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Il Giornale, 19 giugno 2011

Dopo la larga vittoria elettorale del 12 giugno, il premier islamico celebra citando in un discorso gli ex possedimenti in Bosnia, in Libano, in Siria e a Gerusalemme

Era immenso, era potentissimo, è il fantasma che ancora oggi ci perseguita: il potere islamico sul mondo intero. Ed era qui solo l’altro ieri l’Impero Ottomano che, svanito dalla mappa alla fine della prima guerra mondiale, gloriosamente si impossessò dell’orbe terracquea nel 14esimo secolo, diramandosi dalla Turchia e espandendosi dalla costa atlantica del Marocco al Volga in Russia, dal confine austroungarico allo Yemen e persino all’Etiopia. Poi, nel diciottesimo secolo cominciò a perdere i pezzi: prima il Mar Nero e il Caucaso; nel 19esimo se ne andarono i Balcani insieme alla Grecia; perse nel ventesimo le terre arabe, tutte quante, di cui era padrone. Gran parte del mondo musulmano ripensa all’Impero Ottomano come alla indispensabile sorte di potenza che il mondo islamico merita e deve rinnovare. E adesso Recep Tayyp Erdogan non solo ci pensa, ma, dopo la vittoria elettorale con 325 seggi su 550, non riesce a contenere l’ambizione e, sia pure alla sua maniera astuta lo annuncia: torna l’Impero.

Il discorso successivo alla vittoria dell’AKP, la seconda dopo quella del 2002 per il partito islamico che ha rivelato lentamente, con cautela, la sua decisione di tagliare con la Turchia secolare del 1920 di Kemal Ataturk e diventata nel 1950 una democrazia multipartitica. Non è andato per il sottile: giornalisti, giudici, militari in galera, condizione della donna peggiorata, leggi limitative per Internet.

Adesso Erdogan, nel discorso delle vittoria del 12 giugno, ha spiegato a che serve tutto questo: “Credetemi, Sarayevo oggi ha vinto altrettanto quanto Istanbul, Beirut tanto quanto Izmir, Damasco quanto Ankara; Ramallah, Nablus, Jenin, il West Bank, Gerusalemme, hanno vinto altrettanto quanto Diyarbakir”. Tutte le città che rappresentano il secondo termine di paragone sono turche. Tutte le prime, sono poli dell’Impero Ottomano.

Sarayevo è stata un emblema della conquista ottomana, tanto che i turchi la usarono come capitale dalla metà del 15esimo al tardo 17esimo secolo. Anche dopo la loro sconfitta sotto le mura di Vienna nel 1697, fa notare lo studiosa e ex donna di intelligence americana J.E. Dyer, gli Ottomani governaron i Balcani per altri due secoli, abbattendo le rivolte dei serbi nel 1830 e solo nel 1878 l’Impero austroungarico strappò Sarayevo a Istanbul.

Ma gli altri riferimenti sono a loro volta carichi di minaccia, la chiama per nome delle cittadine palestinesi di Ramallah e Jenin, nella Cisgiordania, suggeriscono una profonda familiarità padronale. La inclusione nella sua lista di Gerusalemme capitale di Israele (la chiama naturalmente Al Quds) gli serve a dichiarare la nullità della presenza ebraica se non come dhimmi, ovvero di sottoposti, come fu ai tempi dell’impero Ottomano. Damasco poi è stata per Erdogan meta di viaggi che hanno stretto un’alleanza con Bashar Assad di cui ora Erdogan non sa più che fare: meglio pensare all’impero Ottomano che ai mille accordi presi con Assad, punto focale del grande spostamento turco in politica internazionale. Il fulcro è l’Iran, che la Turchia ha difeso dalle sanzioni all’ONU nel 2010.

Erdogan, anche in risposta alla politica di rifiuto da parte europea e in ragione della sua ispirazione islamica, ha in questi anni spostato l’asse della sua azione internazionale dall’occidente al mondo islamico. Il suo eccitato odio per Israele, bandiera di un cambiamento totale dato che Turchia era amica dello Stato ebraico, è la migliore propaganda del nuovo asse turco. Erdogan la gestisce con calcolo e astuzia: ha insultato Shimon Peres a Davos, ha spedito a Gaza la prima flottilla, ancora non è chiaro cosa farà con la seconda, cerca di riabilitare Hamas... Oggi la sua politica non attraversa un momento felice. E’ in difficoltà a causa della pressione dei profughi siriani ai confini e alla crudeltà del suo partner Assad; vede che la rivolta si allarga anche al Libano, dove gli Hezbollah, padroni del nuovo governo e primi sostenitori della Siria e del suo sodale iraniano, vengono in queste ore contestati dalla folla.

Erdogan ha scelto un giuoco in bilico e conta sulla consueta ambiguità fra il ruolo “moderato” della Turchia, cui tutto il mondo guarda con patetico fideismo, e la sua muova mercuriale leadership islamica. Unico membro islamico della NATO, amico della nuclearizzazione dell’Iran, nemico giurato di Israele... insomma, un suo impero ottomano numero due sarebbe peggio di quello originale.        



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michele lascaro , matera
Pubblicato mercoledì 22 giugno 2011 alle ore 12:02:08

Erdogan sta lentamente avviando la Turchia a diventare una stato islamico, affossando il laicismo di Ataturk, che, per lomeno, ha impedito per decenni l'islamismo dominante. Ma Erdogan forse ha dimenticato il destino del predecessore Erbakan, con le stesse idee, che fu fatto fuori dai militari. Oggi l'esercito non è più quello di prima, ma, con accuse di presunti o reali complotti, fatica a reagire. In ogni modo, da europeo, una Turchia simile non la voglio nei miei antecedenti culturali e storici (considerando che il mio cognome è greco-bizantino, per cui dovrei avere nei confronti degli usurpatori turchi un giusto risentimento). Saluti.



ADRIANO ROMALDI , FALCONARA M.MA (AN) ITALIA
Pubblicato martedì 21 giugno 2011 alle ore 21:29:57

Penso, On. Fiamma, come uomo occidentale, che, forse, non riesco pienamente a scorgere le sottigliezze che Lei dice.Proprio oggi ho parlato con un Sig.re che è vissuto nei Paesi Arabi e mi ha detto che tra cattolici ed islamici c'è armonia perfetta.Non posso opporre alcuna prova del contrario non essendodo stato da quelle parti.Vedo solo da noi che siamo invasi da islamici che non si sa di cosa e come vivano.Voglio dirLe che non mi stupisco più di nulla e significa che credo a tutti ed a nessuno.Ecco il risultato dell'equazione; l'uomo di strada è forse diverso dal politico?Io credo che la classe politica sia figlia dell'uomo di strada e per uomo di strada intendo non qualunquista ma individualista.Pensa forse che l'uomo di strada, che non riesce a comprare il pane, si preoccupi della Turchia?Lo farà quando la Turchia gli brucerà il raccolto di grano per procurarsi la farina e farci il pane; ecco la verità il resto non credo a niente.Sono stato severo o duro ma farei del male a me stesso se non dicessi ciò che vedo in giro.Adriano Romaldi



gianni capucci , latina Italia
Pubblicato domenica 19 giugno 2011 alle ore 19:35:58

Studiamo la storia e stiamo attentissimi. il mio prof citava la "FIDES PUNICA" come ironicamente diceva Catone riferendosi a Cartago, ma siamo lì...