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martedì 23 settembre 2014, ore 10:18 , utenti connessi :
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Fiamma Nirenstein MILANO CHISSÀ per quale ironia della sorte la carta stampata e le idee vivono in un rapporto che si potrebbe dire coniugale, deteriorabili ambedue,ma indispensabili come l'aria e il cibo. E quindi non è strano che l’ incastro delle storie di famiglia che compongono, almeno in piccola parte, la vicenda italiana del secolo che sta per concludersi (e che in realtà comincia qualche decennio prima, mentre si fa l'Unità d'Italia) inizi dalla carta e dalle idee, anzi da due deliri su due letti di morte. Il primo è un quieto delirio di Francesco Vallardi, un signore milanese di alta borghesia liberale che si spenge nel 1895, ornato dalla sua barba e della sua dignità di editore. Dal giaciglio intorno a cui è riunita tutta la famiglia consegna due frasi alla memoria familiare: « che bel tramonto roseo» sospira invidiabilmente. Ma anche il rimpianto del distacco gli esce dal petto: « I miei libri,i miei bei grandi libri» . Invece che ai figli o alla moglie, dice addio al suo Atlante d'Italia che ha contribuito a disegnare nei compatrioti l'idea stessa del sacro Stivale, saluta la Grande Enciclopedia di Cultura Generale che ha creato con grave dispendio di energia e di denaro per unificare la cultura del nuovo Paese, di certo dice ciao soprattutto alla sua creatura giovanile prediletta, la serie patriottica del « Nipote di Vesta Verde» , sul quale hanno scritto prose di amor patrio Visconti Venosta, Cesare Correnti, Tommaseo: libri che uscivano da un'officina di via Oriani a Milano, e davano addosso, riodiati, agli austriaci di Radetsky. L'editore Francesco Vallardi fondatore della Ditta lascia così questo mondo a 86 anni. Il secondo delirio è un addio che strazia la famiglia: muore Gianni Vallardi a 52 anni nel 1942, mentre la guerra è in pieno svolgimento e il fascismo combatte i Paesi liberali e la loro ideologia. « Loro credono di batterli… ma l'Inghilterra vincerà perché sa tenere duro» sono le sue ultime parole. Un altro Vallardi costruttore dell'Italia liberale e democratica esala la propria anima di liberale, stavolta deluso. « Loro» sono per lui i fascisti, non gli italiani che la famiglia ha cercato e cercherà di costruire con le opere scientifiche, ha cercato di sprovincializzare con i trattati inglesi francesi tedeschi di giurisprudenza e di medicina, non hanno niente a che fare con la montagna di carta zeppa di idee che dal 1930 ,succedendo al più robusto costruttore della dinastia, Cecilio figlio di Francesco, Gianni ha messo insieme. Né sono i figli della mente fantasiosa e anticonformista di Leonardo che a 17 anni era scappato di casa con i garibaldini e che aveva poi creato le sedi di Buenos Aires, di San Paolo del Brasile, di Alessandria d'Egitto,e da Napoli dove il padre lo aveva mandato a lavorare scriveva di getto « fatemi tornare, perché sono stufo di soggiornare fra i gesuiti e i ladri» . In tutte le case della borghesia autentica, quando si suona il campanello, lo si sente squillare misterioso e molto lontano. E la porta si apre sempre un po' in ritardo, come per dare tempo al visitatore di rassettarsi. La signora Titti (Cecilia) Vallardi Beria d'Argentine, moglie di Adolfo, ci conduce in un salotto che segue a un altro. Niente è grande, neppure i bei quadri alle pareti, niente colpisce eccessivamente l'occhio, la dovizia è temperata dal buon gusto. Titti Vallardi era una brava pittrice finché non si è dedicata tutta alle tre figlie Camilla, Chiara e Delfina. Parla piano e con gentile determinazione come chi è abituato a ridurre, a interiorizzare, a evitare gli impulsi, a conservare la severità del suo retaggio. « Questo è il palazzo della nostra famiglia. Abbiamo sempre abitato qui, e chi non abita qui è andato a stare poco lontano, sempre dalle parti di via Cesare da Sesto... Le belle case dei vecchi milanesi, anche quelle molto più lussuose della nostra, non concedevano niente allo sfarzo, niente all'esteriorità . Erano tutte rivolte verso il cortile, la facciata non aveva importanza. Era importante la coerenza interiore, la generosità , lo stile. Oggi vedo un mondo tanto esibizionista, possessivo... Una volta, quando avevo diciotto anni, desideravo una borsetta rossa. Mio padre Gianni chiese alla mamma, Chiara: “ Mia figlia non ha una borsetta?” .Sì , gli fu risposto, una borsetta blu. “ Allora basta” . E poiché l'ascensore di casa aveva un sedile di pelle rossa che si andava un po' sbucciando, lo guardavo pensando: “ Lo potrei ritagliare e farci una borsetta prima che sia da buttare” . Modestia, e generosità verso chi non può : questa era la lezione di casa. Lo zio Cecilio costruì un ospizio per laureati bisognosi. Naturalmente dovevano essere cristiani, e a casa nostra tutte le femmine andavano a scuola dalle Orsoline» . La storia più antica dei Vallardi comincia nell'attuale Largo Santa Margherita davanti alla Scala, all'angolo col Vicolo dell'Aquila che non c'è più . C'erano molti librai da quelle parti fra cui una bottega frequentata dagli intellettuali dalla Società Patriottica: « amanti delle lettere e della cultura, liberali, progressisti... Aveva certo un tratto austriaco, quello che poi ha dato ai milanesi il senso della responsabilità collettiva, dell'ordine, dello Stato... certo non ce l'hanno dato gli spagnoli. Quando vado al cimitero monumentale e vedo sulle lapidi “ servitore dello stato, probo intendente di finanza ...” io ammiro quei morti; quando ripenso a come Maria Teresa restaurò subito e bene la Scala che era andata in fiamme...» Titti Beria d'Argentine ricorda anche ciò che anagraficamente non può ricordare: il passaggio della bottega di libri alla fine del Settecento all'iniziatore della dinastia, Francesco Vallardi, che si faceva consigliare nelle scelte editoriale dall'abate Parini, dai fratelli Verri, da Alessandro Volta. Poi prendono lo scettro i figli Pietro e Giuseppe che intraprendono l'incisione sul rame: quattromila lastre di autore entrano a far parte del repertorio Vallardi. Nuovi negozi si aprono a Venezia e persino a Parigi. Quando, morto Pietro, resta in bottega Giuseppe, prende il sopravvento il suo temperamento di collezionista di quadri e comincia anche una attività di pubblicazioni araldiche. Sarà il prossimo erede, che in realtà avrebbe voluto fare il medico, a indirizzare la Casa Editrice verso il sogno di costruire gli italiani indipendenti e liberali. Nel ‘ 59, un anno prima dell'unità , Francesco crea il quotidiano La perseveranza; poi, finita la militanza in senso stretto, la Vallardi prende la sua propria strada: quella del successo e poi della rovina. I Vallardi vogliono fare gli italiani con le Grandi Opere, croce e delizia. Perché esse da una parte conducono in casa tanti studiosi italiani e stranieri e creano una fucina di intelletti. « Ma - spiega Gianni Vallardi, un quasi cinquantenne seduto al grande tavolo di direttore di tutta la parte “ libri” della Rizzoli - negli anni diventarono sempre più costose, ricche di spese preventive, con investimenti a parte sulle reti di vendita, con tempi storici di realizzazione. Funzionò finché eravamo molto specializzati in medicina e giurisprudenza. Poi tornammo a un ruolo enciclopedico con il pagamento a rate funzionale a un vecchio mondo, dove la stanzialità e anche l'affidabilità personale erano molto maggiori. Queste scelte si sono dimostrate impraticabili; quando nel ‘ 79 mio padre lasciò , ormai dovevo gestire il collasso e poi la fine della casa editrice. E' stato un training molto speciale gestire fino agli Anni Settanta la Storia della letteratura italiana, la Storia Universale, la Storia della Letteratura d'oriente. Quando riuscii a vendere fatica e pena all'editore veneto Piccin ero un editore super allenato» . Per conoscere i Vallardi, oltre che dalla casa editrice, dobbiamo passare per una grande villa settecentesca, quella dei conti Cagnola a Appiano Gentile, dove in un parco dichiarato monumento nazionale vive un cedro del Libano che ha 650 anni. La compra nel 1902 il grande consolidatore, Cecilio, figlio di Francesco, uomo di preghiera e di ferro, quasi cieco, paterno e generoso quanto irriducibile con gli operai delle sue tipografie. E' lui che sposta l'attività in campagna quando nella fabbrica di Milano i suoi uomini credono di piegarlo con uno sciopero; e ordina alla carrozza di non passare mai più dalla piazza di Appiano Gentile dove aveva situato sia gli stabilimenti sia la sua casa estiva, perché anche quelli osano fargli sciopero: c'è ripassato solo col carro da morto. La villa di Appiano è la pupilla dei ricordi della famiglia, immensa, con archi, cortili, segrete e grandi tetti. « Ogni estate - racconta Gianni - mentre i miei genitori Gianfranco e Tilla Preti e Titti con Alfredo Beria d'Argentine si riposavano o giocavano a tennis o incontravano gli amici, noi ragazzi, io, mia sorella Francesca che vive ora in California, le cugine Camilla Chiara e Delfina, ci scapicollavamo nei capannoni. Correvamo in bicicletta in mezzo agli operai fra le linotype che sputavano piombo, su e giu per gli scivoli, avanti e indietro sui tetti. Sapevo che mi si disegnava un futuro di editore, fra una corsa e l'altra lo spiavo sul volto di mio padre Gianfranco (e di mia madre che lavorava con lui): era un grande accentratore che lavorava senza orari, sempre in mezzo ai suoi autori, e anche ai guai economici. Il rapporto fra noi non è stato facile, ma mi sembra che qui, alla Rizzoli, riesco oggi a realizzare tanti buoni libri, forse più di quelli che avrei fatto da solo. E poi non è detta l'ultima parola. Può darsi che la Vallardi risorga: io lavoro per mio figlio Edoardo, di 15 anni» . Chiara, giornalista, figlia di Titti, sposata con un giornalista molto noto, Gianni Farneti, madre di Emanuele (25 anni, giornalista) e di Matteo, è direttore del settimanale Lo Specchio. Dice: « La carta era fatta per vivere, per giocare, la stampa era il mio respiro. La villa di Appiano, con il pesciaiolo che viene il venerdì e il panettiere da raggiungere in bici, con il rito delle frittelle, gli amici di papà più di sinistra, e quelli dei Vallardi più di destra, e ovunque il soffio di una mentalità calvinista, di una moralità borghese che è la vera scuola della mia vita spariscono simbolicamente quando Helenio Herrera comprò una proprietà e con lui arrivò quel buffo toro di ferro per il giardino. Noi ragazzi guardavamo stupefatti... Insieme al toro vennero ii villeggianti veri, i negozi, la casa di Krizia invece che quella di Camilla Cederna. Arrivavano con i ristoranti e i night club anche i guai della casa editrice. La crisi io la ricordo come una valanga di modernità accompagnata dalla criminilità : il tragico rapimento di Cristina Mazzotti segna una svolta d'epoca a Appiano. Dopo, abbiamo venduto. E' rimasto un appartamento dove vive la zia Tilla, sempre bellissima» . I lineamenti di Titti si addolciscono nella nostalgia del ricordo: « Ho incontrato mio marito fra i partigiani a Courmayeur. C'era un ballo in cui nell'entusiasmo qualcuno tirò giù la bandiera italiana: lui disse: quella no, non si tocca. Così saggio e moderato, è rimasto sempre il rivoluzionario di casa, l'amico dei partigiani, il progressista, il fondatore di Magistratura Democratica, l'uomo che ha avviato tutte e tre le nostre figlie a una grande emancipazione personale e professionale. Certo - sorride - con la mia approvazione. Penso però che la borghesia liberale più o meno di sinistra aveva un intento comune, grandi valori di modestia e sacrificio eguali per tutti. Li ho ritrovati in mio suocero che ha fatto per tutta la vita il pretore a Perosa Argentina. Mentre Alfredo era in montagna con i partigiani, anche a casa mia non si poteva soffrire il fascismo, e io stessa accompagnai delle persone al confine per aiutarli a espatriare» . Persone? Ebrei nascosti in casa? partigiani? « Sì , di sicuro... ma non importa, non mette conto parlarne...» .
Data martedì 9 novembre 1999


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