iran, con dietro la Russia e la Cina, a disegnare una grande guerra. Quella dell’odio antioccidentale, col suo tipico nocciolo antisemita.
Le accuse esagerate solo per colpire Israele
Il Giornale, 11 agosto 2024
Fanno festa i cinici politicanti, i media che fanno della demonizzazione d’Israele la loro fortuna, la moneta corrente, la premessa dell’antisemitismo che divora la mente dell’Europa e degli USA: a loro non interessa la verità ma la criminalizzazione dello Stato Ebraico. Non cercano di capire i fatti, non gli interessa quali sono le fonti che parlano di cento morti, che chiamano scuola una delle strutture che Hamas ha trasformato in tane di armi e terroristi coperti dalla gente di Gaza. Non si sa molto di quello che è successo ieri a Al-Tabiin, nella moschea. Al solito, come quando un missile dello stesso Hamas ricadde sull’ospedale Al-Ahli e Israele fu lento nello spiegarlo, le notizie dicono solo che da Gaza parlano di cento morti, da Israele di venti; è stata un’azione di guerra contro Hamas, e non contro la gente: e purtroppo se delle persone, e non si sa quante e se c’erano bambini, sono stati coinvolte, è perché erano “proprio dove devono essere” come disse Sinwar, ovvero a fungere la scudo umano per Hamas, per i terroristi e i loro capi.
L’IDF parla di tre colpi di precisione che hanno mirato 20 persone, ma se ne saprà di più nelle prossime ore. Ma delle parole usate per condannare l’episodio, di quelle si sa tutto: è la solita parata di pregiudizio e criminalizzazione con cui si scaraventa sul mercato delle opinioni il giudizio di Josep Borrell: “Inorridito… una scuola protetta… dieci scuole prese di mira… non c’è giustificazione per questi massacri”. Vi si implica che Israele sia un distruttore di scuole e quindi di bambini, e non certo che le scuole sono diventate il rifugio degli armati di Hamas. Parole irresponsabili, di incitamento all’odio, che c’entrano con quello che l’Europa dovrebbe insegnare alla sua gente? Inutile qui aggiungere i nomi di chi, con un’indegna carica dell’ONU, vorrebbe essere citato avendo di nuovo accusato Israele del peggiore dei crimini, “genocidio”, mentre l’esercito ha invece cercato come nessun altro nella storia, con avvertimenti e aiuti umanitari, di salvaguardare la gente: chi ha rispetto della verità non può che sentirsene disgustato.
Un altro esempio scandaloso di uso delle parole è quello del nuovo ministro degli esteri inglese Lemmy, “sconvolto dall’attacco militare israeliano alla scuola e la tragica perdita di vite umane” mette il nuovo governo inglese in coda per chiedere “il cessate il fuoco immediato per proteggere i civili”. Ma gli unici civili in pericolo sempre, giorno dopo giorno, nel corso degli anni sono quelli su cui Hamas e gli Hezbollah, nelle schiere dell’Iran sparano con intenzione da decenni. Un cessate il fuoco immediato non glielo chiede nessuno.
Con l’accordo o senza: Israele resta sotto minaccia
Il Giornale, 10 agosto 2024
Nessuno può essere più angosciato e insieme speranzoso, proteso, dei genitori, le mogli, i figli dei rapiti dopo che Netanyahu ha annunciato che su richiesta americana, egiziana e del Qatar una delegazione israeliana ad alto livello parteciperà a una riunione il 15 di agosto per arrivare finalmente a un accordo: Biden dice che esso dovrebbe essere decisivo per la liberazione dei rapiti e la fine del conflitto a Gaza, e dare così anche una spinta solida al desiderato appeasement mediorientale con Hezbollah e Iran. Lo chiedono tutti, specie le grandi potenze: pace per il Medio Oriente tracimato dalla guerra seguita alla strage del 7 di ottobre, e adesso torturato dall’attesa dell’attacco sia iraniano che degli Hezbollah su Israele. I rapiti in catene sono ancora 115, di cui 111 dal 7 di ottobre e 4 presi fra il 2014 e il 2015. Netanyahu ha già liberato 105 ostaggi con un breve cessate il fuoco e il rilascio di prigionieri palestinesi, quasi tutti terroristi, e poi con operazioni militari di salvataggio. È indicibile la pressione psicologica e politica che adesso si addensa sul suo capo: Israele vive 24 ore al giorno da dieci mesi con l’insonnia, le lacrime, le urla, le manifestazioni e le insinuazioni politiche che ne fanno un leader politico senza cuore e senza scrupoli, e addossano a lui tutta la responsabilità della sorte dei rapiti, non a Hamas.
Le condizioni con cui ha sempre compiuto la trattativa, ormai molto larga sui detenuti palestinesi, i tempi, lo stop alle manovre militari, è però da sempre la garanzia che Hamas non potrà più governare Gaza e farne una fortezza di odio e di nuovo attacco. Ma la richiesta di andare a un accordo senza se e senza ma, adesso viene da gran parte del mondo intero, ogni Paese per i suoi motivi data la situazione di crisi: dagli USA perché portare a compimento l’operazione di salvataggio sarebbe per il Partito Democratico un successo da premiare il prossimo novembre e l’afflato pacifista aiuterebbe a evitare il grosso conflitto con l’Iran che può da un momento all’altro contagiare il mondo; dalla Russia e dalla Cina per motivi diversi legati al rafforzamento e alla salvaguardia dei loro protetti, da Hamas all’Iran e agli Hezbollah; da parte dell’Europa, dell’ONU etc, per motivi banalmente ideologici e per paura del suo Islam interno.
Insomma, Israele viene collocata in questo modo in una continua guerra di attrizione in una situazione in cui invece l’Iran nella regione non perde il suo potere strategico, e i suoi la seguono. Quanto all’accordo, Sinwar, privo di Haniyeh e Deif e orbato di decine di migliaia dei suoi armati, ha un solo scudo di difesa, i poveri rapiti. Nel momento in cui li liberasse tutti, come Netanyahu e anche Biden intendono, resterebbe nudo di fronte alla punizione umana e divina. In secondo luogo, Netanyahu accetterà persino, magari, di liberare terroristi con cinque ergastoli come Marwan Barghouti, ma in cambio di tutti i rapiti. Una selezione sarebbe lo spunto di un’ennesima ondata di delusione come è stato dopo che aveva detto “sì’” al programma che Biden annunciò il 31 maggio che di fatto Hamas ha poi rifiutato. Inoltre, Netanyahu non può lasciare in mano di Sinwar il confine di Filadelfia, quello con le gallerie monumentali da cui Hamas può velocemente recuperare uomini e armi, né la strada di controllo dentro la Striscia.
Tutta la politica americana e degli “alleati” di Israele crea, pacificando, una situazione al sud, al nord, da lontano (in Iran, Iraq, Yemen) e da vicino (Libano, Siria) per cui gli assassini del 7 ottobre, in diverse vesti e con svariate nazionalità, fiancheggiati nel mondo ovunque l’Islam estremo di manifesti, mantengono il controllo. Netanyahu sa dunque che rinunciare a Gaza e al Nord di Israele costruisce una situazione di pericolo estremo, un’esplosione imminente, non solo in questi giorni. Si sta costruendo una bomba a tempo. Gli USA lo sanno?
Ora colpire duro per non essere ancora vittime
Il Giornale, 09 agosto 2024
C’è qualcosa di eversivo per quanto è paradossale nel fatto che Israele funga da anatra nello stagno mentre l’Iran e gli Hezbollah, oltre ai vari altri degni proxy, con lo sfondo russo-cinese, si allenano e sbraitano la distruzione di Israele, che la stiano contrattando con gli USA, discutendone con la Russia, occhieggiandola con la Cina, mentre Israele guarda e aspetta. Nella realtà Israele si prepara ad ogni evento, ha ormai un’ottima preparazione bellica, servizi segreti e fronte interno che sanno cosa dire alla popolazione, che vive la vita di ogni giorno tranquilla. Gallant aggiusta il tiro al Nord, promette agli Hezbollah che faranno una brutta fine se ci si provano; Netanyahu promette un attacco molto decisivo all’Iran se si fa avanti. Ma il fatto è che Iran e Hezbollah non parlano di vendetta, ma della loro stessa ragione di vita, distruggere Israele. Si tratta dell’avanzare di un progetto vecchio, concreto, che ha accumulato armi modernissime di ogni tipo e un odio religioso (niente a che fare con condividere la terra) capace di decapitare i neonati, stuprare, bruciare, rapire. Non domani e basta: sempre, da anni, e di più ancora dal 7 di ottobre, data onorata e promossa dai due offesissimi protagonisti, il cui seguito è stato, per iniziativa iraniana, un bombardamento continuo anche sul nord di Israele da cui sono stati sfollati più di centomila cittadini. Essi non torneranno mai più a casa per essere presi di mira ogni giorno per sempre prevedendo anche come promesso l’ingresso sanguinoso delle truppe feroci di Nasrallah, uguali e peggiori di quello di Hamas.
Anche ieri Naharyya, Shlomi, Matsuva sono stati bombardate. Di ieri 19 feriti sono stati colpiti dai droni, gli stessi che l’Iran da a Putin contro l’Ucraina. Uno è in condizioni gravissime. Ieri i cieli dell’Iran occidentale sono stati sgomberati per far posto alle esercitazioni sofisticate dei missili delle basi di Defzul, Kermanshah, Shiraz, un’esercitazione di masse di missili. Il capo di stato maggiore iraniano Abdolrahim Mousavi ha detto: “Il regime sionista riceverà un colpo forte e definitivo. Esso stesso capisce che va veloce verso la distruzione e non potrà salvarsi dall’annichilimento”. Chi non si stupisce leggendo questa dichiarazione, ha ragione: la strategia iraniana è chiara, gli Hezbollah sono il loro scudo geografico e la loro arma mentre l’Iran è all’ultimo stadio della costruzione della bomba atomica.
Se per caso avesse accettato in queste ore ti lasciare andare avanti gli Hezbollah (“vai avanti cretino”?) questo non stupirebbe, l’Iran tiene alla sua flotta fantasma che scavalca le sanzioni e commercia 135milioni di barili di petrolio al giorno specie con la Cina e con la Russia. Questa flotta deve cessare i suoi traffici illegali, si possono fermare anche le strutture di Bandar Abbas, le istallazioni di Kharg. Beirut ieri ha subito due bombe soniche dei jet israeliane. E dunque, perché non andare avanti? La popolazione iraniana è in gran parte soggetta alla prepotenza di un regime che odia, come anche la gente del Libano in gran parte non vuole essere lo strumento di guerra dei pazzi terroristi Hezbollah. Questo Israele lo sa, e sa fare distinzioni. Ma vale la pena di nuovo di cercare un accordo irraggiungibile? Questo convincerebbe la gente di Israele a tornare a Kiriat Shmone? Ragionevolmente, no. E un bell’accordo con l’Iran che gli fornisca col permesso degli USA di abolire le sanzioni e accumulare i soldi per la bomba atomica ci rassicurerebbe?
In queste ore tutto il mondo parla del concerto cancellato in Austria a causa delle minacce di morte degli integralisti islamici. Israele non è un concerto, è lo Stato del Popolo ebraico, per sempre, non si può cancellare. Non si può cancellare ciò che il mondo dei fanatici islamisti odia, ovunque. E allora è l’ora di rendersene conto.
Teheran punta su Sinwar. Il teorico del terrorismo e del sacrificio dei rapiti
Il Giornale, 08 agosto 2024
Sembra più una convulsione in articulo mortis che una vera scelta di leadership, eppure i suoi contenuti sono molto illuminanti: sulla neve senza vele e quasi senza cannoni di Hamas è salito sul cassero Yehiye Sinwar come nuovo capo del “political bureau” dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh a Teheran la settimana scorsa. Intanto, una chiara dichiarazione dopo le ridicole analisi, che ne volevano fare un provetto diplomatico, su Ismail Hanyieh. Chi lo sostituisce è nient’altri che Sinwar, uno dei più feroci terroristi del mondo, con cui si contendeva la palma della leadership di Hamas. Lo ha eletto il consiglio della Shura, 50 membri importanti scelti a Gaza, nell’West Bank, la diaspora tipo Qatar e fra i prigionieri nelle carceri: cioè, l’intera Hamas ha deciso di confermare, nonostante le pretese dei giorni scorsi che esistesse dentro l’organizzazione terrorista religiosa una parte più moderata, più diplomatica, più internazionale… la linea del 7 ottobre, quella di Sinwar, generale e resa realtà nell’involucro delle gallerie, per cui si sgozzano bambini, si violentano donne, si uccidono famiglie nel modo più crudele possibile, si rapiscono vecchi, giovani, neonati come i piccoli fratelli Bibas. Questo è Sinwar. È la sua linea generata dal ventre di Gaza in collaborazione pluriennale con l’Iran, che certamente ha avuto nella scelta del nuovo vecchio capo una parte fondamentale, dato che è solo con l’aiuto degli Ayatollah che ora preparano i loro missili sperando di colpire al cuore lo Stato Ebraico, che Hamas si è fatta attore principale del terrorismo internazionale ed è stato uno dei suoi migliori proxy, ora sulla via del tramonto.
Il contendente diretto di Sinwar era Khaled Meshaal, un altro terrorista messianico, ma la cui integerrima fede islamista propende con decisione totale verso la Sunna, anzi, verso i Fratelli Musulmani, ed è quindi sospettosa e distante dall’egemonia shiita dell’Iran, anche se ne accetta la incidentale collaborazione. Meshaal è anche un preferito di Doha, e anche questo per gli iraniani, gelosi della loro esclusiva egemonia sul Medioriente, non è un punto a favore. Intanto dal Qatar si sente dire anche che avrebbe favorito la candidatura di Sinwar nella prospettiva che egli adesso possa essere, nel suo nuovo ruolo, sfilato da dentro Gaza lasciando il campo libero al futuro, a una qualche soluzione conveniente per i rapporti internazionali delle parti in causa come il Qatar. E forse anche a una linea meno decisa sui rapiti, che Sinwar usa come suo scudo di difesa, e di cui si dice che siano costretti a una continua vicinanza fisica con lui nelle gallerie o chissà dove. Israele o non sa dove si trovi l’uomo di cui certo vorrebbe la testa, o non può avvicinarsi per prudenza verso la vita dei rapiti. Ma per Israele l’ha detto chiaro il portavoce dell’esercito Daniel Hagari: “Il suo posto è già assegnato, vicino a quello di Mohammed Deif”, il braccio destro di Sinwar che svolgeva soprattutto un ruolo militare, eliminato da Israele. La linea di Sinwar è nota, sillabata, urlata, ripetuta in molti suoi discorsi magari tenendo in braccio un bambino con un piccolo mitra in mano e la fascia verde sulla fronte.
Nel 2022 celebrando l’anniversario della sua organizzazione disse: “Noi vi verremo addosso come un torrente in piena, con innumerevoli proiettili, una cascata di armati senza limiti e vi sommergeremo a milioni, un’ondata dietro l’altra”. Non sono parole in libertà: la “nukba”, che appunto è stata chiamata da Hamas “uragano”, ha rappresentato la prima realizzazione del grande cambiamento annunciato da Sinwar quando nello scambio per Gilad Shalit tornò a Gaza nel 2011: qui spiegò che la battaglia non era più quella per il territorio, per “due Stati per due popoli”, che ogni prospettiva siglata ad Oslo veniva cancellata in nome del progetto della distruzione totale dello Stato d’Israele. Nella sua visione è probabilmente compresa l’immensa propensione personale, forse legata al tumore al cervello diagnosticato dal dentista e curato in carcere con i mezzi più generosi e moderni, per lo spargimento di sangue. Sangue: quello dei nemici, tutti coloro che non fanno parte del suo Islam, e prima di tutto degli Ebrei. Ma anche l’insegnamento per cui si deve uccidere anche fra i palestinesi con le proprie mani chiunque sia sospettato, di collaborare con gli Israeliani: raccontò in particolare come aveva strangolato con una kefiah un palestinese accusato di questo crimine. E anche, dopo il 7 di ottobre, sua è l’affermazione della necessità imprescindibile di versare più sangue possibile del proprio popolo, di catturare il favore del mondo tramite il suo sacrificio. Non a caso Sinwar e i suoi sono sempre rimasti sottoterra esponendo nelle infrastrutture civili di Gaza tutto l’apparato di organizzazione e di guerra, e persino di detenzione dei rapiti nelle case della sua gente, peraltro molto ben disposta.
Sinwar è, per quello che si sa, è il superstite del gruppo dirigente che ha disegnato Gaza come una città di cartone, una zona nazificata che addensi la popolazione su una rete di ragno senza fine di gallerie piene di armi, di materiali di riserva, di passaggi e nascondigli cui si accede da tutte le strutture civili della Striscia, dagli ospedali e dalle scuole, dalle case di ciascuno. Adesso certo nel suo buco aspetta che iraniani e Hezbollah si avventino su Israele. Forse allora si riaffaccerà all’aria, ma certo non solo i suoi lo aspettano.
Usa e Russia in pressing. «Reagite, non esagerate»
Il Giornale, 07 agosto 2024
Adelante Pedro, con juicio. Difficile pensare che Putin e Biden abbiano letto Manzoni, ma l’ironia della richiesta al cocchiere nei Promessi Sposi, che parla di doppio registro e di ipocrisia, si addice benissimo alle due parti che alla fine scrutano la possibilità di uno scontro micidiale, forse di una guerra mondiale. Ma Putin non si è peritato, prima, di fiancheggiare l’asse degli assassini, rifornirli di armi, accendere tutti i possibili falò; Biden, su tutt’altro registro, quello morale che comunque si addice al fronte democratico, di cedere tuttavia a molti luoghi comuni che hanno imposto a Israele di combattere con una mano sola. Non importa: adesso che gli Iraniani e gli Hezbollah si esercitano nella gara di chi promette una fine più sorprendentemente spaventevole a Israele e che ormai ieri si segnalano movimenti di truppe e di mezzi da combattimento sul territorio dell’Iran e dei suoi proxy, mentre il comandante del Centocom Michael Kurilla arrivava in Israele, nello stesso Sergej Sojgu, il segretario del consiglio di sicurezza russa arrivava a Teheran. Secondo l’agenzia Reuter il presidente russo Vladimir Putin attraverso il suo diplomatico, uno dei più fidi e importanti, ha chiesto al supremo leader Ayatollah Ali Khamenei di contenere la risposta per l’uccisione del leader di Hamas Haniyeh a Teheran. Il Cremlino non commenta la rivelazione, ma ha fatto sapere che con l’Iran Sojgu ha parlato dell’uccisione di Haniyeh. Putin l’aveva già condannata, accusando di vigliaccheria e criminalità, e questa è bella, gli assassini mirati. Il rapporto di Putin con tutto il fronte della guerra all’Occidente è fatto di un disegno di dominio prima di tutto europeo che si radica nell’assalto all’Ucraina, proprio come quello Iraniano punta innanzitutto a Israele avanzando in tutto il Medio Oriente e poi nel mondo. Ambedue fronteggiano l’Occidente democratico.
Le condoglianze di Putin dopo il 7 di ottobre non si sono mai accompagnate con una condanna, anzi, nemmeno tre settimane dopo l’eccidio una delegazione di Hamas era già al Cremlino. A questa si sono succedute una quantità di incontri strategici, in due, in tre (Hamas, Iran, etc.) durante i quali sono stati rinnovati gli accordi già stretti per rifornimenti di armi sofisticate come il sistema di difesa aerea S300 e anche per decine di caccia da combattimento Sukoi 35, tuttora in fase di fornitura; l’Iran fornisce alla Russia gli stessi micidiali droni che sanno volare basso tanto da non essere identificati prima di suicidarsi su obiettivi come quello in Israele di oggi, un’autostrada civile dove sono state ferite decine di persone che guidavano, di cui una in fin di vita. La Russia disegna col suo intervento la preoccupazione di doversi trovare a fronteggiare uno scontro mondiale incontrollabile; e anche gli Stati Uniti mentre muovono alla luce del sole le loro navi da guerra e i loro aerei da combattimento pure premono su Israele perché non pretenda di rompere l’assedio soffocante, una catena di minaccia che la circonda da tutte le parti e di fronte alla quale, in modo un po' paradossale, resta in attesa. L’opzione di attaccare a sua volta per lo Stato Ebraico è ovviamente sul tavolo, dopo aver subito dal 7 di ottobre una serie di aggressioni esistenziali a cui ha solo risposto, e che promettono di riprodursi senza fine. Ma Blinken naturalmente a sua volta punta a contenere la possibilità di uno scontro verticale, e ieri ha ripetuto in modo un po' trasversale, mentre si rivelava che l’Iran e Hezbollah preparano i missili, che prima di tutto Netanyahu dovrebbe lasciare Gaza, uscire da là e firmare qualsiasi accordo per i rapiti; certo Biden, e Blinken che ha verbalizzato questi desideri americani anche ieri, comprende benissimo che Hamas non ha nessuna intenzione di consegnare la sua unica assicurazione sulla vita, i rapiti, e che cerca solo il riarmo che può realizzarsi se Bibi decide di lasciare l’indispensabile “Tzir Filadelfi”, il confine di rifornimento verso l’Egitto.
Lo scenario della grande divisione mondiale in due fronti comunque, anche se ci cerca di metterci qualche cerotto, è di ora in ora più chiaro. Il giornale libanese di Hezbollah Al Akbar mette in prima pagina un bel panorama di Tel Aviv e la minaccia “stiamo arrivando”. Ma il tentativo di spargere il panico non funziona, l’esercito ha in questi mesi, insieme alle incredibili operazioni guidate da perfette informazioni, ristabilito la fiducia della gente in Israele. L’esercito è sicuro di sé, l’aviazione in perfetta forma. La discussione sul governo riguarda semmai la disponibilità di Netanyahu a lasciare andare per accettare la richiesta americana di lasciare Gaza. Prospettiva poco realistica, mentre risulta molto attendibile quello che sta diventando un motto mentre si disegna la possibilità di un alternarsi di attacchi da due parti, Hezbollah e Iran: dalla difesa, Israele potrebbe passare all’offensiva. Dipende tutto da quanto le due grandi potenze sono capaci di farsi valere sui fronti di cui fanno parte. E da quanto sia evitabile l’aggressione iraniana che il mondo sciita disegna da tempo, la distruzione di Israele, lo scontro totale, la venuta del Mahdi. Si può semmai contare sui Paesi sunniti che sanno che là sta il vero pericolo. La Russia sta sprofondando in un una melma storica sempre più profonda, scavata dall’attacco all’Ucraina, e adesso disegnata dall’insieme del “fronte del male” di cui si è fatta protettore. Putin forse anche per questo cerca di fare qualche passo indietro, ma può essere tardi, anzi tardissimo.
Attesa (con sorpresa). La carta di Netanyahu è spaventare i nemici: «Pronti ad attaccare»
Il Giornale, 06 agosto 2024
Mentre il ministro della Difesa Gallant incontra nella base sotterranea a Tel Aviv gli alti gradi dell’aviazione, ancora gli ordini del comando centrale non sono cambiati. I bambini vanno ai campi estivi, si va a fare la spesa e in ufficio, il traffico è solo un po' diminuito, i rifugi sono aperti e riforniti con un po' di provviste d’acqua e crackers. Ma le parole di Gallant, come quelle di Netanyahu e di tutto il resto del governo in queste ore non sono tenere né angosciate: non descrivono l’inferno prossimo venturo, ripetono semmai che quando l’Iran e i suoi attaccheranno, per Israele non sarà un problema “passare dalla difesa all’attacco se necessario”. Così ha detto Gallant. È un concetto di cui è ovvia la consistenza: da mercoledì, giorno dell’eliminazione di Haniyeh, sia gli ayatollah che i loro aiutanti Hezbollah, gli iracheni, gli Houty, Hamas, e altri seguitano a promettere la distruzione assoluta, la morte di Israele addirittura in forme inconsuete, inaspettate. “Una grande sorpresa, qualcosa di mai visto prima” ha detto Nasrallah. Israele guarda l’orizzonte al sud, e vede, ieri per la prima volta da tempo, quindici lanci nella zona dei kibbutz straziati a morte dal 7 di ottobre; a nord gli Hezbollah seguitano nell’attacco ossessivo e mortale che irrora di proiettili il nord e ha costretto la popolazione a sgomberare.
Dall’Autorità palestinese un terrorista ha ucciso a coltellate due anziani cittadini, una donna e un uomo, che facevano jogging. Si indaga la possibilità di un’Intifada che dovrebbe funzionare da quinta colonna dell’attacco. Israele aspetta. Ma nella nebbia si comincia a disegnare l’idea che i due fronti non hanno da una parte i mitra e i missili puntati in attesa di un segnale, mentre dall’altra le anatre nello stagno attendono i cacciatori. Al contrario, lo stagno, Israele, potrebbe sollevarsi in un attimo in una minacciosa tempesta. I suoi aerei possono volare migliaia di chilometri con estrema abilita e precisione, come è successo per i 1800 chilometri percorsi per colpire i Houty; il suo sistema difensivo può parare la pioggia di più di trecento missili anche balistici dall’Iran, come ad aprile; i suoi proiettili possono distruggere le casematte e le fortezze e anche le gallerie più nascoste, come a Gaza. I suoi servizi segreti, sono ovunque. E adesso si è mosso in forze un formidabile alleato, gli Stati Uniti, capace di operare in loco undici navi da guerra e qualsiasi tipo di aerei, missili, munizioni, e forse anche, si dice, soldati “boots on the ground”. Kurilla, il capo di Stato maggiore che comanda ogni movimento del Pentagono, quello che ad aprile ha guidato la coalizione in breve coalizzata per difendere Israele, ha anticipato il suo arrivo da mercoledì a ieri; quali che siano stati gli scontri telefonici fra Bibi e Biden, che considererebbe molto fattivo e portatore di rapporti positivi col mondo arabo moderato che Netanyahu accettasse un accordo totale, senza condizioni sulla restituzione degli ostaggi, pure alla fine il fronte è solido: fa ombra sulla richiesta del Presidente la foto di quella gigantesca galleria che da Rafah, sul confine, lo Tzir Filadelfi, porta larga come un’autostrada chissà quanti armi, uomini, forse ostaggi, dentro e fuori l’Egitto.
Come può Israele rinunciare a quel passaggio? Significherebbe la ricostruzione di Hamas. Biden vuole che Netanyahu gli dica di sì sull’accordo, ed è comprensibile, e Bibi non può lasciare quel confine e quelle gallerie. E gli USA sanno che allontanarsi da Israele in questo momento invece di abbassare la tensione, creerebbe un vuoto in cui un’alleanza malefica sentirebbe che è giunto il suo momento di portare la guerra ovunque possibile, dalla Ucraina a Israele. Ma si può pensare che l’Iran non a caso abbia convocato ieri una conferenza stampa stranamente pacifista, in cui spiegava che deve per forza vendicarsi, ma che la vendetta non è propedeutica a un’esplosione generale, ma solo a una migliore educazione della feroce “entità sionista”. Sa che Israele studia il da farsi, e si interroga.
Il fronte più caldo, naturalmente è quello più vicino e più armato, il Libano, con cui non occorre solo consolidare il confine, ma stabilire un fronte che impedisca la continua aggressione. Gli Hezbollah sono l’avamposto del disegno generale dell’Iran di dominio dell’area per una rivoluzione islamica mondiale. In Libano l’Iran ha speso molti soldi, molto impegno, è il numero uno delle sue acquisizioni. Adesso, Khamenei e le Guardie della Rivoluzione certo immaginano che Israele sia abbastanza preparato da potere, nel caso anche di un attacco micidiale di Nasrallah, di distruggere questo grande sforzo strategico. In questi mesi l’esercito si è esercitato, rifornito, rafforzato come dimostrano le recenti imprese nella parte dei servizi segreti. L’Iran ha accusato il colpo, Sergej Shoigu ieri è arrivato dalla Russia a Teheran, probabilmente non solo per aiutare (molte armi e interessi russi sono partiti della strategia iraniana) ma anche per valutare la situazione: Putin non vuole uno scontro frontale che intanto potrebbe sgomberarlo dalla Siria, dove domina. Intanto al confine fra Iran e Afghanistan bruciano da molte ore strutture petrolifere con alte fiamme. Chi, come, perché, anche di questo non si sa niente.… certo il petrolio è l’unica risorsa vera dell’economia iraniana.
L' indifferenza dell’Occidente per la guerra del fronte del male
Il Giornale, 05 agosto 2024
È molto più facile, adesso, immaginare come Hitler scatenò in Polonia la Seconda Guerra Mondiale mentre l’Inghilterra e la Francia balbettavano il sogno fallito della pacificazione. Lo è, perché l’ipocrisia ha indossato la veste classica della paura della “escalation” e dell’incitazione alla pace; è di moda chiederla ovunque solo a Israele, che dall’inizio di questa storia, il 7 di ottobre, è sempre stata aggredita e si è limitata a difendersi. L’escalation è stata tutta nelle mani dell’Iran, l’ha costruita con dedizione e miliardi da decenni fino al 7 ottobre, ma su questo, silenzio. Non si sente una parola impegnativa, non si vede un dito levato sulle vere responsabilità, sulla necessità di fermare i veri assassini, sulla lunga preparazione della loro dichiarata intenzione omicida, sul rischio che comportano per tutti, sull’alleanza che l’Iran ha messo in piedi, sul fatto che Putin gli ha messo in mano aiuti militari specie nel fatale campo cyber, usando i droni iraniani contro l’Ucraina. L’Iran sta per attaccare Israele: e nessuno cita le riunioni strategiche a Mosca fra Putin, Iran, Hezbollah, Hamas. Non si preparava là l’escalation? Adesso l’Iran prepara tutti i suoi missili e altro, si organizza perché quelli che si lanciano da 1800 km di distanza o quelli balistici arrivano solo dopo ore, e quindi, identificabili in tempo, sono meno pericolosi. Così, rafforza sotto gli occhi di tutti l’organizzazione sui suoi fronti vicini, il Libano, la Siria… si espande tranquillo, la visita del ministro degli esteri giordano al ministro degli esteri iraniano in queste ore non fa alzare un sopracciglio, tutti ignorano anche il gigantesco tunnel fra l’Egitto e Gaza, sul Confine di Filadelfia, che spiega quanti uomini, materiali, armi, sono arrivati a Hamas, e indovinate chi è il mittente.
Gli americani capiscono, che qui può esplodere il mondo, e quindi stanno mandando undici navi militari, aerei da guerra, missili, e questo è un bene. Ma più di tutto sarebbe necessario sentire che l’alleanza occidentale è audace, diretta, a 360 gradi, che dichiari che Israele non si tocca perché è l’aggredito e non l’aggressore, perché è un Paese genuinamente democratico, piccolo ma geniale, carico di una tradizione plurimillenaria che è di tutta, una nave di preziosi scienziati, sportivi, artisti, soldati, scrittori minacciati da 75 anni da forze fasciste e comuniste trascinate dentro un viluppo messianico islamista omicida, di cui Ismail Haniyeh è stato un protagonista pericoloso per tutto il mondo libero. Coraggio. Questa è una guerra di sopravvivenza, di libertà, e di vita per tutti. Non si deve permettere che sia messa a rischio da un’ideologia per cui dopo il 7 ottobre Haniyeh disse “abbiamo bisogno del sangue dei bambini delle donne e dei vecchi per risvegliare il nostro spirito rivoluzionario” la zattera su cui si sono slavati dallo sterminio di massa i sopravvissuti della strage europea e cristiana per dare vita a uno stato democratico e libero. Il parlamento iraniano stesso si è gloriato ieri di essere pronto a una vendetta terribile, al di là di ogni previsione, che non conoscerà imiti e si avventerà sui civili. Dati i precedenti del 7 ottobre, possiamo immaginare, come dice Erdogan ancora a pieno titolo nella Nato, come hanno dichiarato anche gli Hezbollah, gli Houty, gli sciiti iracheni che per queste forze stia arrivando l’ora X, distruggere Israele.
Come possono i Paesi civili non approvare l’azione di guerra di Israele contro un terrorista assassino capo di Hamas, come possono invocare l’appeasement con chi si è macchiato di stragi in tutto il mondo, di impiccagioni in piazza di ragazzi condannati per dissenso o omosessualità, che paga bande di delinquenti (una scoperta in Inghilterra, una in Francia) per organizzare terrorismo in tutto il mondo? L’Iran adesso è alla testa di un gabinetto di guerra con tutti i suoi amici: se a questo gabinetto di guerra non verrà lanciato un avvertimento sul campo, che non chieda l’appeasement che non si può avere, ma la minaccia di sconfitta totale che deve essergli inflitta, minaccerà tutto il mondo. Ed è strano, ma da Gerusalemme la sensazione è che la più semplice delle cose da comprendere, che c’è un fronte del male pericoloso per tutti in armi contro il bene, sfugga alla comprensione dell’Occidente.
